Molte volte la nascita di un monumento è legata al desiderio di prevalsa (è il caso del Duomo), altre volte a un voto espresso (è il caso della Certosa di Pavia).
Agosto 1396: il duca Gian Galeazzo, contrariato dai milanesi che gli hanno impedito di far diventare il Duomo mausoleo della famiglia Visconti, decide di costruirsi ex novo un pantheon familiare.
Peraltro pochi anni prima sua moglie (nonché cugina) disperata perché non riusciva a garantire una discendenza al nobile marito, fa un voto alla Madonna: se riuscirà a rimanere incinta, darà a tutti i suoi figli maschi, Maria quale secondo nome.
Detto fatto: nascono due maschietti; il secondo (Filippo Maria) sarà colui che decreterà la fine dei Visconti al comando della capitale del Ducato.
Ma il voto non finisce qui: se Caterina fosse sopravvissuta al parto, avrebbe fatto costruire una certosa…
Come al solito i lavori si sono protratti molto per le lunghe e dunque, alla posa della prima pietra la moda imperante era quella d'oltralpe: il gotico, che tanta soddisfazione ha regalato ai milanesi.
Tuttavia la Certosa di Pavia è un vero trionfo del Rinascimento, in quanto stile architettonico imperante nel secolo successivo (XV).
Già la sola vista da lontano dell'intero complesso dedicato a santa Maria delle Grazie è in grado di regalare quello che il Rinascimento riesce a offrire a piene mani: armonia e serenità.
Quando si entra nel cortile della Certosa, quasi per incanto, si lasciano nel parcheggio delle auto gli interi affanni che ci portiamo dietro. Qui tutto invita a pensieri leggeri e sorridenti. La struttura è grande; girarla per intero talvolta può sembrare faticoso, ma quasi sempre si ritorna sui propri passi in maniera soddisfatta, dopo una visita alla certosa.
La chiesa è anticipata da un ampio cortile con, a destra la foresteria (chiamata anche Palazzo Ducale, XVII sec.), mentre a sinistra troviamo ciò che rimane delle antiche scuderie.
| Cortile della certosa con, a destra, il Palazzo Ducale |
Ad oggi la foresteria ospita il Museo della Certosa con, al proprio interno, una vasta esposizione di opere d'arte legate a questa struttura religiosa. Il pezzo più pregiato è senz'altro "Cristo inchiodato alla croce" di Vincenzo Campi (1575). In questo quadro il pittore lombardo rappresenta un momento della Passione poco affrontato: un attimo prima che il Cristo venga inchiodato alla croce. Gesù volge il proprio sguardo insicuro verso il cielo, mentre un soldato gli afferra una mano per poi spingerlo a sdraiarsi sul suo supplizio. La scena è molto realistica, quasi caravaggesca (basti solo guardare i guanti consumati del boia). Un cielo plumbeo sottolinea egregiamente lo stato d'animo del protagonista.
| Vincenzo Campi "Cristo inchiodato alla croce" (1575) |
Colpisce molto l'armoniosa facciata rinascimentale che introduce alla chiesa chiara e accogliente. Delle 14 cappelle ce n'è una (la seconda sulla sinistra) che può vantare il pregio di ospitare una reliquia assai preziosa: un pezzo della croce di Gesù.
| Dettagli insoliti: medaglioni con ritratti di imperatori romani sul basamento della facciata |
La navata, nella sua parte superiore, è caratterizzata da otto bifore affrescate. In due di esse spuntano, quasi incuriositi, due monaci certosini che guardano in basso verso l'assemblea.
| Attenzione! Qualcuno ti osserva da lassù! |
Il transetto spicca per le sue imponenti dimensioni e per le opere preziose in esso custodite.
