martedì 14 luglio 2015

SANTA MARIA DELLE GRAZIE E CENACOLO VINCIANO



Quando il Moro decise di far diventare grande la propria città lo decise anche a livello artistico. Era Milano infatti una delle capitali europee del Rinascimento ed è proprio questo stile architettonico a caratterizzare santa Maria delle Grazie. Visitare questa chiesa è come fare un salto nel passato di cinquecento anni!
Fu proprio Ludovico Sforza a volere fortemente l'edificio. Desiderava infatti farlo diventare mausoleo per la sua famiglia.

Nel 1463 il conte Gaspare Vimercati donò al proprio signore questo terreno, fuori porta Vercellina, dove sorgeva una cappella dedicata a santa Maria delle Grazie, con la promessa di edificare la nuova struttura religiosa senza demolire quella pre-esistente.
La cappella infatti esiste tutt'ora (anche se con sembianze molto diverse) e si trova in fondo alla navata sinistra.




Nel XVI sec. venne invece qui traslocato, dalla chiesa di s. Eustorgio, il Tribunale dell'Inquisizione; per l'occasione vennero creati nuovi locali vicino al refettorio, poi abbattuti due secoli dopo. Ad oggi di quella struttura rimane solo l'attuale atrio del refettorio che ospita l'ingresso del Cenacolo Vinciano.


Questa imponente graziosa chiesa detiene due primati: essere, insieme al vicino cenacolo, patrimonio dell'umanità dell'UNESCO ed essere uno dei due conventi sopravvissuti in città. Quello di santa Maria delle Grazie è domenicano, mentre quello di s.Angelo francescano.
Sicuramente la presenza dell'Ultima Cena di Leonardo ha contribuito a far ascrivere questa chiesa nella lista dei beni tutelati dall'UNESCO, eppure si suppone che un altro grande artista rinascimentale, il Bramante, vi abbia lavorato per renderla così bella. Gran parte della critica infatti sostiene che l'artista marchigiano abbia disegnato la tribuna con il maestoso tiburio, nonché la Sagrestia vecchia e il Chiostro piccolo.
Il contributo di Leonardo da Vinci non si limitò al solo Cenacolo: a lui vengono infatti attribuiti il precedente affresco della lunetta del portale e i fregi presenti nella Sagrestia vecchia.
La forma della chiesa è sicuramente originale: a fronte dell'assenza del transetto, è possibile ammirare una tribuna molto possente progettata in queste forme e dimensioni per ospitare i sarcofagi dei membri della famiglia Sforza...progetto che però rimase solo sulla carta per l'arrivo dei francesi a Milano.
Le cappelle sul lato destro sono sicuramente più sfarzose di quelle a sinistra dato che queste ultime vennero abbattute durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

Uno degli ambienti più curiosi e deliziosi è il Chiostro piccolo o delle rane (vi si accede dalla cappella della Madonna delle Grazie, passando per la nuova Sagrestia), così chiamato per la presenza di una fontana con quattro rane che sputano acqua dalla bocca.

Chiostro delle rane


Da qui è possibile accedere alla Sagrestia vecchia, o Sacrestia del Bramante, dalla quale, oggi dietro agli armadi sulla destra, partiva una antica via di fuga, chiamata Sforzesco al convento, capace di collegare il Castello Sforzesco con questa chiesa.
Si racconta che tale percorso venisse usato soprattutto da Leonardo che qui giungeva dal Castello agli orari più insoliti per dipingere il Cenacolo.

Sagrestia Vecchia

Dal Chiostrino inoltre è possibile ammirare un delizioso giardino privato dei frati, il Chiostro del Priore. Altrettanto non si può dire di quello grande, o Chiostro dei Morti, non più utilizzato per pregare, ma per parcheggiarvi le macchine...!


Chiostro del Priore




Esiste a Milano un'attrazione poco visitata dai milanesi, ma molto conosciuta dagli stranieri: l'Ultima Cena di Leonardo da Vinci.


