mercoledì 28 luglio 2021

TRACCE CURIOSE DI STORIA CONTEMPORANEA IN QUEL DI BAGGIO...


Quante volte gli adulti vorrebbero tornare indietro per avere più tempo per studiare… E' quel che succede puntualmente a me: da studente non apprezzavo molto lo studio e ora che non sono tenuto a farlo, che non ho tempo, rimpiango quando ero tenuto a farlo. 

Sì perché studiare è un po' come fare lo speleologo: più scavi e più trovi; più trovi e più non vuoi fermarti.

Ecco che un post che credevo semplice mi ha aperto un mondo, tra l'altro vicino a casa. Il post sulla toponomastica milanese mi ha spinto infatti ad avere nozioni su un quartiere che già conoscevo (a quanto pare non abbastanza): Baggio, periferia sud ovest di Milano.

"Qui una volta era tutta campagna". Questa frase fatta si addice benissimo a via Berna e paraggi. Eppure lungo la parallela via Forze Armate nel 1931 venne edificato l'ospedale Militare di Baggio, nosocomio talmente esteso da raggiungere anche quella porzione di contado urbano poi chiamata via Berna. L'ospedale militare, che ospitò anche il geniale soldato Gianni Rodari, a un certo punto, durante la Seconda Guerra Mondiale, venne requisito dai tedeschi. Dunque i militari italiani vennero curati presso i padiglioni che oggi troviamo in piazza Bande Nere, attuale sede dell'ATS. 

Ospedale Militare. 
Fonte: Wikipedia

Interessante è conoscere la storia di quest'ultimo edificio: nacque nel 1922 come Ricovero di Mendicità. Di quegli anni infatti era la legge che vietava l'accattonaggio, pena l'istituzionalizzazione presso strutture come quello di piazza Bande Nere. Con il passare del tempo tuttavia gli ospiti anziani ricoverati spontaneamente aumentarono, tanto da far mutare il nome alla struttura nel 1966 in Istituto Golgi Redaelli. Questa rinomata RSA lombarda nel 1990 si è spostata nella vicina via D'Alviano, lasciando quindi spazio agli uffici dell'ATS.

Sede uffici ATS p.za Bande Nere
Foto di Sonia Costanzo

Eppure l'ospedale militare in città non è sempre stato a Baggio; con Napoleone trovò spazio nell'antico convento benedettino di sant'Ambrogio, oggi sede dell'Università Cattolica. Qui venne ricoverato il soldato Ugo Foscolo, ferito durante una campagna militare napoleonica e operò il futuro papa Giovanni XXIII, quale sanitario militare.

Un giovane futuro Papa Giovanni XXIII militare.
Fonte: www.avvenire.it

Particolare decisamente curioso e degno di questo blog è la rientranza che troviamo nel muro di cinta dell'ospedale militare in via Berna. Qui infatti si trovava un portone che si apriva ogniqualvolta giungeva un treno dalla vicina stazione di san Cristoforo. Lungo la via Angelo Inganni e poi via Berna infatti erano stati costruiti dei binari che permettevano ai feriti della Seconda Guerra Mondiale di essere rapidamente trasportati al nosocomio di Baggio.

Ospedale militare

Eppure la curiosità principale di via Berna era sicuramente il Villaggio Svizzero.

Al posto dell'attuale Parco Moravia infatti si trovava, nell'immediato secondo dopoguerra, un villaggio costituito da 40 casette tri famigliari di legno, gentilmente offerte dalla vicina Svizzera. I nostri neutrali vicini si erano fatti impietosire dalle condizioni in cui versava Milano subito dopo la fine della guerra. Mediamente un edificio su quattro era stato bombardato e tantissimi erano gli sfollati. Cinquecento di questi senza tetto trovarono asilo proprio in queste strutture gioiosamente dipinte di arancione con infissi verdi. Oltre alle case, c'era anche una chiesa, un emporio e una scuola materna. L'inaugurazione avvenne il 20 luglio del 1946 e gran parte di esse vennero abbattute verso la fine degli anni Cinquanta. In questo periodo infatti gli sfollati trovarono alloggio nei tanti appartamenti dei moderni condomini sorti in zona. 

La zona infatti nel tempo è decisamente cambiata e... "là dove c'era l'erba ora c'è una città". Così il Comune ha deciso di intitolare le vie qui attorno ad alcune città svizzere (Zurigo, Lucerna, Basilea) quale forma di ringraziamento. 

Eppure il Villaggio Svizzero non era l'unico: Milano ospitava tanti alloggi temporanei per gli sfollati.

Per quanto riguarda i profughi giuliani non ci è dato sapere se questi vennero ospitati in una struttura temporanea o definitiva (e dunque ancora esistente) nella prossima via degli Astri.

Ma decisamente più curioso e comunque attuale era il Villaggio Finlandese nella vicina via Primaticcio. 

Per conoscere la sua storia dobbiamo ringraziare Diego Abatantuono che qui è cresciuto nella casa dei suoi nonni paterni.

Nell'autobiografia ("Eccezzziunale veramente", 1997) racconta: 

Nell'immediato dopoguerra, una decina d'anni prima che io venissi al mondo, il Comune di Milano fa un gemellaggio con una città del Nord Europa. Noi costruiamo delle case là, nella tundra, e i finlandesi ci regalano delle abitazioni prefabbricate da collocare in città. 

