mercoledì 24 febbraio 2021

CHIESA DI SAN FRANCESCO D'ASSISI AL FOPPONINO


San Francesco d'Assisi, si sa, è il santo patrono d'Italia e quasi ogni comune ha una chiesa a lui dedicata. Eppure, dove si trova a Milano quella intitolata al mistico umbro?

In origine c'era, accanto alla Basilica di sant'Ambrogio, la chiesa di san Francesco Grande, così chiamata perché risultava essere l'edificio religioso più ampio di Milano, dopo il Duomo.
Questa venne abbattuta nel 1806 per fare posto all'attuale caserma della Polizia di Stato.

Dunque oggi, se desideriamo trovare una chiesa dedicata al "poverello d'Assisi", dobbiamo spostarci un po' più in periferia, esattamente in p.le Aquileia.

Qui troviamo la chiesa di san Francesco al Fopponino, opera del 1964 di Giò Ponti. Quest'ultimo famoso per aver ideato a Milano, tra l'altro, il Pirellone (e i poligoni esagonali presenti in facciata un po' ricordano il grattacielo lombardo).

Ma perché "al Fopponino"? 

Esattamente dove sorge la chiesa, nel 1576 venne aperto un cimitero. Dal momento in cui le salme fino alla fine del XVIII sec. venivano sepolte in una fossa comune (in dialetto milanese "foppa"), avremmo trovato strutture che, a seconda della dimensione della fossa, potevano chiamarsi "foppa", "foppone" o "fopponini".

Dunque il cimitero di porta Vercellina (così veniva chiamato dai milanesi), non aveva in origine (ossia durante la "peste di san Carlo") dimensioni troppo grandi e non vantava la presenza di alcuna cappella religiosa.

Dobbiamo aspettare il 1630 (annus horribilis, a causa della "peste manzoniana") per vedere qui una piccola struttura religiosa: la chiesa di san Giovannino alla Paglia, chiamata così perché era stato edificato in loco anche un piccolo Lazzaretto (il nominativo "alla Paglia" si rifà alla presenza di questo materiale, quale elemento essenziale per i giacigli degli appestati). 

Tuttavia la cappella risultò essere troppo piccola per ospitare i fedeli e dunque nel 1673 venne abbattuta, per costruire al suo posto l'attuale chiesa di san Giovanni Battista e san Carlo Borromeo (le due statue all'ingresso di p.le Aquileia sono a loro dedicate); struttura religiosa retta allora dalla Confraternita della Buona Morte i quali avevano il compito di assistere i morenti.


Nel 1828 il cimitero allora qui presente portava ancora il nome di Fopponino, ma a torto dato che si ingrandì in maniera spropositata: copriva infatti non solo l'attuale isolato della chiesa di san Francesco, ma anche quello che si apre attualmente alla sua sinistra. Tuttavia quel camposanto durò pochi decenni ancora: nel 1895 infatti fu aperto il Cimitero maggiore e contemporaneamente chiuso il Fopponino di porta Vercellina. Tra le salme riesumate c'era anche quella di Margherita Barezzi, prima moglie di Giuseppe Verdi che volle essere sepolta qui accanto al loro figlio Icilio, morto a solo un anno di vita (la sua lapide la possiamo vedere sul viottolo che da p.le Aquileia conduce alla chiesa di san Francesco).

Foto di PaoloBon 140

Sempre in p.le Aquileia troviamo una cella religiosa che non passa di certo inosservata (e forse era proprio questo lo scopo). E' infatti una piccola cappella dei morti eretta nel 1640 (dieci anni dopo la grande peste) con alla sua sommità scolpiti dei teschi e delle ossa, nonché dei veri crani presenti al suo interno. Il motto "Ciò che sarete voi noi siamo adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso" serviva proprio a ricordare al passante la caducità della vita (Memento mori) e lo invitava a pregare per i defunti.

Passano i decenni e le società cambiano. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Milano assistette ad una esplosione demografica; l'antico cimitero di porta Vercellina venne densamente edificato e così la chiesa dei santi Giovanni e Carlo non bastò più. Fu così che nel 1964 venne inaugurata la moderna chiesa di san Francesco (notevole è la sua pala d'altare che vanta una eccezionale dimensione: 12 metri per 8), la quale ha il proprio ingresso principale in via Giovio.

Eppure la vera curiosità ospitata al suo interno è, diversamente dalla chiesa, antica. Si tratta di un lacerto di affresco (di autore e data sconosciuti), probabilmente in passato ospitato nella canonica, poi abbattuta, della chiesa dei santi Giovanni e Carlo.

Rappresenta una serena Maria incinta e pare sia stato realizzato come ringraziamento per una maternità avvenuta; ad oggi è veneratissima da tutte le donne che desiderano un figlio e il numero di candele che la circondano dimostrano che sono proprio tante.

lunedì 4 gennaio 2021

Lo stupore di CASCINA CORIO




Lunedì mattina di una grigia giornata di gennaio. Mi metto in macchina per giungere pigramente al primo appuntamento di lavoro della giornata, in ritardo ovviamente. Arrivo in via Enna e il “milanese imbruttito” che c’è in me si mette ad imprecare per la topografia di questo angolo di Milano: “ma c’era bisogno di fare una strada ad esse? non si poteva renderla più rettilinea?? Per cosa poi: l’ennesima cascina che ormai non serve più a niente!”