Quest'opera venne realizzata dal genio toscano tra il 1494 e il 1498 su commissione di Ludovico il Moro. Il signore di Milano chiese infatti a Leonardo e a Donato Montorfano di dipingere nel refettorio dei frati domenicani due soggetti classici per questo ambiente: l'Ultima Cena e la Crocifissione.

"Crocifissione" di Donato Montorfano. E' possibile notare le aggiunte posteriori di Leonardo: Ludovico il Moro con il figlio Massimiliano (in basso a sin.) e la moglie Beatrice d'Este con l'altro figlio Francesco (in basso a destra), oggi poco leggibili.

Al contrario di Donato, Leonardo ci impiegò tanto tempo perché era, come verrebbe definito oggi,  un vero e proprio artista: amava mettere mano alle proprie opere quando più si sentiva ispirato. Le cronache dell'epoca raccontano infatti che passava intere giornate a dipingere senza toccare cibo, oppure capitava a volte che giungesse al refettorio alle ore più inaspettate del giorno e della notte, solo per osservare la sua opera ancora incompiuta, per poi andarsene dopo poco.

Dunque la tecnica dell'affresco (la quale prevede che l'artista completi l'opera prima che si asciughi la calce fresca sul muro) non poteva fare al caso di Leonardo e per questo optò per la tempera a muro.
Purtroppo però questa scelta ha comportato il precoce e definitivo (vedi parte inferiore del viso di Giovanni) deterioramento dell'opera, dato che la tempera è meno duratura dell'affresco.
Infatti già solo dopo un anno dalla sua conclusione, si notavano delle crepe anche perché a Leonardo era capitata la parete nord, quella che confinava con la cucina dei frati e dunque più soggetta ad escursioni termiche.
Nel corso dei secoli diversi restauratori vi hanno messo mano, spesso anche modificando alcuni connotati originali come, ad es., l'apostolo Andrea che non risulta più essere di profilo, ma un po' a tre quarti.
Altre peripezie visse questo dipinto nel corso dei secoli: nel XVII sec. i frati decisero di alzare la porta che metteva in comunicazione il refettorio con la cucina...Risultato: ad oggi Gesù e i due discepoli a Lui vicini risultano essere senza piedi!
Nel 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, una bomba colpì il refettorio, ma il Cenacolo e la Crocifissione rimasero miracolosamente illesi sotto dei teloni di protezione.



Il tema dell’Ultima Cena non è di certo originale; la prima rappresentazione grafica risale al V sec. D.c. (Codex Purpureus Rossanensis).





Eppure questo dipinto è diventato famoso (fino a quasi cancellare il ricordo collettivo delle altre Ultime Cene) per l’attenzione che pone Leonardo all'aspetto umano di Gesù e dei suoi discepoli (da qui la scelta di non dipingere le aureole). Anche le mani di Cristo sulla tavola rappresentano la doppia valenza del Messia: una rivolta verso l’alto (che indica il suo essere divino, celeste) ed una rivolta verso il basso (che rappresenta la sua natura umana e dunque terrestre).


Domenico Ghirlandaio "Ultima Cena" 1480.
Salta subito all'occhio quanto l'opera di Leonardo fosse più innovativa rispetto ad affreschi coevi, con un impianto meno originale.









In quanto uomo, Gesù viene ritratto con una espressione sofferente dopo aver annunciato che a breve morirà per colpa di un traditore che si nasconde tra gli apostoli.

Interessanti sono le espressioni dei discepoli che manifestano i propri “moti dell’animo” tramite le espressioni del volto e le posture. 

Gesù rimane al centro della scena: nonostante la solidarietà da parte dei commensali è solo nella sua umana paura della morte.

I discepoli invece sono raggruppati in quattro gruppi da tre.

Il più ricco di significati è quello alla destra di Gesù: Giovanni, Giuda Iscariota e Pietro.