Alcune erano in muratura, e cioè quasi normali (mio nonno abitava in una di queste). Altre sembravano degli chalet o delle baite,

Ma forse questi nordeuropei con il cuore in mano volevano fare soltanto un'azione simbolica, certi che queste casette sarebbero durate, come assicurato dai nostri amministratori, soltanto pochi anni per poi essere sostituite da case "classiche". Per ingentilire ulteriormente l'operazione, al quartierino dove furono "appoggiate" queste case regalo venne appioppata una topografia dai nomi floreali: via degli Oleandri, dei Gigli, delle Ortensie, delle Viole, dei Mughetti

Morale: quelle case che dovevano durare un lustro esistono ancora adesso. Quelle di legno no, invece di cinque anni ne resistettero solo trentacinque.

Giorno dopo giorno le famiglie che ci abitavano dentro si ingrandivano, si gonfiavano come si gonfiavano le pareti di legno con l'umidità, e si adattavano. Ogni inverno con le piogge e l'umidità il legno marciva, d'estate tutto si seccava e ogni settimana andava a fuoco una casa. Ma la gente dentro non voleva cambiare rione, e quando il Comune, dopo più di tre decenni, decise finalmente di abbatterle, gli abitanti si ribellarono. Popolazione strana, in quelle vie; gente, per usare un eufemismo, abbastanza "vivace".

Degli amici della mia compagnia di infanzia un po' sono morti, un altro po' sono o in galera o in comunità. Un gruppo ce l'ha fatta. Il clima era tosto. Per tornare al discorso delle case arriva il momento in cui il Comune decide di ascoltare le lamentele di quelli a cui marcivano gli chalet. Un giorno arrivano con delle ruspe e incominciano a costruire i nuovi alloggi (condomini di via delle Gardenie). Si trattava, secondo il piano di fare rientrare poi queste persone nelle nuove abitazioni, costruite seguendo moderni criteri. L'avevano fatte proprio lì negli stessi posti, così che la gente non perdesse le proprie amicizie, le proprie abitudini e il lavoro quando c'era. A un certo punto, però una volta costruite queste case, si accorgono che gli sono venute un po' troppo bene per i poveracci che devono entrarci e che la periferia non è poi così più estrema, allora decidono: "no, no, adesso voi andate tutti a Quarto Oggiaro e noi qui dentro mettiamo…" minchia, a questo punto i vivaci abitanti delle case di legno giustamente si ribellarono in maniera molto vigorosa, dimostrando che certe volte qualche risultato, non subendo passivamente, si può ottenere. Occuparono le case nuove. Arrivò la polizia e, constatato la difficile situazione, se ne tornò da dove era venuta. D'altra parte con ogni probabilità, in quel quartiere del Giambellino abitava anche qualche poliziotto...Questo è avvenuto nel 1980, ma è una storia che non mi riguarda direttamente perché io, come ho accennato prima, stavo nelle case in muratura e quelle non si sono mai toccate.   

Villetta dell'ex Villaggio Finlandese

In alcune vie ai margini del Villaggio dei Fiori è possibile trovare delle villette unifamiliari chiamate "case minime a schiera", fatte costruire dal Comune di Milano negli anni Cinquanta e finalizzate anch'esse a fornire un alloggio ai tanti sfollati per colpa della guerra.  Case minime chiamate così per le loro ridotte dimensioni e con la possibilità di coltivare qualcosa grazie al piccolo giardino retrostante.

Case minime a schiera


Eppure le Case Minime più famose in questa zona erano quelle case popolari costruite durante il Ventennio Fascista lungo la via Forze Armate, esattamente dopo l'ospedale militare. Vennero abbattute nel 1986 e al loro posto costruiti dei moderni condomini popolari che ad oggi avrebbero bisogno di una sostanziale ristrutturazione.


Tra questi grigi palazzoni è sopravvissuta qualche traccia antica e la più originale è senz'altro la palazzina a due piani che ospita tutt'ora un bar (ricorda quasi la casa del protagonista di "Up" della Disney…) chiamato "il Tabaccaio della Creta".

"il tabaccaio della Creta"

Era questo edificio di inizi Novecento molto probabilmente una stazione di posta per i cavalli diretti a Baggio. Inoltre le costruzioni antiche qui presenti fungevano un po' da porta di ingresso per la Cascina Creta (o Crea in dialetto) posta esattamente dietro al tabaccaio.

L'intera zona veniva chiamata così perché il terreno al proprio interno aveva una vasta presenza di argilla utile per la creazione della creta utilizzata poi a sua volta per la fabbricazione di tegole e mattoni.

Nel 1937 però i lavoratori ed abitanti della cascina si trasferirono nella Cascina Creta Nuova (ancora presente e operante nella vicina via Ascona),  una struttura decisamente più moderna. Infine il Governo Fascista, quale risarcimento, offrì un posto di lavoro nelle fabbriche agli occupanti che avevano partecipato alla campagna d'Africa del '35. Furono queste due ragioni a decretare la fine completa della cascina vecchia, la quale venne abbattuta negli anni Ottanta.

Cascina Creta Nuova

Segno dei proiettili esplosi dai tedeschi in ritirata
 durante la Seconda Guerra Mondiale

Nel trasferirmi a vivere in questa zona mi sono sempre chiesto perché il Comune di Milano abbia intitolato una via così importante e grande ad una piccola città pugliese, ovvero Bisceglie (tanto da dare il nome al capolinea della metropolitana)… La spiegazione la si può trovare proprio nei paraggi del "Tabacchè de la Crea": qui anticamente c'era un viottolo di campagna ribattezzato dagli abitanti della zona, non si sa per quale ragione, proprio Bisceglie. 