Eppure mentre parole furiose mi impegnano la bocca, lo sguardo cade sulla “cascina inutile”: un fabbricato davvero prestigioso…

Mi riprometto di fermarmi ad ammirarla al mio ritorno e per fortuna, terminato il colloquio mattutino, ho un attimo di pausa.

Parcheggio e mi reco nei pressi della cascina. In quel momento esce un agente immobiliare che, dopo aver salutato cordialmente dei potenziali clienti, mi rivolge la parola, incuriosito dal punto di domanda che mi si è stampato in faccia.

“Cerca qualcuno?”

“No ero semplicemente incuriosito da questa cascina che è decisamente diversa dalle altre in zona: non è per niente tenuta male anzi sembrereb…”

“Vuole visitarla?” mi interrompe l’agente. Timidamente rispondo di sì e mi introduco in un contesto rinascimentale (sento quasi suonare i liuti al mio ingresso…).

Lacerti di affreschi rinascimentali.
Foto di Francesco Mezzotera


Quale la sorpresa nello scoprire che in mezzo ai palazzoni grigi e popolari della, diciamo, Barona viene custodito un immobile che risale al XV sec.!

Palazzoni moderni incombono sulla cascina
tutelata dal vincolo ambientale.
Foto di Francesco Mezzotera


Grazie al mio fortuito Cicerone quella mattina scopro la storia della Cascina Corio, di recente trasformata in un elegante condominio con tanto di appartamenti moderni al proprio interno.

Sorgeva nel cuore di Ronchetto sul Naviglio, comune indipendente fino al 1924, anno in cui venne annesso a Milano. Si suppone che Ronchetto fosse di origine romana dato che la via Merula, prospicente alla cascina stessa, probabilmente aveva funzione di Decumano.

Via Merula
Foto tratta da www.ilcielosumilano.it


La cascina non era semplicemente un luogo di lavoro dei contadini, ma anche una delle residenze della nobile famiglia Corio. Questi ultimi erano al servizio degli Sforza; addirittura Giovanni Angelo era capo delle guardie di Galeazzo Maria, nonché titolato a riscuotere il dazio dalle imbarcazioni transitanti sul vicino Naviglio. Questo ci fa quindi pensare che Cascina Corio avesse principalmente la funzione di dogana.

L’edificio è dunque costituito da due corpi distinti: al civico 15 della via Merula troviamo la residenza nobiliare, mentre al 13 l’ex cascina vera e propria.

Giardino condominiale all'interno dell'ex cascina


Come si presentava la stessa corte prima del suo restauro
Foto tratta da www.milanoneicantieridellarte.it


L’ingresso nobiliare ci accoglie con un soffitto finemente affrescato (XVI sec.), mentre all’interno ancora si conserva la “Sala Picta” così chiamata per la sua fascia decorativa lungo tutte le quattro pareti con tanto di puttini. Era questa probabilmente la camera nuziale dei nobili proprietari ed oggi trasformato in un monolocale abitato da condomini decisamente fortunati! All’ingresso della Sala Picta, sulla parete esterna, invece fa bella mostra di se’ una ceramica della scuola di Andrea della Robbia.



La chiesetta in origine intitolata a san Silvestro e che si affaccia su via Merula è stata elegantemente recuperata e trasformata in un potenziale appartamento con tanto di travi originali a vista, rosone e soffitto di ben 8 metri.


L’elegante corte rettangolare di quella che era la residenza, nonché luogo di lavoro, dei contadini ha un elegante aspetto antico (ingresso dal civico 13). Qui si apre il salone della casa padronale impreziosito da un camino del XVII sec. affiancato da due antichi bassorilievi e altrettante grate. La cascina infatti fu per un periodo abitata dalle monache dell’ordine di santa Maria della Valle e quindi c’è da supporre che le grate vennero poste in questo periodo.


L’agente immobiliare, terminata la sua visita guidata, si volta a guardarmi e a fatica faccio in tempo a chiudere la bocca spalancata per tanta bellezza inaspettata!

E’ incredibile pensare che la rigogliosa campagna lombarda che qui avremmo trovato è stata violentata da una edilizia moderna che tutto cercava tranne che la conservazione del bello. E bello è questo angolo di Milano racchiuso tra le mura di un condominio davvero speciale!

Antica rimessa delle carrozze

Ringrazio il mio Cicerone, saluto e mi avvio all’auto con uno sguardo sorridente, convinto finalmente che il resto della giornata non potrà che essere positivo.