Giovanni è affranto; Pietro, quasi vittima del panico, pone una mano sulla spalla di Giovanni, non per rincuorarlo, ma per chiedergli di chiedere a Gesù il nome del traditore; Giuda, chiamato in causa, si scosta da Cristo e, nel farlo, con il braccio destro (quello che trattiene la borsa con la cassa del gruppo o le trenta monete d’argento del tradimento) urta e fa cadere la saliera.





Nel terzetto a sinistra di Gesù colpisce Tommaso con il dito alzato, probabilmente a chiedere “sono forse io?"...lo stesso dito che poi utilizzerà per dissipare la propria incredulità a fronte del Cristo risorto.



Il momento immortalato da Leonardo è stato tratto dal Vangelo di Giovanni, poco prima che l’autore posi la propria testa sul petto di Gesù. In questo testo, diversamente dagli altri tre, non si narra dell’istituzione dell’Eucarestia, ecco dunque spiegato perché non compare il calice.



In compenso anche Leonardo sceglie di rendere attuale la sua opera posizionando tra i piatti una pietanza tipica del XV sec: anguille all’arancia, quando le arance non erano ancora conosciute nella terra di Gesù (si trovano in un piatto sotto Filippo).
Tradizione vuole infatti che ogni autore delle Ultime Cene ritragga cibi tipici della propria zona (es il brezel in una chiesetta della Val di Fiemme, Trento) nonché cibi in abbondanza in contrasto con la tradizione della sobria Pasqua Ebraica (quella che si accingeva a celebrare Gesù il Giovedì Santo): erbe amare, pane azzimo, salsa charoset, agnello arrostito, vino.

                                              D. Crespi "Ultima cena" (1625); da Wikipedia. 
                                                         Colpisce la tavola abbondantemente fornita



Addirittura nell’Ultima Cena del Tintoretto compare anche una torta con le candeline!





Leonardo per dipingere i personaggi del suo capolavoro traeva spunto dalla realtà. Si narra che il priore del convento si fosse lamentato con Ludovico il Moro per la lungaggine con cui procedevano i lavori e per questa ragione, la sua faccia è quella di Giuda Iscariota!...Anche se c'è chi sostiene che in realtà quelle siano le fattezze di Savonarola.
Leonardo volle invece ritrarsi nei panni di Giuda Taddeo.


  
Questo dipinto è talmente famoso da aver spinto qualche studioso a vedere significati molto nascosti.
Ad es una teoria (poi ripresa da Dan Brown nel “Codice da Vinci”) sostiene che il primo discepolo alla destra di Gesù non sia Giovanni Evangelista, ma la Maddalena che si suppone fosse l’amante di Gesù. Inoltre, nel periodo della Passione, la donna era incinta e ad oggi esistono dei discendenti di Gesù. Questa tesi è avvalorata dal fatto che il discepolo è molto scostato dal maestro tanto da venire a creare una forma paragonabile ad un calice. Dunque il Santo Graal (Sangue Reale) non sarebbe la coppa dell’Ultima Cena, ma Il ventre della Maddalena che ospitava il discendente di Gesù.
Il legame tra Gesù e Giovanni/Maddalena sarebbe poi avvalorato dal colore dei vestiti tra loro speculari. Giovanni si ritiene che sia in realtà la Maddalena perché ritratto senza barba e con un aspetto femminile...In realtà questo è dovuto al fatto che fosse il discepolo più giovane.
Vicino a Giovanni si intravede una mano che stringe un coltello; qualcuno ha supposto che appartenga ad una persona nascosta. A ben guardare però la mano è quella di Pietro ed è armata perché Leonardo vuol fare riferimento all’episodio successivo narrato da Giovanni nel suo Vangelo: Pietro taglia con la spada un orecchio ad un soldato che aveva il compito di arrestare Gesù.
Alcuni studiosi inoltre han voluto leggere nelle mani dei discepoli sulla tovaglia le note scritte su un tetragramma, mentre altri sostengono che ogni personaggio apparterrebbe ad un segno dello zodiaco (Gesù è il sole centrale...), secondo una precisa volontà di Leonardo.
…Ma san Marco e san Luca dove sono? In realtà i due Evangelisti non erano apostoli di Gesù, ma di san Paolo!