Ingresso metropolitana

Per finire, sicuramente gli abitanti della zona Inganni avranno fatto caso ai nomi delle vie che circondano la chiesa di san Giovanni Battista alla Creta (chiamata così a ricordo della vicina omonima Cascina) sita a due passi dalla fermata della metropolitana. Qui le vie, al posto di chiamarsi con nomi di personaggi storici poco conosciuti, ricordano le diverse specie di uccelli: passero, usignolo, allodola, capinera, rondine, storno, cardellino. Questo è dovuto al fatto che la chiesa è gestita dai frati francescani e dunque, in onore al Poverello di Assisi sono state dedicate queste eleganti vie milanesi.

Facciata della chiesa con l'originale pulpito (a sinistra) 
progettato a fini estetici

La chiesa di Inganni merita senz'altro una visita per la sua originalità e perché conserva al proprio interno alcune curiosità.

Opera dell'architetto Giovanni Muzio, s. Giovanni Battista venne consacrata nel 1958. In questa zona della città infatti erano sorti diversi condomini e la comunità locale era sprovvista di una chiesa. Fu così che il francescano Padre Enrico Zucca convinse la signora Luisa Farina, vedova dell'industriale Giovanni Cabassi, ad utilizzare i propri fondi, non per la costruzione di una cappella di famiglia presso il Cimitero Monumentale, ma bensì per una chiesa da edificare nel quartiere. La signora acconsentì a patto che la Parrocchia portasse il nome di suo marito prematuramente scomparso. Fu così che la famiglia Cabassi coprì tutte le spese e donò il terreno alla Diocesi la quale, una volta costruita la chiesa, fece un'eccezione: abilitò una porzione della struttura a cappella mortuaria. 

Esiste all'interno della chiesa una statua seicentesca rappresentante sant'Antonio con in braccio il Bambinello, teneramente proteso a dare una carezza al Santo. Non si conosce l'origine dell'opera; l'unica cosa che si sa è che dopo qualche tempo venne considerata un po' sconcia per il contesto in cui era ospitata. Il Bambin Gesù infatti era nudo e per questa ragione gli furono creati delle braghette. Inoltre proprio nella nicchia che attualmente ospita la statua c'era un affresco che ritraeva il santo di Padova. Sin dall'inizio però quest'opera suscitò forti polemiche tra i parrocchiani perché si diceva che il santo fosse brutto in quel ritratto. Gli animi si esasperarono talmente tanto che un parrocchiano addirittura lo sfregiò. Per questa ragione l'opera venne cancellata e al suo posto posizionata la statua bronzea.   

Statua di sant'Antonio di Padova

Esiste inoltre all'interno della chiesa una cappella (chiamata "chiesina" dai parrocchiani) che fino a qualche anno fa veniva utilizzata come luogo per le confessioni. Venne dedicata a sant'Antonio e conserva degli affreschi anni Sessanta che ritraggono proprio il santo padovano. E' questo un ambiente sorprendentemente colorato ed accogliente che rischia però di non essere valorizzato, vista la sua posizione defilata.
Insomma Milano anche in periferia è in grado di sorprenderti e farti sentire turista a casa tua!


Affreschi di Pompeo Borra e Lisa Sotili

Crocifisso ligneo del XVII sec. sito in Sacrestia
e anticamente custodito nella chiesa del Villaggio Svizzero



Si ringrazia per le preziose informazioni
Giuseppe Bovi, Andrea Giorcelli, Frati della Parrocchia di san Giovanni Battista alla Creta e
Gianni ed Angelo Bianchi, autori del libro "Ad Ovest di Milano - Le Cascine di Porta Vercellina. 
Associazione amici Cascina Linterno" 
 


mercoledì 23 giugno 2021

STORIA DEI BAMBINI TROVATELLI MILANESI





Io racomando questo mio figlio fu batezato in nome Martino è nasuto il giurno di santo Martino...nato da legittimo matrimonio, che non ha mai avuto mal cattivo e faco questo per essere in gran bisogno...o 8 figli viventi...raccomando di fare l'impossibile e di dare subito una balia...che prometto di venire a prendere...io sono abitante in Milano.


Con queste parole amorevolmente scritte su un biglietto, si presentava un neonato nel 1839 presso la Pia Casa degli Esposti e delle Partorienti in santa Caterina alla ruota a Milano.

Bambino decisamente "in buona compagnia": si calcola infatti che nella prima metà del XIX sec. si arrivò a una media di 2500 minori abbandonati all'anno presso questa istituzione.

Fu l'Ottocento decisamente il secolo dei trovatelli. La situazione economica lombarda infatti non permetteva alle donne, in assenza di servizi territoriali per l'infanzia, di assentarsi dal lavoro anche solo per il periodo dello svezzamento. Prese dunque piede l'abitudine di affidare, almeno nelle intenzioni dei genitori, il neonato al monastero di santa Caterina, per poi andarlo a riprendere una volta cresciuto. Il rientro nel nucleo famigliare naturale poteva dunque avvenire mediamente dopo due o sette anni, oppure non realizzarsi mai. Una volta cresciuto il bambino non veniva più considerato un costo insostenibile per la famiglia, ma forza lavoro per quella classe sociale che storicamente viene definita proletariato.

Eppure l'allontanamento era un fenomeno diffuso anche nelle famiglie più agiate: in età Moderna i figli maschi non primogeniti trovavano spesso ospitalità presso famiglie maggiormente altolocate, in qualità di paggi.

Ottorino Davoli "Il paggio". Foto di Ropaolo
Ottorino Davoli "Il paggio". 
Foto di Ropaolo


L'affido al monastero di santa Caterina avveniva il più delle volte tramite l'abbandono nella ruota degli esposti, la quale si trovava in un luogo discreto e facilmente raggiungibile nella struttura religiosa. Per avvisare i religiosi della presenza del neonato, c'era l'abitudine di attaccare un campanellino al piede, in grado di suonare con il movimento del piccolo. 