Un sentito ringraziamento all'agenzia San Martino Immobiliare.
Le foto senza citata fonte sono tratte da villa durini

domenica 6 dicembre 2020

Capolinea: IL Jazz a Milano.

foto tratta da www.style.corriere.it


"Sono contenta di quello che ho vissuto… Se penso a quello che le mie amiche mi dicevano: trascorriamo una vita troppo regolare, fatta di ore passate in ufficio e di domeniche dedicate all'arrosto...Invece io ho avuto modo e ho modo di conoscere tante persone belle e interessanti".

Queste sono le sante parole di Angelica Vanni, figlia dell'ideatore del Capolinea, il mitico Giorgio.

Sabato sera ricevo una telefonata che è davvero un regalo: la signora Angelica infatti, in mezzora di chiacchierata, mi porta in una Milano che non c'è più, una Milano davvero autentica.

Mi racconta degli inizi di quella che poi diverrà l'unica istituzione jazz a Milano negli anni '70. Il Capolinea infatti venne fondato il 14 Dicembre del 1969, due giorni dopo un capitolo davvero triste per Milano: la strage di piazza Fontana. 

foto tratta da www.espresso.repubblica.it


Quello che fece Giorgio Vanni fu qualcosa di semplice eppure storico, perché si sa: dove c'è divertimento, c'è anche successo.

In quel giorno il batterista toscano rilevò un locale di poche pretese, il "Ristorante Bellaria". Si trovava in via Ludovico il Moro 119, in una zona di campagna, tra i borghi di Restocco Maroni e Ronchetto sul Naviglio. Accanto al "Ristorante Bellaria" c'era la Ca' Bianca, una delle tante cascine che caratterizzavano questa parte di territorio. Era la Ca' Bianca probabilmente anche lei destinata all'abbandono (cosa che poi per fortuna non avvenne) in quella Milano lanciata verso un futuro industriale e poi tecnologico.

Giorgio Vanni con Dizzy Gillespie
Foto tratta da www.capolinea.altervista.org


Già, perchè i Navigli non erano quelli che conosciamo noi oggi, zona patinata di "movida imbruttita". Era semplicemente quella fetta di Milano dove abitavano gli operai, spesso venuti dal Meridione per lavorare nelle tante fabbriche cittadine. Era quella fetta di metropoli dove d'estate eri costretto a lottare contro le zanzare e d'inverno rischiavi di ritrovarti con la bici in mezzo ai campi se non conoscevi a memoria le strade, tanta la nebbia che c'era. Era quella fetta di "Milano con il cuore in mano", dove i fine settimana non si trascorrevano nelle seconde case sul lago, ma sui ballatoi delle tante case di ringhiera a parlare con i vicini  e a rimproverare i bambini che giù in cortile si sbucciavano le ginocchia a furia di giocare.

Foto tratta da www.macchiedichina.com


Qui, in questo angolo di Milano, fuori da ogni meta d'élite, il buon Giorgio fonda il Capolinea. Lo chiama così perché nella vicina p.le Negrelli faceva capolinea il 19. Oltre c'era l'estrema periferia (Ramazzotti, a proposito di Roma, qualche anno più tardi, canterà "Dove i tram non vanno avanti più").

Il passionale Vanni era infatti stanco di suonare quella melensa musica italiana nei vari locali cittadini. Eppure doveva guadagnare, lui che di figli (anzi, figlie) ne aveva ben tre. Eppure, riposte le bacchette, dopo ore ad accompagnare rime con "amore e cuore", dava finalmente sfogo alla sua passione: il Jazz!

Questo genere, che poco si sposa con la rigidità della canzonetta italiana, ma che più assomiglia ad un polipo danzante in un mare scuro di note d'argento, aveva decisamente conquistato molti milanesi. Al "Ristorante Bellaria" il Giorgio (come lo chiamavano qui a Milano) aveva costruito un palco di legno rifornito di ogni strumento utile per suonare jazz. Ogni sera c'era un trio base composto da basso, batteria e pianoforte e chi voleva poteva liberamente aggiungersi.

Steve Lacy
Foto tratta da www.capolinea.altervista.org


Qui arrivavano gli artisti, stranieri e italiani che, terminata la serata, magari al Teatro Lirico, volevano finalmente dare sfogo all'improvvisazione...perché il jazz è proprio questo: talento e improvvisazione. Qui gli spettatori, che erano giunti numerosi fin da qualche mese dopo grazie al passa parola, hanno avuto modo di ascoltare delle jam session storiche capaci di arrivare fino all'alba. Il pubblico era composto da veri amanti del jazz, che spesso non si decidevano ad andare via finché il sassofonista non riponeva lo strumento nella custodia. Qui si respirava un clima famigliare ed accogliente: il più acclamato musicista americano magari si ritrovava a dare una mano in cucina. La cantante di colore così ammirata in tutto il mondo andava in giro per il locale in ciabatte (magari chieste in prestito alla giovane Angelica) perché i tacchi a lungo andare "ammazzano le caviglie".

