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Don Enrico Bigatti |
“Ave Maria piena di grazia…”, “ave Maria piena di grazia…” continuava come un disco rotto in testa l’invocazione a Maria da parte di don Enrico, parroco di Crescenzago.
“Ave Maria, ave Maria” … “devo fare qualcosa per questi
giovani, altrimenti domani mi ritroverò a celebrare il funerale dei ragazzi con
le loro mamme piangenti”.
Le gambe si mossero da sole e da solo, tra raffiche di
mitra, don Enrico si ritrovò davanti alla colonna di mezzi militari tedeschi
che rapidamente scappavano dal centro di Milano, per guadagnare il Brennero.
Eppure non era la prima volta che il prete di questo borgo
rischiava la vita, lui solo con la sola compagnia dell’invocazione all'amata Maria madre di Dio.
L’altra volta era stato quando qualche suo parrocchiano (forse
per poter mettere qualcosa sotto i denti) andò a denunciarlo per quel reato
orribile: aiutare poveri ebrei e oppositori politici a scappare in Svizzera.
La parrocchia di Crescenzago era diventata infatti un centro
di smistamento per tutti coloro che scappavano dal regime nazi-fascista con destinazione
Lugano.
Don Enrico Bigatti (classe 1910), membro attivo dei
clandestini scout, si era dato da fare sin dal suo trasferimento nel suo borgo
natio e qui era riuscito a salvare tante persone che si erano rifugiate nella
neutrale Svizzera.
Ma a gennaio del 1944 venne prelevato dalla polizia per
essere rinchiuso a san Vittore, nel quale doveva solo aspettare la fucilazione
in compagnia di altri detenuti politici. Eppure lui sapeva che dopo aver
ricevuto la fredda pallottola nel cuore, “dall’altra parte” avrebbe trovato il
caldo abbraccio della Madre Celeste.
Ancora ricordava l’abbraccio (l’unico) della sua mamma
terrena che gli regalò in un imprecisato giorno della sua infanzia dalle
ginocchia sbucciate. La sua povera mamma: rimasta così presto vedova e
schiacciata dalla responsabilità di dover crescere da sola lui e i suoi 3
fratelli. Eppure lo fece studiare e diventare prete, quello che più desiderava
nel profondo del suo cuore.
Con il rosario in mano, eppure, quel freddo giorno del 18
febbraio 1944 la porta della cella si aprì e la voce del carceriere dall’altra
parte diceva “Bigatti fuori, sei libero!”
Che gioia in quel momento! E quanti rosari recitati per
ringraziare la Madonna!
Ma il coraggio non morì con lo spavento di quel mese trascorso
a san Vittore.
Era lo stesso coraggio che faceva muovere le sue gambe nel
famoso giorno del 25 aprile 1945 verso via Padova, attraversando il Ponte Vecchio
e correndo con il fazzoletto bianco tra le mani, sventolandolo, tra raffiche di
mitragliatrici partigiane da una parte e tedesche dall’altra.
Ancora una volta la sua adorata Madre Celeste l’aveva
protetto fino al paraurti di quel carro militare teutonico il quale,
trovandoselo davanti, non procedette logicamente imperterrito sulla sua strada,
ma inchiodò con un colpo secco di freni.
Don Enrico a quel punto si avvicinò a quello che sembrava
essere il capo sul mezzo tedesco e, in chissà quale lingua, propose un patto da
rispettare seduta stante, senza possibilità di compromessi: “gettate le armi e
i miei parrocchiani non spareranno neanche un colpo. In questo modo voi potrete
procedere sulla vostra strada e nessuno si farà male”.
Seguì un silenzio tale che nemmeno gli uccellini se la
sentirono di dire la loro.
Silenzio.
“Ave Maria, piena di grazia” continuò a macinare preghiere
il cervello del prete.
“Ma che cazzo fa?!” pensò il Toni nel vedere il parroco
fermo davanti ai soldati tedeschi che parlottavano tra di loro.
“Devo essere bravo a colpirli in fronte ‘sti maledetti fasci
senza beccare il prevosto.”