Insieme al campanellino in genere i genitori avevano l'abitudine di lasciare un biglietto giustificativo, nonché un piccolo oggetto in grado di agevolare il riconoscimento in caso di richiesta di ricongiungimento. Fanno molta tenerezza questi piccoli monili, ma decisamente più geniali erano le immagini strappate in due parti uguali: una parte conservata dai genitori e l'altra invece dal brefotrofio.

Foto (compresa quella iniziale) tratte da
www.cittametropolitana.mi.it


Tuttavia, se l'Ottocento è stato il "secolo dei trovatelli", non bisogna immaginare che i periodi precedenti siano stati esenti da questo triste fenomeno. Si hanno notizie di bambini abbandonati sin dall'Impero Romano. Con l'avvento del cristianesimo i bambini esposti possono decisamente considerarsi più fortunati di quelli romani o greci. Nell'antica Roma infatti i trovatelli venivano cresciuti con un solo scopo: venderli ad un mercante di schiavi appena risultavano essere in forza per poter lavorare.

La pietà cristiana invece ha spinto la società ad occuparsi dei trovatelli sin dai tempi più antichi… e Milano anche in questo è risultata essere all'avanguardia. Pare infatti che il primo brefotrofio in Europa sia stato creato proprio della città di sant'Ambrogio. Il presbitero Dateo infatti istituì un orfanotrofio addirittura nel 787 nell'attuale via Silvio Pellico, a pochi passi dal Duomo. Venne chiamato Xenodochio e accanto ad esso fu edificata la chiesa di san Salvatore in Xenodochio. L'ondata demolitrice del Settecento si abbatté anche su queste due strutture…

Eppure la città non aveva accantonato la sua vocazione alla cura dei bambini abbandonati. Con l'istituzione della Ca' Granda nel 1456, Milano continuò ad occuparsi dei trovatelli. Tuttavia le condizioni igienico sanitarie in cui vivevano i bambini, costretti ad esempio a dormire a volte anche quattro per letto, spinsero gli illuminati Asburgo a trovare una soluzione più funzionale. Fu così che le monache del vicino monastero di santa Caterina alla ruota furono trasferite e lo spazio del loro edificio utilizzato appositamente per le partorienti e i trovatelli. Il nome "ruota" tuttavia potrebbe trarre in inganno: non fa infatti riferimento alla bussola degli esposti, ma al simbolo di santa Caterina stessa.

Chiostro interno del monastero.
Fonte: www.ioprimadite.com


Il monastero si trovava esattamente in via Francesco Sforza dove oggi si trova il Pronto Soccorso del Policlinico. Rimase operativo finché la competenza di questo brefotrofio, con l'Unità d'Italia, non passò alla Provincia di Milano, la quale decise di aprire un istituto decisamente più ampio in periferia. La piazza ad esso prospicente venne giustamente intitolata a Dateo e oggi non è altro che la sede della Città Metropolitana di Milano.

Fonte: Wikipedia


Eppure la Pia Casa degli Esposti e delle Partorienti in santa Caterina alla ruota non era l'unica istituzione a occuparsi di bambini disagiati. Sul territorio milanese infatti sin dal XVI sec. molto fecero i Martinitt e le Stelline, i primi per gli ospiti maschili, mentre le seconde per quelle femminili. Ancora oggi esiste l'Azienda per i servizi alla persona Istituti Milanesi Martinitt e Stelline con valide offerte educative, in primis comunità per i minori (e qualche maggiorenne).

…Ma i bambini del monastero di santa Caterina alla Ruota, nonché quelli del brefotrofio di piazzale Dateo che in passato non tornavano più a casa che fine facevano?

Anche in questo caso erano comunque considerati una risorsa, tanto che venivano affidati a delle famiglie del contado lombardo, con il compito di crescerli, educarli e in tempi più recenti mandarli a scuola. In cambio, queste famiglie potevano contare su una mano in più per la propria economia domestica (molti erano i minori che venivano impiegati nei campi o nelle fabbriche). Inoltre l'Ospizio elargiva dei compensi economici sia ordinari che straordinari come quando il minore affidato risultava essere diligente a scuola. Infine negli ultimi due secoli, la ragazza che si accasava riceveva in regalo 100 Lire e una coperta di lana.

Dunque spesso i minori venivano considerati abbandonati in maniera definitiva, visto che nessuno li reclamava, e quindi anche il loro cognome non poteva essere quello dei suoi sconosciuti genitori naturali. In questo caso il trovatello avrebbe vissuto tutta la propria esistenza con uno dei cognomi più diffusi in Lombardia: Colombo, il quale proviene dall'insegna della Ca' Granda, ossia una colomba bianca quale simbolo dello Spirito Santo.

Fonte: www.fondazionesviluppocagranda.it


Oltre a Colombo però i bambini potevano ricevere altri cognomi più beneauguranti quali Di Dio, Diotisalvi, Diotiallevi …

In altre città italiane i cognomi più diffusi hanno anch'essi la stessa origine: è così che a Napoli ad esempio possiamo trovare molti Esposito, a Roma molti Proietti, mentre a Firenze molti Innocenti e così via.

Ruota degli esposti a Napoli
Fonte: www.napolimilionaria.it

Per fortuna ad oggi il fenomeno dell'abbandono è decisamente cambiato: si è passati da una media nazionale di 5000 bambini esposti all'anno degli anni cinquanta del Novecento a quella di 400 di questi ultimi tempi.