E poco importava del cibo. Il "Ristorante Bellaria" era ormai un lontano ricordo. Qui si ascoltava buona musica e magari si aveva modo di piluccare qualcosa, perché a una certa ora della notte la fame veniva. Solo dopo qualche anno la famiglia Vanni ha organizzato un vero e proprio ristorante al Capolinea. Ma la cucina era comunque semplice e casalinga (famosa era la pasta e fagioli della milanesissima signora Maria, moglie di Giorgio).

Da questo locale sono passati i grandi della musica, anche chi con il jazz non centrava niente...come Fabrizio De Andrè, che permetteva alla bottiglia d'alcool di adombrare la sua luce. Delicato il ricordo della signora Angelica del grande Pino Daniele, definito "un gran signore". Commovente il racconto di Chet Baker, amico di famiglia e definito "un vero musicista, perché Chet era LA musica".

Chet Baker
Foto tratta da www.capolinea.altervista.org


Ascolto con piacere l'elenco di nomi di musicisti a me sconosciuti e che mi aprono un mondo decisamente nuovo: James Cotton, Gerry Mulligan, i Vanadium...

Eppure tutto ha una fine e così la Milano nebbiosa che accoglie divinità del jazz disposte solo a divertirsi, lascia il posto a musicisti che parlano solo attraverso i propri manager.

Nel 1999 il Capolinea viene abbattuto e al suo posto viene costruito un condominio. Il vicino cabaret Ca' Bianca continua ad ospitare concerti jazz, ma è una musica diversa, più sofisticata e che sa poco... di pasta e fagioli!


Ma il nome "Capolinea" non è morto: Angelica ha infatti aperto una omonima trattoria nella vicina via Lombardini e, anche se non si ha modo di ascoltare musica dal vivo, si ha comunque la possibilità di gustare una cucina davvero deliziosa.

Trattoria Capolinea

La signora Angelica con Stefano Senardi, Shel Shapiro e Maurizio Vandelli


Che dire... Grazie Giorgio!  

domenica 1 novembre 2020

IL CIMITERO DELLA MOJAZZA E I SUOI ILLUSTRI OSPITI


Cimitero della Mojazza. Foto tratta da www.urbanfile.org

Quella che vediamo in foto è piazzale Lagosta, zona nord di Milano. Da qui attualmente parte viale Zara, che collega la città con la Brianza.
Per essere più precisi, quello che vediamo in foto è ciò che c'era prima di questo grande piazzale.
Fino al 1895 infatti in questa zona avremmo trovato un enorme cimitero cittadino periferico, poi soppresso con l'apertura del Maggiore e del Monumentale.
Il nome Mojazza venne mutuato dalla vicina omonima cascina chiamata così perchè sorgeva su un terreno decisamente pregno di acqua (mojà in milanese significa inzuppare, ammollare).
Qui avremmo trovato tombe di milanesi comuni ed illustri delle quali però si sono perse le tracce. Se desideriamo portare un fiore sulla sepoltura di qualcuno che ha fatto la storia di Milano, ad oggi possiamo recarci unicamente al Monumentale, mentre del Mojazza rimangono solo poche tracce, ingoiate dalla città frenetica e moderna.

Isola di Lagosta in Croazia.
Il piazzale prende il nome da questa piccola isola dalmata.
Foto tratta da www.viagginews.com


Curioso è entrare nel cortile del civico 1 e notare una lapide tombale dedicata al Parini.
L'autore de "ll giorno" morì il 15 agosto 1799 e chiese espressamente di essere tumulato in una tomba semplice. Per tale ragione fu sepolto in questo cimitero forse in una fossa con sopra una anonima croce di legno. L'unica differenza in quel periodo che passava tra i nobili e i plebei era che i primi potevano essere sepolti lungo il muro di cinta in modo che nei pressi della loro tomba poteva essere affissa una lapide in loro memoria. E' per questa ragione che oggi possiamo ancora ammirare una traccia che ci ricorda il Poeta.

Lapide tombale dedicata a Giuseppe Parini
(P.le Lagosta, 1)
Foto di Andrea Cherchi

Eppure la stessa targa la troviamo nel Palazzo di Brera. Il mistero è decisamente fitto, ma pare che quella in piazzale Lagosta non sia altro che una copia in cemento postuma dell'originale che troviamo tutt'oggi nei pressi della Biblioteca Braidense.

Lapide posta all'ingresso della biblioteca Braidense
Foto di Giovanni Dall'Orto



Un altro personaggio famoso qui sepolto (oltre a Cesare Beccaria, Melchiorre Gioia e Francesco Melzi d'Eril) era sicuramente Carlo Mozart.