Salvador Dalì "Ultima Cena" (1955): l'emozione che travalica i simboli


giovedì 28 maggio 2015

DA CADORNA A CORSO MAGENTA



Via Paleocapa è quella via che, fuoriuscendo dal parco Sempione, conduce a piazza Cadorna, ed è qui che si presume sia ambientata la prossima storia...
A partire dalla fine del XIX sec., si verificarono in zona parco Sempione strani casi di improvvisa malattia mentale: si trattava nella totalità delle volte di uomini che passeggiavano per i viali del parco, soprattutto nelle notti invernali. Questi sventurati, con la poca lucidità e serenità a loro rimasti, raccontavano di essersi innamorati e conseguentemente impazziti! La donna oggetto del loro amore era speciale; era infatti in grado di intercettarli nelle notti invernali, trascinarli con se' nella sua casa e lì, dopo frenetici balli in stanze rischiarate dalle sole candele, sedurli fino a che non erano costretti a fare la macabra scoperta: durante i momenti intimi il malcapitato alzava il velo che costantemente era calato sulla faccia della dama, per poi scoprire che sotto di esso si celava un teschio!
Eppure le vittime, dopo essersela data a gambe, tornavano sui propri passi con l'intento di ritrovare l'abitazione della dama velata, per poi scoprire che quella casa in realtà non esisteva...


Stazione delle Ferrovie Nord 1879

P.le Cadorna ospita la stazione delle Ferrovie Nord che collegano Milano con la zona a settentrione del capoluogo Lombardo: Saronno, Asso.
La prima stazione venne inaugurata nel 1879 e aveva forme di chalet di montagna, tanto che venne edificata in legno. Tuttavia dopo soli 6 anni venne sostituita da un edificio in muratura poi bombardato durante la seconda guerra mondiale. Fu ricostruita nell'immediato dopoguerra con le attuali sembianze moderne e nel 2000, con l'attivazione del treno Malpensa Express, fu risistemata, su progetto di Gae Aulenti
Nello stesso anno venne inaugurato il monumento "Ago e filo" dello scultore svedese Claes Oldenburg e da sua moglie Coosje van Bruggen. L'opera richiama la sottostante metropolitana (anche i colori del filo sono gli stessi delle tre linee di allora) ed è un omaggio al mondo della moda.

"Ago e filo"


Per arrivare in corso Magenta, da piazzale Cadorna bisogna imboccare via Carducci che porta in L.go Paolo d'Ancona.
Nel XII sec. qui avremmo trovato la medioevale porta Vercellina che immetteva in città. Ad oggi invece questo largo è conosciuto per un locale storico: il bar Magenta, anno 1907, con i suoi interni in stile liberty.

Bar Magenta


Corso Magenta venne così nominata dopo il 1859 in onore della celebre vittoria dei franco-piemontesi contro gli austriaci a Magenta e poiché conduce al comune di Magenta stesso.

Chiostro Palazzo delle Stelline
Proseguendo verso la periferia, verso p.le Baracca, se si mantiene la sinistra, il primo edificio storico che si incontra è il Palazzo delle Stelline, chiamato così perché sorto sul soppresso monastero benedettino di santa Maria della Stella (XV sec.). Già nel secolo successivo il complesso monastico fu trasformato in Spedale de' Mendicanti e nella seconda metà del Settecento divenne la sede dell'orfanotrofio femminile della città. Le sue ospiti venivano chiamate stelline in ricordo del vecchio monastero, venivano educate per diventare buone mogli e madri e veniva loro insegnato i cosiddetti "lavori donneschi".
Ad oggi l'edificio è un centro congressi e, accanto ad esso, è possibile visitare gratuitamente il museo Martinitt e Stelline, dedicato ai due orfanotrofi milanesi (il Martinitt, in zona Ortica, era aperto ai soli ospiti maschi).
sito museo martinitt e stelline

Una delle installazioni interattive del museo: stirando, con un ferro riproduzione dell'originale, l'immagine di un capo d'abbigliamento si possono vedere le immagini celate sotto.



