Ad oggi non esistono più le ruote degli esposti, ma moderne culle della vita perfettamente attrezzate di tutto il necessario per permettere al neonato di essere immediatamente accudito dal personale sanitario. Son collocate nei pressi degli ospedali e a Milano è possibile trovarla vicino all'ingresso della clinica Mangiagalli (https://www.mangiagalli.it/index.php/unita-operativa-tin/struttura-organizzativa/culla-per-la-vita). Finora ha ospitato due bebè temporaneamente chiamati Mario e Giovanni che, ne sono certo,  saranno stati adottati da altrettante famiglie accoglienti e amorevoli.


Infine pregevole è l'iniziativa dell'ospedale Niguarda denominata "Maternità fragili" (https://www.ospedaleniguarda.it/news/leggi/maternita-fragili-un-disagio-nascosto-per-il-quale-e-difficile-chiedere-aiuto) che si pone come obiettivo quello di accompagnare la coppia o la sola mamma durante la gestazione, nella delicata situazione di una gravidanza non desiderata. In questo caso, grazie ad un percorso psicologico e terapeutico, il/i genitore/i prenderà consapevolezza della soluzione che ritiene più idonea per sé e per il proprio bambino: interruzione, non riconoscimento o accettazione del nascituro…Il tutto nell'ottica di garantire serenità ai futuri cittadini di questa "Milano con il cuore in mano".

Fonte: www.donnad.it

SOS VITA 800.813.000

domenica 4 aprile 2021

BREVE TOPONOMASTICA CURIOSA DI MILANO



 

Gian Giacomo Trivulzio, nobile militare, non lo si può certo definire patriottico. Milanese di nascita, era al servizio dell’imperatore francese Luigi XII, il quale desiderava ardentemente sottrarre il Ducato di Milano a Ludovico il Moro.

Tale progetto si realizzò il 2 settembre del 1499 e, in segno di gratitudine, il Trivulzio venne nominato maresciallo di Francia.

Otto anni dopo non ci “stava nella pelle“ ad ospitare l’imperatore presso la sua “umile dimora“ nell’attuale via Rugabella che anticamente era occupata in toto dalla nobile famiglia. Per l’occasione Gian Giacomo l’abbellì con archi e padiglioni finti così l’imperatore, nel vederla, esclamò “Voila’ una belle rue!” (“Ecco una bella via!”). Smisurato fu l’orgoglio del mercenario Trivulzio, tanto da decidere di nominare la sua via “bella ruga”, che poi divenne “Rugabella”. Eppure a vederla oggi, questa strada si fa decisamente fatica... a definirla “bella”!

                                                            (continua...)                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       


Significato decisamente opposto quello di via Chiossetto: dal milanese ciusset, ossia “via stretta e brutta”. Anche in questo caso l’appellativo è quanto mai sbagliato: la viuzza infatti è quanto mai deliziosa!

 




Via Montenapoleone,
a proposito di incanto, presumibilmente doveva essere abitata solo da belle donne: il soprannome che ha ereditato infatti è el quartier de riverissi, dato che gli uomini qui si sentivano obbligati a fare la riverenza con il cappello alle sue avvenenti abitanti.
L’origine del nome invece va fatta risalire a Napoleone. Qui venne aperta una banca (chiamata in passato Monte, dato che le monete prestate ai clienti formavano una sorte di monticciolo sul banco) per volere del condottiero francese.



Mentre in via Montenapoleone si facevano affari “alla luce del sole” nella banca allora presente, in vicolo Calusca se ne tenevano altrettanto illegali (usura, prostituzione, contrabbando…). Da questa situazione nacque il soprannome “casa losca” dato all’edificio principale della strada, contratto poi in Ca’ lusca.



 

Possiamo immaginare che i tanti peccatori della via Calusca fossero oggetto di attenzione nelle assidue preghiere da parte delle monache presenti in via Ochette. I milanesi soprannominarono le religiose “oche” per il vestito che portavano, da qui il nome della strada (oggi rinominata via Matteo Bandello).





Anche via Cappuccio deve il suo nome alle religiose: qui avremmo trovato un convento di monache, dette “monache del cappuccio” in quanto erano le uniche in città che portavano il cappuccio come i frati.





 
I Pellegrini invece giunti in città potevano soggiornare in via dei Pellegrini presso l’ospizio trecentesco (ormai demolito) della chiesetta di san Pietro dei Pellegrini (ormai sconsacrata) …però solo per due giorni.






 
A Milano, oltre ai pellegrini che erano di passaggio, avremmo invece trovato, sin dai tempi più remoti, immigrati provenienti, ad esempio, da Bergamo e da Brescia. I primi pare che abbiano dato il nome alla via Bergamini, mentre i secondi alla via Brisa.




 
Una via invece milanesissima, anche nell'origine del suo nome, è via Bagutta la quale deriva dal termine dialettale bagà con cui si indica qualcuno che beve (vino) di gusto!

 




Decisamente arduo è comprendere l’origine del nome di via Marina. Una versione davvero curiosa sostiene che qui le nobili dame ondeggiavano nelle loro carrozze come se fossero su una barca, a causa del selciato.




 

Esistono poi vie che hanno modificato il proprio nome nel corso degli anni, come ad esempio via san Carpoforo che anticamente si chiamava "contrada dei tetti" dato che in questo angusto spazio, dai piani bassi, si potevano vedere solo i tetti e non il cielo. Contrada dei tetti che talvolta veniva modificata in "contrada delle tette" alludendo alla presenza delle numerose case chiuse.