Carl Thomas Mozart
Foto tratta da Wikipedia

Quest'ultimo era uno dei sei figli del genio austriaco morto quando il piccolo Carlo aveva solo sette anni. Della numerosa prole solo due sopravvissero ed uno era proprio Carlo. Il bambino nutriva nei confronti del famoso padre un amore sterminato, tanto che anche lui  desiderava diventare un musicista. Eppure la madre scelse il fratello quale erede di Wolfang. Per lui si era invece optato per un lavoro da commerciante.
All'età di tredici anni Carlo dovette rinunciare ai suoi sogni e trasferirsi, su ordine della mamma, a Livorno, dove lavorò come commesso. Nel 1805 si trasferì nella napoleonica Milano, dove continuò a fare tristemente l'impiegato. Un raggio di sole arrivò nella sua vita quando gli venne chiesto, da parte di un colonnello asburgico, di impartire lezioni di piano alla figlia. "Galeotto fu il pianoforte": tra una lezione e l'altra, sbocciò l'amore che portò al concepimento di una bambina. La piccola però morì all'età di dieci anni probabilmente per vaiolo. A questo punto Carlo, dopo qualche lustro di lavoro, sempre più triste, andò in pensione e si ritirò sul lago di Como. Qui si spense all'età di settantaquattro anni e con lui si estinse la genialità dei Mozart, dato che anche il fratello morì senza avere figli...Colpisce il testamento di Carlo: il musicista mancato chiese espressamente di essere sepolto dopo svariate ore perchè temeva di fare la fine presunta del padre. Wolfang Amadeus Mozart infatti si spense a soli trentacinque anni e sulla sua precoce e misteriosa morte sono state elaborate ben 141 ipotesi. Tra queste quella secondo la quale il genio austriaco fu sepolto ancora vivo, dato che venne scambiato un suo svenimento per la morte definitiva.

Wolfgang Amadeus Mozart
Foto tratta da Wikipedia


..Ma torniamo al Mojazza: nel 1895 si iniziò lo sgombero del cimitero e, nei successivi dieci anni, le tombe vennero trasferite al cimitero Maggiore. Eppure molti resti mortali vennero dispersi durante questo trasferimento, tra cui anche quelli del Parini e di Carlo Mozart.

Cimitero del Mojazza in stato di abbandono.
Tra le erbacce alte si notano ancora delle croci tombali


Ancora nel 1920 la cronaca racconta che l'ex cimitero era ormai diventato in gran parte un terreno incolto. Una parte era occupata da una carovana di nomadi, mentre un lotto del terreno era stato preso in affitto dalla gloriosa squadra meneghina dell'Unione Sportiva Milanese la quale in questo posto faceva scaldare, prima delle competizioni, le squadre avversarie. Questa ere sicuramente una mossa strategica. Si racconta infatti che dal terreno spuntavano ogni tanto delle ossa umane rimaste ancora nell'ex cimitero, tanto che gli avversari si recavano alla partita con la morte negli occhi!

Unione Sportiva MIlanese
Foto tratta da www. storiedicalcio.altervista.org


Solo nel 1922 si iniziò a costruire e a cambiare il volto di quello che sarebbe diventato l'attuale trafficata piazzale Lagosta.

Piazzale Lagosta
Foto tratta da www.milanopost.info


E' passato più di un secolo dalla chiusura del Mojazza, eppure c'è chi sostiene che quel che rimane del Parini lo possiamo trovare sotto le fondamenta dei condomini moderni...indegna sepoltura che fece fortemente arrabbiare un certo Ugo Foscolo.

Ugo Foscolo
Foto tratta da www.artspecialday.com

lunedì 22 giugno 2020

"Super Bignami" della famiglia VISCONTI


Il Biscione dei Visconti. Foto tratta da Wikipedia


In origine i Visconti, potenza irrefrenabile del nord Italia, altri non erano che la nobile famiglia regnante del piccolo paesino di Massino, in provincia di Novara.
Ottennero il titolo di Signore di queste terre nell'Alto Medioevo dall'Imperatore del Sacro Romano Impero.
Da qui il loro nome: VIS (vice) CONTE, dove per Conte si intendeva l'Imperatore.
Con il passare del tempo si vennero a creare diversi rami della famiglia. Quasi probabilmente dominarono tutta la parte occidentale del lago Maggiore ed è per questo che il Duomo di Milano poteva liberamente approvvigionarsi del marmo delle cave di Candoglia, a poca distanza dal loro paese natio.

Cava di Candoglia (con copia della Madonnina all'ingresso)
Foto tratta da www.tgcom24.mediaset.it

Un ramo dei Visconti giunse a Milano si ipotizza nel XII sec. con Ruggero.
Ottone (1207-1295), il nipote di quest'ultimo, venne eletto come arcivescovo della città. Nella sua carriera ecclesiastica, ricoprì a lungo il ruolo di segretario di un potente cardinale del Vaticano. Fu quest'ultimo a volere il Visconti quale arcivescovo di Milano, a dispetto della potente famiglia dei Della Torre. Questo episodio fu solo l'inizio di una conflittualità tra le due nobili stirpi cessata nel 1277 con la battaglia di Desio, nella quale i Visconti ebbero il sopravvento sui Della Torre. A partire da questa data Ottone divenne Signore di Milano e della Lombardia, oltre che arcivescovo.