Cortile interno casa Atellani



















Ai civici 65 e 67 è possibile visitare (almeno durante l'apertura dell'Expo, ottobre 2015) Casa Atellani.
Fino al XV sec., questa parte della città era caratterizzata da orti e giardini; solo con Ludovico il Moro si iniziò ad edificare santa Maria delle Grazie (che doveva diventare Mausoleo degli Sforza) e altre residenze rinascimentali. L'intenzione di Ludovico era infatti quella di creare il Borgo delle Grazie nel quale avrebbero trovato alloggio le famiglie più fidate del Signore di Milano.
Tra queste ce n'era una di origini lucane: gli Atellani.
Questa nobile famiglia fu autorizzata a costruire la loro sontuosa dimora nel posto dove si trova attualmente la casa. Quella che vediamo oggi tuttavia è stata quasi interamente rimaneggiata da Piero Portaluppi tra il 1919 e il 1952.
Curiosamente l'appartamento dell'architetto milanese si trovava proprio all'interno di questo edificio, al pian terreno.
La visita della casa e del suo giardino avviene tramite delle cuffie che spiegano ciò che si sta osservando, in 11 lingue...o meglio: in 10 lingue e in dialetto milanese!
Nel visitare gli ambienti bisogna essere rispettosi al massimo perché si entra in una casa privata e, in quanto tale, si possono notare elementi squisitamente personali come foto sui tavolini o giocattoli in giardino.

Questa casa inoltre è importante perché ospita nel proprio parco la famosa vigna di Leonardo.
Si racconta infatti che Ludovico il Moro nel 1495 volle ricompensare il genio toscano anche con una vigna molto grande (8.000 mq) allora confinante con il giardino degli Atellani. Leonardo era molto affezionato alla sua vigna, tanto da trascorrerci molto tempo per curarla e farla crescere. Sul letto di morte (avvenuta 24 anni dopo) decise di lasciarla al suo discepolo preferito, il Salaì.
La vigna sopravvisse fino alla seconda Guerra Mondiale (nella foto possiamo vedere come si presentava nel 1920) quando si incendiò e venne sepolta dai detriti degli edifici abbattuti dai bombardamenti.

Filari della vigna fotografati da Luca Beltrami nel 1920 


Solo con l'approssimarsi dell'Expo del 2015 si è deciso di ripristinarla: studi condotti sui ritrovamenti organici nel terreno di questa zona hanno permesso di individuare il tipo di uva coltivata (malvasia) e di ripristinarla.


Vigna di Leonardo
Superata santa Maria delle Grazie sorge, in via Morozzo della Rocca 5, un interessante museo dedicato al famoso architetto milanese Piero Portaluppi   http://www.portaluppi.org/.
Portaluppi (1888-1967) è ad oggi famoso per aver edificato in città molti edifici moderni quali, l'Arengario, il Planetario, villa Necchi Campiglio...eppure non può essere definito un grande amante dell'architettura moderna. Prova ne sono i suoi progetti qui esposti capaci di criticare e prendere in giro l'urbanesimo, come ad es. Hellytown, progetto per una città utopica e...infernale! Oppure il progetto per un mastodontico grattacielo a New York per una fantomatica società S.K.N.E. (che va letto come monito: Scappane). Infine il finto progetto più divertente è sicuramente quello del quartiere Allabanuel, che letto al contrario definisce l'intento (L'è una balla).
Nella sua sala riunioni Portaluppi pensò bene di piastrellare il pavimento con campioni di marmo provenienti da tutta Italia, per agevolare la scelta del materiale da parte dei propri clienti.