Nel braccio di sinistra possiamo trovare la sua opera forse più popolare: il cenotafio di Ludovico Sforza e Beatrice D'Este. Ad oggi è possibile ammirare la lastra che avrebbe avuto il compito di chiudere la tomba del duca di Milano e di sua moglie. Quando la duchessa morì (1497) il Moro commissionò al Solari il ritratto dei due coniugi (lui dovette sdraiarsi facendo finta di essere morto). L'artista creò quello che, a detta di tutti, viene considerato un vero e proprio capolavoro della scultura rinascimentale. Per più di sessant'anni Beatrice riposò, per volere di Ludovico, all'interno di quella che doveva essere il mausoleo degli Sforza: santa Maria delle Grazie a Milano. Tuttavia, con l'avvento della Controriforma, i resti della povera Beatrice vennero dispersi, la lastra tombale asportata (fu addirittura divisa in due parti, per poi essere ricomposta alla Certosa nella sua forma originale), mentre Ludovico deportato in Francia (dove poi morì).
Particolare decisamente curioso: le scarpe di Beatrice (le pianelle), con tanto di rialzo per combattere la sua figura brevilinea e comunque tornate da qualche tempo nuovamente di moda!
| Lastra tombale di Ludovico e Beatrice |
A capocroce invece è possibile ammirare uno degli ambienti più visitati della Certosa: il presbiterio, ossia quell'ambiente, chiuso da una cancellata, utilizzato in passato solo dai monaci certosini. Qui lo sguardo fa fatica a prendere pace, preso com'è da tanta bellezza tramutata in arte. Su tutti spicca il coro ligneo con le sue magnifiche tarsie del XV sec.
| Presbiterio |
Nel braccio destro del transetto ha trovato finalmente pace il fautore di questa certosa: Gian Galeazzo Visconti. Nel suo testamento infatti chiese di essere seppellito qui, nel mausoleo familiare. Tuttavia le sue volontà non vennero rispettate fino in fondo, dato che desiderava una tomba monumentale, caratterizzata dalla presenza di un imponente cavallo.
| Sepolcro di Gian Galeazzo Visconti |
Nel registro inferiore osserviamo il ritratto del duca affiancato da due statue ritraenti le virtù. La scelta di questi due personaggi nasce da un vero e proprio fraintendimento. Quando Gian Galeazzo si sposò per la prima volta infatti entrò in possesso, quale dote matrimoniale, della contea francese di Vertus. Vertus poi italianizzato in Virtù e dunque da qui il suo soprannome "Conte di Virtù".
Gian Galeazzo tuttavia all'epoca doveva apparire ai suoi contemporanei non tanto come un uomo virtuoso, ma imponente. Recenti studi delle sue ossa hanno ipotizzato che probabilmente doveva essere alto quasi 1,90 m e avere una folta capigliatura rossa…
Il Braccio destro del transetto ospita la Sala del Lavabo, la quale permetteva ai monaci di lavare le mani nel momento in cui entravano in chiesa provenienti dai chiostri. Questa sala è anticipata da un maestoso portale chiamato delle Duchesse, perché qui possiamo ammirare i bassorilievi delle mogli dei duchi appartenenti ai Visconti (registro superiore) e a agli Sforza (registro inferiore).
| Portale delle Duchesse Foto tratta da www. agenziacult.it |
Il braccio opposto (transetto sinistra) ospita invece la Sacrestia Vecchia anticipata a sua volta dai bassorilievi dei duchi Visconti (in alto) e Sforza (in basso).
| Portale dei Duchi |
La sacrestia ospita al proprio interno un'opera d'arte davvero particolare: un trittico in avorio risalente a fine 1300, composto da 26 formelle che ritraggono scene di vita di Gesù e Maria. Nonostante possa apparire completamente in avorio, in realtà solo alcune formelle sono composte da questo pregiato materiale. Tutte le atre sono state create utilizzando...osso di bue.
| Trittico degli Embriachi |
Per comprendere meglio la certosa (la restante parte del monumento, ad esclusione della chiesa) dobbiamo minimamente conoscere l’ordine dei certosini.
Questo nacque nell’XI sec ad opera del santo tedesco Brunone il quale, in età matura, decise di ritirarsi a vita da eremita insieme ai suoi confratelli. Ottennero dal vescovo di Grenoble un terreno sul quale edificare la propria struttura religiosa. Dal momento in cui questa era vicino al paesino di Chartreuse, l’ordine assunse il nome dei certosini.