Ottone Visconti che entra vittorioso a Milano
Affresco sito nella rocca di Angera
Foto tratta da www.medioevo.org


Finalmente nel 1395 i Visconti, con Gian Galeazzo Visconti, riuscirono ad ottenere il titolo di Duca di Milano dall'Imperatore e quindi ad essere riconosciuti in maniera cristallina Signori della città.
Tuttavia con la morte di Filippo Maria Visconti (1497) questo dominio, dopo più di due secoli, cessò.
Ai Visconti subentrarono gli Sforza (Francesco Sforza fece decisamente un grande affare nello sposare Bianca Maria Visconti, figlia unigenita di Filippo)...ma questa è decisamente un'altra storia.

Francesco Sforza
Foto tratta da Wikipedia

sabato 9 maggio 2020

LA MILANO DI GIORGIO GABERSCIK


Foto tratta dalla pagina Facebook GiorgioGaberOfficial

"Milano con il cuore in mano" è la città che forse più di altre in Italia ha sposato la meritocrazia e dunque non importa da dove vieni, quello che conta è quello che vali.
Se esiste una "scuola genovese" allora potremmo affermare che ne esiste una milanese. Eppure Jannacci aveva origini pugliesi, come Celentano, Fo veniva dal lago Maggiore ... e Gaber?
Sono decisamente chiare le origini del "signor G". Basta infatti conoscere il suo cognome per intero (Gaberscik) per capire che anche lui non poteva vantarsi di "essere milanese da sette generazioni".

Giorgio Gaberscik nasce a Milano in via Londonio 28 (zona corso Sempione) il 25 gennaio 1939 da mamma veneta e padre triestino con chiare origini slovene.

Foto tratta da www.ilgiorno.it


Deve ad una sfortuna la sua fortuna: all'età di otto anni si ammala di poliomielite che gli procura una lieve paralisi alla mano sinistra. Il padre decide di regalargli una chitarra per spingerlo ad usare la mano offesa. Su imitazione del fratello maggiore (Marcello) il piccolo Giorgio impara decisamente bene ad utilizzare lo strumento. Durante la sua carriera infatti viene considerato uno dei migliori chitarristi in Italia.

Foto tratta da www.blogfoolk.com


Da adolescente studia come ragioniere, eppure la musica sin dall'età di quindici anni diventa qualcosa di più di un semplice passatempo, tanto che nel 1954 inizia ad esibirsi come chitarrista jazz insieme al gruppo "Ghigo e gli arrabbiati" nei locali allora più importanti per questo genere musicale: il club Tricheco, la Taverna Mexico e l'Arethusa.

La vera svolta arriva alla tenera età di diciassette anni: entra a far parte dei Rock boys, complesso di Adriano Celentano, gruppo habitué del club Santa Tecla.
E' in questa occasione che conosce Enzo Jannacci (pianista del gruppo). Tra queste due "belle teste"  nasce subito un'amicizia che durerà tutta la vita e che si trasformerà in un duo musicale nel '59: I due Corsari (che incideranno però solo sei 45 giri).

Foto tratta da Wikipedia


Sono questi anni davvero prolifici per il giovane Giorgio: sempre nel 1959 si esibisce al palazzo del ghiaccio come solista in una serata rock alla quale partecipano anche Mina, Celentano, Little Tony...
L'anno successivo tiene con Maria Monti (con la quale ha una relazione sentimentale) uno spettacolo concerto "Il Giorgio e la Maria" al teatro Gerolamo durante il quale cantano il loro repertorio e alcune canzoni della tradizione milanese.
Sempre nel 1960 viene pubblicato uno dei suoi singoli più famosi e più "meneghini": la ballata del Cerutti; non da meno è Trani a gogò in quanto a milanesità, del 1962. L'anno successivo è la volta di Porta Romana.

Scenografia migliore non la potevano scegliere Giorgio Gaber e Ombretta Colli per il loro matrimonio (1965): l'abbazia di Chiaravalle...

Foto tratta da www.cinemecum.it


Il nuovo decennio spinge il cantautore milanese ad assumere una valenza meno locale e più nazionale: nel 1970 infatti inventa il "Teatro canzone" che gli permette di affrontare con maestria e leggerezza tematiche importanti attraverso parlato e canzoni.
"Teatro canzone" che porta avanti fino agli ultimi anni della sua vita. Muore infatti il pomeriggio del capodanno del 2003. I funerali hanno avuto luogo nello stesso posto dove ha sposato la sua Ombretta, a Chiaravalle. Ad oggi riposa nella cripta del Famedio del Cimitero Monumentale in compagnia di tanti illustri milanesi, tra i quali l'amico Vincenzino Jannacci.

Foto tratta da www.latinacittaaperta.info


Dunque avventuriamoci con Giorgio Gaber alla scoperta di questa città che vive al presente e che fa fatica anche a conservare memorie di un fresco passato...