Progetto Allabanuel

Terminata corso Magenta, sulla destra, si apre via Enrico Toti. Per ammirare la prossima curiosità bisogna recarsi al civico 2 dove, dietro ad una facciata bella ma non originale per questa zona della città, si apre un edificio decisamente unico.

Corpo di fabbrica della "residenza Vignale"
L'edificio venne commissionato agli inizi del Novecento da un principe austriaco di passaggio da Milano. Qui infatti si innamorò di una ragazza del posto e, per starle vicino, si fece costruire questo sontuoso edificio di gusto austriaco tradizionale. Purtroppo però il rapporto durò poco perchè lo sfortunato principe morì in guerra nel 1914...
Ad oggi l'edificio ospita una delle location più lussuose di Milano per eventi quali matrimoni, congressi, esposizioni...


mercoledì 22 aprile 2015

PARCO SEMPIONE




L'attuale parco ha origini molto antiche: era infatti riserva di caccia degli Sforza e prendeva il nome di Barcho. Anche l'estensione di allora era decisamente diversa da quella odierna: 3 milioni di metri quadri a fronte dei quasi 400.000 del parco moderno.
A metà del XV sec. l'intera area venne circondata da mura difensive alte 2,5 m con 7 porte turrite munite di campane con funzione di avvistamento ed allarme. Tra le porte ce n'era una che ricordiamo tutt'oggi: il portello. La riserva di caccia infatti arrivava fino all'attuale Fieramilanocity!

Il parco come noi oggi lo conosciamo invece occupa lo spazio utilizzato, a partire dalla Milano asburgica, per le esercitazioni militari che a quel punto non venivano più fatte nella corte maggiore del Castello (la prima area all'interno della struttura).

Esercitazioni militari

Solo nel 1888 si decise di creare l'area verde di cui godiamo ai nostri giorni e che deve il suo nome al vicino corso Sempione aperto da Napoleone per collegare Milano a Parigi.

Va sicuramente riconosciuto il merito al Comune di Milano di avere avuto una idea romantica: intitolare i nomi di quasi tutti i viali del parco a scrittori stranieri i quali però portano il nome di battesimo italianizzato. Goethe infatti è diventato Wolfango, Shakespeare è Guglielmo, Schiller si chiama Federico, così come Byron è più bonariamente chiamato Giorgio...!

Degli 8 accessi al parco sicuramente quello più panoramico è dal Castello. Alla sua destra si apre viale Gadio che porta all'unica testimonianza sopravvissuta dell' Esposizione internazionale del 1906: l'acquario civico.

Dettaglio


Alle spalle dell'acquario si innalza la grande mole dell'Arena Civica.
Questa venne costruita nel 1806 sotto Napoleone utilizzando i materiali di recupero provenienti dalle fortificazioni spagnole del castello abbattute qualche anno prima.
Fu ideata ispirandosi alle antiche arene romane, solo che al posto dei tendoni che servivano a riparare dal sole gli spettatori, furono piantati dei fronzuti alberi che ancora svolgono il proprio dovere!
Sotto il campo sono stati creati spogliatoi, saune, palestre che tutt'oggi vengono utilizzate.
Anche qui, come nei più celebri anfiteatri romani, venivano combattute le famose naumachie...

Naumachie, foto di anonimo


Foto tratta da www.iodonna.it
Palazzina Appiani facente parte dell'arena.
 Da questa tribuna d'onore si affacciava Napoleone per le sue apparizioni pubbliche

















Quasi di fronte all'ingresso dell'Arena verso il parco si trova la fontana dell'acqua marcia (1928) che getta acqua solfidrica. Ad oggi l'abbeveraggio presso questa fonte è interdetto, eppure c'è chi deliberatamente ignora tale divieto sostenendo che quest'acqua non può che fare solamente bene!


Testimonianze della X Triennale (1954) sono invece la biblioteca e il Bar Bianco che venne progettato dalla Centrale del Latte di Milano per poter vendere i propri prodotti ai bambini frequentanti il parco.