Anche via Cesare Cantù aveva un altro nome in passato: via Ratti. Si racconta infatti che qui anticamente abitava un mercante, il quale importò da Genova un nutrito numero di sacchi di mandorle e pinoli. Il commerciante però commise l’errore di non rimettere subito in commercio la merce acquistata. Risultato: quando aprì i sacchi fuoriuscirono un numero spropositato di ratti. Il mercante a questo punto dovette pagare cento persone per poter catturare i topi che ormai avevano invaso quella parte di città.


Tutte le calamite pubblicate un questo post sono create e prodotte da Emanuele Mantovani

mercoledì 10 marzo 2021

INCREDIBILE SANT'EUSTORGIO!

Fonte: Pinterest.it



Milano, si sa, ha sviluppato da poco il suo talento di città turistica...eppure ogni volta che passo davanti alla chiesa di sant'Eustorgio, mi sorprendo nel non vedere comitive di allegri turisti farsi i selfie davanti alla sua facciata.

Questa chiesa è davvero incredibile per la sua bellezza, la sua storia e le curiosità che custodisce al proprio interno.

Forse non tutti sanno che esattamente qui i milanesi si sono convertiti al cristianesimo, forse non tutti sanno che questa viene definita "la chiesa dei re Magi", forse non tutti sanno che questa chiesa ha poteri curativi per chi, come me, soffre di mal di testa...

Ma andiamo con ordine.

Questa basilica non può non essere definita bella con la sua facciata armoniosa e ben tenuta, eppure anch'essa, così come altre chiese antiche milanesi, tende ad ingannare il visitatore frettoloso. Infatti, nonostante sant'Eustorgio abbia origini paleocristiane, la facciata venne rifatta nel XIX sec. Questo suo aspetto bello ma non originale fa invece sfuggire un dettaglio davvero importante e curioso: la torre campanaria. Se si aguzza lo sguardo infatti, in cima ad essa non si nota il solito crocifisso, ma una stella...

Chissà se aveva queste fattezze la stella cometa che guidò i tre Re Magi fino alla Sacra Famiglia per portare i doni a Gesù Bambino! Quello che di certo si sa è che l'attuale stella su sant'Eustorgio aveva invece la funzione di guidare i pellegrini diretti a Milano per pregare sulla tomba dei Magi.

La città lombarda infatti, oltre a vantarsi di custodire un chiodo della Santa Croce, un lembo del mantello di san Giuseppe, aveva, poco fuori le mura medievali, il sepolcro dei tre sovrani biblici.

La leggenda narra che sant'Eustorgio, uno dei primi vescovi di Mediolanum, attorno all'anno 350 d.C., si recò a Costantinopoli per ricevere l'approvazione anche da parte del figlio dell'imperatore Costantino, Costanzo. Quest'ultimo donò al futuro santo le reliquie dei Re Magi che vennero subito custodite in un pesante sarcofago di pietra.

Questi tipi di doni in passato avevano non solo un valore religioso, ma anche economico. I fedeli infatti spesso compivano dei lunghi pellegrinaggi per andare a pregare vicino ad una Sacra Reliquia e, per fare questo, alimentavano una importante domanda di alloggi, ristori, oggetti sacri.

Il vescovo Eustorgio era seriamente intenzionato a portare le reliquie in città, la quale, ai tempi dell'impero romano, iniziava dove oggi si trova piazza Carrobbio. Tuttavia, arrivato dalle parti dell'attuale chiesa, il carro divenne talmente pesante che non ci fu verso di farlo proseguire. Fu così che Eustorgio decise di fondare esattamente lì dove si trovava, in quella campagna un po' sperduta, l'attuale chiesa a lui poi intitolata. In fondo questo poteva essere letto come un segno divino: in quella zona fuori le mura si raccontava che l'apostolo Barnaba avesse impartito i primi battesimi ai milanesi.

Tuttavia nel XII sec. Federico Barbarossa, tra gli altri scempi inferti a Milano (a dispetto del suo nome che vuole dire "colui che governa con la pace") rubò le reliquie per portarle in Germania, esattamente a Colonia. Questo fu una ferita profonda per i milanesi i quali, grazie al loro carattere pragmatico, iniziarono subito le trattative con la città tedesca per riavere indietro le preziose reliquie (e nessuno può impedirci di pensare che questi frequenti contatti abbiano "dato il la" alla costruzione del nostro Duomo non troppo diverso da quello tedesco). Tuttavia ogni tentativo fu vano; solo nel 1903 l'arcivescovo Andrea Ferrari riuscì ad ottenere da Colonia alcuni frammenti dei sacri resti, attualmente conservati nella basilica.

Ad oggi infatti, se ci rechiamo in sant'Eustorgio, possiamo ammirare l'antico sarcofago di pietra e, in una nicchia nel vicino muro, i frammenti ossei. Eppure oggi non esiste pellegrino, né turista e pochi sono anche i milanesi ad essere a conoscenza di questo "tesoro".


Diverso è il discorso per quanto riguarda il fonte battesimale che si narra sia stato usato da san Barnaba per impartire i primi battesimi. Questo infatti è ancora presente al civico 8 di piazza sant'Eustorgio, ma impossibile da vedere dato che i proprietari dell'immobile nel quale è conservato il fonte impediscono a chiunque di godere di questo "bene pubblico".


Vi era, dove oggi è stata costruita la casa del fonte battesimale, una risorgiva d'acqua usata, si racconta, dall'apostolo per battezzare. Nel corso del tempo i milanesi presero l'abitudine di abbeverarsi a questa fonte, dato che si diceva avesse poteri curativi. Per questa ragione al posto delle attuali case, nel XI sec. fu edificato un ospedale, poi demolito.