I suoi esordi avvengono nei locali jazz più importanti della città negli anni '50, in primis La Taverna Mexico.
Aperta nel 1951 in via san Giovanni sul Muro, la Taverna consente, a chi non è mai uscito da Milano, di sognare posti esotici come il Messico (per il bizzarro arredamento) o l'America (per la sublime musica qui suonata). Ma ciò che maggiormente colpisce sono i frequentatori abituali...Di certo in questo locale non possiamo pretendere di trovare "la Milano bene" del momento: prostitute, spacciatori, camerieri nani che ballano il tip-tap dividono i metri quadri con personaggi più famosi come Piero Manzoni, Alida Valli o Giancarlo Cazzanica (autore di tele in grado di riprodurre le sensazioni del jazz). La Taverna chiude dopo qualche anno anche perchè forse non è stata in grado (o non ha voluto) di reinventarsi in cabaret (vedi Derby...).

Opera di Giancarlo Cazzaniga
Foto tratta da mincioedintorni.com


Un altro posto mitico per il jazz (e frequentato da Gaber in qualità di musicista) è il club Tricheco. Situato esattamente accanto all'attuale Zelig a Gorla, questo club in origine era una balera: la Balera del Buschett, dato che lì vicino c'era un piccolo bosco. Cessata la guerra, negli anni '60 si reinventa come locale per musica dal vivo...e che musica! Qui infatti si esibiscono Gaber, Celentano, i Dik Dik...

Foto tratta da www.gianantoniomuratori.com



Infine un altro punto di riferimento per gli amanti della musica d'oltre oceano è l'Arethusa. Situata in piazza Diaz, angolo via Giardino, le mura che hanno ospitato questo monumento del jazz meneghino si ritrovano disabitate, dato che il locale è attualmente sfitto.

In compenso il santa Tecla (nell'omonima via) è un locale storico per l'intera musica italiana. Qui infatti, nel piano interrato sono nati artisticamente cantanti come Luigi Tenco, Adriano Celentano, Lucio Battisti. Fa tristezza pensare ai fasti gloriosi di questo posto così importante e oggi invece ridotto a palestra non desiderosa, per di più, di dare luce alle sue epiche origini.

Foto tratta da www.yelp.it
In questa foto non è ancora una palestra...



Giorgio Gaber ha contribuito alla costruzione della gloriosa storia del Palazzo del Ghiaccio di via Piranesi.
Costruito nel 1923 in stile Liberty per ospitare principalmente allenamenti e gare di sport su ghiaccio, sin dall'inizio ha dato spazio a manifestazioni culturali varie. Mitico rimane il concerto dei Pink Floyd del giugno 1971...

Palazzzo del Ghiaccio. Foto tratta da storiedimilano.blogspot.com


Foto tratta da www.witmatrix.com

Ad oggi le gare sono state spostate nel nuovo PalaAgorà sito in zona Inganni.


Il teatro Gerolamo è sinonimo, nella memoria dei milanesi, di spettacoli di burattini della gloriosa compagnia dei Colla. Eppure negli anni sessanta questo piccolo teatro (ad oggi ospita 210 posti) dava spazio alle esibizioni più svariate tra cui anche "Il Giorgio e la Maria".
E' comunque il Gerolamo un piccolo gioiello tutto da scoprire in questa sorprendente città. E' stato ristrutturato seguendo il modello del più celebre teatro alla Scala...dunque, una volta seduti tra le sua fila, ci sembrerà di stare al Piermarini...ma in scala!

Foto tratta da www.operaincasa.files.wordpress.com



"La ballata del Cerutti"parla di un ambiente che non esiste più, un ambiente di periferia milanese. anni '60, dove gli uomini del quartiere (in questo caso il Giambellino) trascorrono il proprio tempo libero al bar che ha inoltre una funzione terapeutica, dato che qui ci si può sfogare e trovare aiuto.
E' questa una Milano popolata da "ladri di galline" come nel caso del Cerutti Gino che, negato per il mestiere di ladro, cerca di rubare una moto per poi finire direttamente a san Vittore. Eppure al suo ritorno al bar, tra gli amici "sale di graduatoria", tanto che il suo soprannome passa da "Drago" a "Duro".
Il bar del Giambellino esiste ancora. Si trova al civico 50 dell'omonima via. I nipoti dell'ex proprietario (Luigi Galli), i signori Fiamenghi, ricordano Gaber quale persona gentile e distinta che si fermava al bar per fare l'aperitivo prima di andare a prendere la fidanzata (Ombretta Colli) all'università.
Oggi tutto è cambiato...il bar ha mutato proprietà: al sig. Galli si sono sostituiti i f.lli Hu (milanesi di origini cinesi). L'insegna è stata sostituita, il biliardo (principale passatempo degli avventori del bar Gino) rottamato e il locale biliardo usato come magazzino.
A proposito: pare che il protagonista del famoso singolo di Gaber "Il Riccardo" (..."che sa giocare anche a biliardo") fosse Riccardo Miniggio, in arte "Ric" che con "Gian" hanno fatto la storia della comicità nazionale tra gli anni '60 e '80.