Albero davanti alla biblioteca con dedica a Lea Garofalo, vittima della 'ndrangheta




















Nel 1973, in occasione della XV Triennale, si è pensato di donare alla città delle opere d'arte fruibili dai cittadini nell'ambito del progetto "Contatto Arte/Città". Nel contesto del Parco Sempione oggi possiamo ammirare tre opere: Accumulazione Musicale e Seduta di Armand Pierre Fernandez, il Teatro Continuo di Alberto Burri e i Bagni Misteriosi di Giorgio De Chirico.
Accumulazione musicale è un'opera d'arte in cemento armato con cavea in cemento, sedie in ferro e strumenti musicali incisi sul podio. Qui si esibiscono spontaneamente giovani percussionisti... non sempre apprezzati, come ha avuto modo di sottolineare la celebre canzone di Elio e le storie tese!

Accumulazione musicale e seduta

Il Teatro Burri è attualmente in costruzione e permetterà a chi lo desidera di esibirsi in maniera spontanea e non programmata.
I Bagni Misteriosi invece rimangono all'interno del giardino della Triennale; recentemente restaurati, oggi splendono con i propri colori vivaci!


Dalla parte opposta rispetto all'Arena sorge il Palazzo dell'Arte (1933), sede della Triennale, che ospita al proprio interno mostre temporanee di arte moderna, design, moda e comunicazione.
Gli stessi spazi espositivi vengono utilizzati ogni tre anni per l'Esposizione Internazionale delle arti decorative e industriali moderne e dell'architettura moderna (la prossima edizione sarà nel 2016).
In origine invece le Esposizioni avevano una cadenza biennale e si tenevano all'interno delle sale della Villa Reale a Monza.

Seggiovia costruita al Parco Sempione durante la Triennale del 1951

All'interno del Palazzo dell'Arte è possibile inoltre trovare un teatro (Teatro dell'Arte), un ristorante all'ultimo piano con terrazza panoramica, un giardino esterno (e relativo bar) impreziosito da opere moderne, tra le quali il già citato "Bagni Misteriosi".

Giardino esterno con, a sin., "I bagni misteriosi" e a destra il teatro dei burattini


Accanto alla Triennale svetta, con i suoi 108,60 metri, la Torre Branca. Venne inaugurata nel 1933 con il nome di Torre Littoria in occasione della V Triennale, con la semplice funzione di torre panoramica grazie alla sua terrazza posta all'apice e del ristorante sito nel piano sottostante. Inoltre era munita di un faro girevole.

http://www.arredodesigncitta.it

Nel 1939 fu installata un'antenna televisiva della EIAR (oggi RAI), mentre nel 1972 fu completamente abbandonata. Solo nel 2002 è tornata visitabile grazie al restauro della società Branca, anche se purtroppo la terrazza è stata protetta da vetrate e il ristorante chiuso per motivi di sicurezza. Ed è sempre per motivi di sicurezza che l'ultima volta che l'ho visitata sono stato costretto a scendere dalla torre non con l'ascensore, ma utilizzando le scale anti incendio insieme al mio bambino di 7 anni...esperienza terribilmente indimenticabile!



La torre Branca di notte continuamente illuminata da colori cangianti
Se si decide di uscire dall'uscita verso il Castello, si passerà quasi sicuramente su un ponte metallico qui posizionato a seguito della copertura della cerchia dei navigli (1930). La struttura infatti si trovava in via san Damiano ed era conosciuta con il nome di "ponte delle Sirenette". In realtà tutti lo chiamavano il ponte delle "sorelle Ghisini" perché le quattro statue di sirene che ancora oggi lo adornano erano fatte di ghisa, allora materiale insolito per i ponti.
Sirene oggetto di un rito scaramantico da parte dei giovani che attraversavano il ponte sui navigli: per aver maggior fortuna nella vita toccavano i seni delle sirene ogni volta che vi transitavano vicino.

Il ponte delle Sirenette