Così pensava il Toni insieme ai suoi compagni asserragliati
lungo la via Amalfi fino alla via Idro, quando a un certo punto il silenzio
venne interrotto dal rumore metallico delle armi tedesche lanciate fuori dalle
camionette.
I nazisti avevano accettato la proposta del prete: e ora una
sgasata di motori puzzolenti annunciava il prosieguo del cammino dei crucchi
verso la loro patria.
I giovani partigiani guardavano sfilare questi nemici dalla
pelle troppo chiara chi con sollievo, chi con delusione e chi ancora con tanto
odio racchiuso tra le dita che stringevano i fucili.
Passata l’ultima camionetta trascorse ancora qualche secondo
di quello strano silenzio, quando a un certo punto si sentirono delle urla di
gioia provenire dalle case di una Crescenzago ancora sbigottita dall’accaduto.
Erano le donne del borgo che uscivano dai loro rifugi per andare ad acclamare
don Enrico.
Il don a quel punto smise di recitare gli “ave Maria” per
iniziare ad abbracciare le sue compaesane (d’altronde era anche lui un uomo e
quale godimento il profumo naturale delle sue giovani parrocchiane!).
Passato lo spavento, la stanchezza si impossessò del prete
eroe il quale decise per quella sera che sarebbe andato a dormire senza cena e
senza aver detto il rosario (in fondo, di ave Maria ne aveva già recitati
abbastanza).
Gli uomini in compenso si ritrovarono in quello che fino a
20 anni prima era il municipio di Crescenzago, per discutere dell’accaduto e qui
le opinioni erano diverse, i toni alti, le parolacce all’ordine del giorno, la
tensione abbondante e il vino la magica spugna capace di calmare tutti gli
animi.
Alle 2 di notte il capo brigata dichiarò, con la bocca
impastata, chiusa la riunione del Comitato di Liberazione sezione Crescenzago e
qualcuno pensò bene di andare a fare, suo malgrado, il bagno nel naviglio,
mentre qualcun altro arricchì le acque della Martesana con il contenuto del suo
stomaco.
Finì la guerra e don Enrico ancora ripensava a
quell’incredibile giorno (e agli abbracci che ne seguirono) e, per ringraziare
la Madre Celeste, commissionò un affresco sul ponte che lo vide
correre incontro ai soldati tedeschi. Da allora infatti in piazza Costantino fa
bella mostra di sé la Madonna della Liberazione.
Madonna della Liberazione |
Passarono gli anni e la Germania a quel punto non faceva più paura. Tutti in Italia si erano armati di auto e anche il cinquantenne don Enrico si recò per una commissione parrocchiale in quel di Inzago dal quale però non tornò più, vittima come molti, non di una mitragliata nel petto, ma di un banale incidente d’auto.
Nel 1949 don Enrico compose questa canzone a ricordo degli anni della guerra e dell’episodio vissuto.
LA
MADUNINA DEL PUNT
Te se ricordet, in temp de guera, quand, o
Madona, i por giovinott,
del Bôsch, di Trecà, de via
Berra,
de tutt Crescenzàg, con ‘te
el fagott
passavan de chi per andà ‘l
frunt, e ti te piangevet in sul punt?
Quand la matina vu a lavorà,
e quand la sera se vegn a cà,
la Madunina l’è semper là.
Quand poeu vegniven a bômbardà,
Te se ricordet che finimund!
Scappava la gent lontan de
cà.
Ti te seret sempre lì sul
punt.
E vedend andà a toch tutt’el
riôn
Te sciopava el coeur del
gran magôn.
Quand la matina…
I mamm diseven di gran rosari,
Te domandaven la pas del
mônd.
Ti, Madona, te guardà su in
ari:
e finalment, propi lì sul
punt,
gh’è succedù ‘na gran
confusion.
L’era ‘l dì de la
liberazion!
Quand la matina…
O Madunina, de cà sul punt,
passa el Navili, passa la
gent.
Tutti i dolor de sto pover
mônd
riven e vann. Te veg
net
arènt.
Spettôm semper chi sera e
matina:
mi voeuri vedètt, o
Madunina.