I primi battesimi impartiti da san Barnaba si narra siano avvenuti il 13 marzo del 51 d.C. ("tredesin de marz") in segreto, dal momento in cui l'editto di Costantino sarebbe stato promulgato più di due secoli dopo (313 d.C.). L'area successivamente fu utilizzata quale luogo di sepoltura da parte dei cristiani e non; ad oggi queste catacombe si possono visitare in sant'Eustorgio, prima di accedere alla cappella Portinari.

Foto di Paola Borro


Tuttavia attenzione alla data che si sceglie per la visita: se infatti ci si reca il giorno dell'Epifania, non ci si deve stupire se ci si ritrova circondati da un corteo quasi carnevalesco. In questa giornata infatti parte dal Duomo un corteo variopinto capeggiato dai tre Re Magi i quali portano i doni a Gesù Bambino, un bambolotto presente sul sagrato di sant'Eustorgio insieme a Giuseppe e Maria. Con questa cerimonia si considera concluso l'anno liturgico, tanto è vero che il vescovo, in apertura del nuovo, tiene un discorso sul sagrato della basilica.


Foto tratta da http://www.eventiatmilano.it
Allo stesso corteo partecipano personaggi vari quali:
pastorelli con agnellini vivi in braccio, nobili dame e cavalieri,
Erode, soldati romani, zampognari…


Da sant'Eustorgio parte inoltre (in passato a dorso di un mulo bianco) il nuovo vescovo della città per giungere in fine in Duomo, a ricordo di Eustorgio che qui si fermò di ritorno da Costantinopoli.

Forse qualcuno potrebbe chiedersi (a ragione) perché il vescovo ad oggi non utilizza, per il discorso dell'Epifania, il prestigioso pulpito presente in facciata e storicamente usato da san Pietro martire prima e da san Carlo Borromeo poi.

Qui infatti Pietro da Verona ammoniva i fedeli a non abbandonare "la retta via" e a non farsi lusingare dalle eresie allora presenti nel mondo cattolico (XIII sec.). Il santo martire era decisamente il domenicano più convinto nella lotta agli eretici, i quali trovavano nella basilica di sant'Eustorgio un luogo poco..."amichevole". Era infatti questa chiesa, non solo la sede del principale convento domenicano in città (attualmente i suoi spazi vengono utilizzati dal Museo Diocesano), ma anche il Tribunale dove venivano emesse, tra le altre, le sentenze di stregoneria. I condannati poi venivano giustiziati alle spalle della vicina chiesa di san Lorenzo (a ricordo di questo luogo infausto ad oggi c'è la statua di san Lazzaro).

Pietro da Verona era uno dei domenicani più impegnati nella lotta alle eresie. Venne assassinato a Seveso con un colpo d'ascia in testa durante un viaggio di ritorno da Como (viaggio sempre finalizzato alla causa).   

Fonte: www.lombardiabeniculturali.it


Si racconta che durante la sua agonia, con il proprio sangue, scrisse per terra "Credo", tanta era la fede che lo pervadeva.

Nel XIV sec. il vescovo milanese Giovanni Visconti commissionò a Giovanni di Balduccio un'arca marmorea, un capolavoro scultoreo ancora oggi presente in chiesa, per conservare le spoglie del santo. Chiese però il cranio del veronese per custodirlo accanto a sé; da quel giorno il vescovo iniziò a soffrire di frequenti ed atroci mal di testa. A quel punto provò a riporre la testa insieme al suo corpo e solo allora, miracolosamente, il mal di testa cessò. Tuttavia il volere del santo di non maneggiare le proprie spoglie non venne rispettato, dal momento in cui ad oggi la testa si trova in un'urna separata dal restante corpo.

Si deve infatti sapere che, con la morte di san Pietro martire, le famiglie nobili milanesi presero l'abitudine di farsi seppellire in sant'Eustorgio, quale elemento di prestigio, poiché vicini alla tomba del santo veronese. Anche il fiorentino Pigello Portinari, il quale aprì a Milano una filiale della "straniera" Banca Medicea, volle farsi seppellire in sant'Eustorgio (1468). Per ospitare le sue spoglie fece costruire una grande cappella, appunto la cappella Portinari, che ebbe il gran merito di portare a Milano quel nuovo gusto artistico decisamente presente in quel di Firenze, ma non ancora a Milano, ossia il Rinascimento. La cappella venne divinamente decorata da Vincenzo Foppa ed ospita la testa di san Pietro in una nicchia in una parete di sinistra, mentre l'arca con il corpo del santo venne portata in questa cappella qualche secolo dopo la morte del Portinari e posizionata esattamente sopra la tomba del povero Pigello!

Fonte: www.museosanteustorgio.it

In questa cappella possiamo ammirare uno degli affreschi più curiosi di tutta la città: la Madonna con le corna. Questa icona non deve essere considerata sacrilega, ma semplicemente serve a raccontare uno dei tanti miracoli che compì san Pietro martire quando ancora era in vita. Si racconta infatti che il Diavolo di insinuò in un affresco mariano alle spalle del santo mentre celebrava (da qui le corna alla mamma di Gesù e al Bambino stesso). Pietro da Verona se ne accorse immediatamente e così, voltandosi e mostrando l'ostia consacrata, riuscì a scacciare il maligno.