I certosini ancora oggi fanno una vita molto serrata di eremitaggio.
La giornata inizia (iniziava nella Certosa di Pavia finché questo ordine religioso ha abitato questo monastero) alle 6.30 del mattino, per protrarsi poi in un regime di solitudine per circa 10 ore, intervallate da due momenti comunitari (messe in chiesa). Dopo una parca cena in solitudine nella propria cella, il certosino si reca a dormire alle 18.45 per poi svegliarsi dopo circa 5 ore per recarsi in chiesa per una preghiera collettiva. Alle 2.30 può infine tornare a dormire per poi riprendere la preghiera alle prime luci dell'alba.
I pasti vanno consumati in perfetta solitudine, ad eccezione del pranzo della domenica che risulta essere collettivo, ma che deve essere effettuato in silenzio (mentre si ascoltano le letture di brani della Bibbia). Solo la domenica pomeriggio i certosini hanno a disposizione una ricreazione di circa due ore, durante le quali possono parlare tra di loro. Il lunedì pomeriggio hanno la facoltà di fare una passeggiata nei dintorni dell'eremo e, se per forza di cose, devono attraversare luoghi abitati, è vietato loro intrattenersi con i locali.
I pasti sono principalmente a base di verdure da loro coltivate (non è prevista la colazione), anche se si possono consumare pesce e i derivati del latte.
I monaci, per poter avere maggior tempo per pregare, delegano le mansioni manuali a dei laici: i monaci conversi, chiamati così perché spesso si
sono convertiti alla vita monacale in tarda età.
| Grande Certosa Foto tratta da www.chartreux.org |
I monaci della Certosa di Pavia vivevano in ampie celle, paragonabili a delle piccole villette a schiera poiché avevano un orto piuttosto ampio sul retro. I pasti venivano serviti loro dai conversi attraverso una ruota posta sulla facciata della cella di modo che non ci fosse alcuna interazione tra il converso e il certosino.
| Chiostro grande Fino alla fine del XVIII sec. qui avremmo trovato il cimitero dei monaci |
Il chiostro piccolo raccoglie attorno a sé gli ambienti di vita quotidiana dei monaci: la biblioteca, il refettorio.
| Chiostro piccolo |
| Refettorio Dietro la parete in fondo, si trovava lo spazio per i pasti dei conversi i quali potevano ascoltare le letture fatte dal pulpito sulla sinistra |
Anticamente i certosini di Pavia erano proprietari di molte tenute terriere, in grado di generare ingenti entrate.
Ad oggi la proprietà dell'intera certosa è dello stato italiano e probabilmente sono stati persi gli antichi possedimenti. Permane tuttavia, all'interno della struttura, uno piccolo spaccio dove è possibile acquistare riso, miele, tisane, ma soprattutto il nocino e le gocce imperiali. Attenzione a quest'ultimo alcolico: la sua gradazione alcoolica (90 gradi) sconsiglia a chiunque la sua degustazione allo stato puro (onde evitare feroci ulcere!).
Questi prodotti venivano prodotti dai monaci cistercensi, i quali avevano preso il posto dei certosini, ma che, ahimè, abbandoneranno la struttura a breve.
L'assenza dei cistercensi comporterà la celebrazione di una sola messa alla settimana da parte dei sacerdoti del vicino paese Certosa di Pavia, nonché l'abbandono dello spaccio (non è stato ancora deciso il futuro di quest'ultimo).
Antiche tracce dei possedimenti della Certosa di Pavia rimangono ancora oggi sul territorio pavese e milanese. Forse non tutti sanno che… a Trezzano sul Naviglio, a due passi dal canale artificiale, possiamo ammirare quella che anticamente era una grangia, ad oggi adibita a hotel e spaventosamente assediato dai condomini moderni!
Questo mese Milanocuriosa è espatriata fino alla provincia pavese, ma direi che ne è valsa la pena conoscere questo gioiello rinascimentale che meriterebbe di entrare di diritto nel patrimonio dell'umanità dell'UNESCO!