Fonte:www.repubblica.it


Tuttavia la cappella è famosa (non abbastanza), per essere il luogo dove si svolge il rito del "andare a battere la testa in sant'Eustorgio", che si svolge l'ultima domenica di aprile di ogni anno (o quasi). In questa occasione infatti si ha modo di passare sotto l'arca marmorea e, alzandosi sulle punte dei piedi, si può battere la testa al soprastante sarcofago con le spoglie del santo. Il cranio di Pietro invece viene esposto in una teca di cristallo sulla quale è possibile strofinare un proprio oggetto personale.

Fonte: Vito Scifo, tratta da http://aess.regione.lombardia.it


Entrambi i rituali servono a far cessare o a prevenire il mal di testa (si dice che san Pietro martire sia il santo da invocare in caso di questo fastidioso dolore).  

Detto questo, non rimane che convenire su quanto sia decisamente sottovalutata questa chiesa...incredibile sant'Eustorgio!

mercoledì 24 febbraio 2021

CHIESA DI SAN FRANCESCO D'ASSISI AL FOPPONINO E "AFFINI"


San Francesco d'Assisi, si sa, è il santo patrono d'Italia e quasi ogni comune ha una chiesa a lui dedicata. Eppure, dove si trova a Milano quella intitolata al mistico umbro?

In origine c'era, accanto alla Basilica di sant'Ambrogio, la chiesa di san Francesco Grande, così chiamata perché risultava essere l'edificio religioso più ampio di Milano, dopo il Duomo.
Questa venne abbattuta nel 1806 per fare posto all'attuale caserma della Polizia di Stato.

Dunque oggi, se desideriamo trovare una chiesa dedicata al "poverello d'Assisi", dobbiamo spostarci un po' più in periferia, esattamente in p.le Aquileia.

Qui troviamo la chiesa di san Francesco al Fopponino, opera del 1964 di Giò Ponti. Quest'ultimo famoso per aver ideato a Milano, tra l'altro, il Pirellone (e i poligoni esagonali presenti in facciata un po' ricordano il grattacielo lombardo).

Ma perché "al Fopponino"? 

Esattamente dove sorge la chiesa, nel 1576 venne aperto un cimitero. Dal momento in cui le salme fino alla fine del XVIII sec. venivano sepolte in una fossa comune (in dialetto milanese "foppa"), avremmo trovato strutture che, a seconda della dimensione della fossa, potevano chiamarsi "foppa", "foppone" o "fopponini".

Dunque il cimitero di porta Vercellina (così veniva chiamato dai milanesi), non aveva in origine (ossia durante la "peste di san Carlo") dimensioni troppo grandi e non vantava la presenza di alcuna cappella religiosa.

Dobbiamo aspettare il 1630 (annus horribilis, a causa della "peste manzoniana") per vedere qui una piccola struttura religiosa: la chiesa di san Giovannino alla Paglia, chiamata così perché era stato edificato in loco anche un piccolo Lazzaretto (il nominativo "alla Paglia" si rifà alla presenza di questo materiale, quale elemento essenziale per i giacigli degli appestati). 

Tuttavia la cappella risultò essere troppo piccola per ospitare i fedeli e dunque nel 1673 venne abbattuta, per costruire al suo posto l'attuale chiesa di san Giovanni Battista e san Carlo Borromeo (le due statue all'ingresso di p.le Aquileia sono a loro dedicate); struttura religiosa retta allora dalla Confraternita della Buona Morte i quali avevano il compito di assistere i morenti.


Nel 1828 il cimitero allora qui presente portava ancora il nome di Fopponino, ma a torto dato che si ingrandì in maniera spropositata: copriva infatti non solo l'attuale isolato della chiesa di san Francesco, ma anche quello che si apre attualmente alla sua sinistra. Tuttavia quel camposanto durò pochi decenni ancora: nel 1895 infatti fu aperto il Cimitero maggiore e contemporaneamente chiuso il Fopponino di porta Vercellina. Tra le salme riesumate c'era anche quella di Margherita Barezzi, prima moglie di Giuseppe Verdi che volle essere sepolta qui accanto al loro figlio Icilio, morto a solo un anno di vita (la sua lapide la possiamo vedere sul viottolo che da p.le Aquileia conduce alla chiesa di san Francesco).

Foto di PaoloBon 140

Sempre in p.le Aquileia troviamo una cella religiosa che non passa di certo inosservata (e forse era proprio questo lo scopo). E' infatti una piccola cappella dei morti eretta nel 1640 (dieci anni dopo la grande peste) con alla sua sommità scolpiti dei teschi e delle ossa, nonché dei veri crani presenti al suo interno. Il motto "Ciò che sarete voi noi siamo adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso" serviva proprio a ricordare al passante la caducità della vita (Memento mori) e lo invitava a pregare per i defunti.

Passano i decenni e le società cambiano. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Milano assistette ad una esplosione demografica; l'antico cimitero di porta Vercellina venne densamente edificato e così la chiesa dei santi Giovanni e Carlo non bastò più. Fu così che nel 1964 venne inaugurata la moderna chiesa di san Francesco (notevole è la sua pala d'altare che vanta una eccezionale dimensione: 12 metri per 8), la quale ha il proprio ingresso principale in via Giovio.

Eppure la vera curiosità ospitata al suo interno è, diversamente dalla chiesa, antica. Si tratta di un lacerto di affresco (di autore e data sconosciuti), probabilmente in passato ospitato nella canonica, poi abbattuta, della chiesa dei santi Giovanni e Carlo.

Rappresenta una serena Maria incinta e pare sia stato realizzato come ringraziamento per una maternità avvenuta; ad oggi è veneratissima da tutte le donne che desiderano un figlio e il numero di candele che la circondano dimostrano che sono proprio tante.