Foto tratta dalla pagina Facebook Milano sparita e da ricordare



La stessa atmosfera da bar degli anni '60 la troviamo in "Trani a gogò", locale popolato da personaggi pittoreschi ed inimitabili.
Eppure perchè in questo pezzo Gaber chiama il bar "Trani"? Pare infatti che a fine '800 la Francia impedì ai vinificatori pugliesi di esportare il proprio vino. Fu così che arrivati alla frontiera, soprattutto i tranesi, tornarono indietro e, invece di giungere fino a casa propria, si fermarono a Milano dove aprirono dei bar con mescita di vino pugliese. Dall'origine dei proprietari quindi questi locali presero il nome di Trani e con il tempo un po' tutti i bar vennero chiamati così per un lungo periodo.

Foto di Raffaella Losapia



La produzione del sig. Gaberscik è sempre stata improntata sull'ironia, eppure in "Porta Romana" viene affrontata in maniera mirabile un tema classico della musica leggera: l'abbandono da parte della propria amata.

Immagine un po' sfuocata tratta dal video della canzone.
Notare il bigliettaio sul tram...figura mitologica ormai scomparsa.


...E allora, grazie al cantautore milanese, conosciamo alcune curiosità di questa parte della metropoli.
Nei due brani precedentemente affrontati in questo post l'ambientazione era una sola: quella dei bar, dei locali pubblici. A tal proposito in porta Romana si trova una via (via Oste) che ci ricorda come questo antico corso fosse la zona "della movida" fino al XVIII sec (nel 1600 si contavano 18 locande nel solo corso, ad es.). Qui infatti avremmo trovato molte osterie e la toponomastica di questa breve via ce lo ricorda.
Ma la frequentazione dei bar porta spesso a conseguenze tangibili quali l'ubriacatura...
Ci troviamo in via Tiraboschi, a 500 m circa dalla porta Romana spagnola, e il monumento ai caduti (1923) che qui vediamo è denso di retorica fascista: nell'intenzione del suo autore (Enrico Saroldi) i tre protagonisti dell'opera dovevano rappresentare Milano (figura centrale) ferita dai bombardamenti austriaci durante la Prima Guerra Mondiale, sorretta da un soldato della Lega Lombarda e da un altro dell'Impero Romano...Eppure, poco tempo dopo la sua inaugurazione, l'opera si è guadagnata l'appellativo di "la statua di tri ciucc" (ubriachi)!

"La statua di tri ciucc"
Foto di Francesco Mezzotera


Chissà se il 12 aprile del 1965, uscendo dalla chiesa, lo sguardo dei due sposini Giorgio e Ombretta è caduto sulla torre campanaria dell'abbazia di Chiaravalle, chiamata in dialetto milanese "Ciribiciaccola"? Sì perchè ad essa è legata una filastrocca che sicuramente Gaber avrà conosciuto e solo per caso non l'ha musicata.
Eccola

« Sora del campanin de Ciaravall
gh’è una ciribiciaccola
Con cinqcentcinquantacinq ciribiciaccolitt
var pusse’e la ciribiciaccola che i soo cinqcentcinquantacinq ciribiciaccolitt?
quant i cinqcentcinquantacinq ciribiciaccolitt voeren ciciarà con la ciribiciaccola
la ciribiciaccola
l’è pronta a ciciarà con i cinqcentcinquantacinq ciribiciaccolitt
la ciribiciaccola la ciciara i ciribiciaccolitt ciciaren
ma la ciciarada de la ciribiciaccola l’è pusse’e lunga de quela de i cinqcentcinquantacinq ciribiciaccolitt »



« Sul campanile di Chiaravalle

c'è una ciribiciaccola

con cinquecentocinquantacinque ciribiciaccolini.

Vale di più la ciribiciaccola

dei cinquecentocinquantacinque ciribiciaccolini?

Quando i cinquecentocinquantacinque ciribiciaccolini vogliono chiacchierare con la ciribiciaccola

la ciribiciaccola è pronta a chiacchierare con cinquecentocinquantacinque ciribiciaccolini

la ciribicciaccola chiacchiera, i ciribiciaccolini chiacchierano

ma la chiacchierata della ciribiciaccola è più lunga di quella dei cinquecentocinquantacinque ciribiciaccolini. »

(dove i ciribiciaccolini forse sono le colonnine della torre)

Torre campanaria dell'abbazia di Chiaravalle
Foto di Francesco Mezzotera



Sempre a Chiaravalle si svolgono i funerali nel gennaio del 2003...
Ad oggi Giorgio Gaber riposa nella cripta del Famedio del Cimitero Monumentale, cimitero che merita senz'altro di essere visitato e conosciuto (https://milanocuriosa.blogspot.com/search?q=cimitero+monumentale) quale museo a cielo aperto.

Foto tratta da http://criticalcity.org/



Si chiude qui il post dedicato ad un milanese illustre che, con la sua intelligenza ed ironia, ha saputo sconfiggere la morte rendendosi celebre anche alle future generazioni. I ragazzi di oggi e di domani, se lo vorranno, avranno modo di divertirsi ascoltando le deliziose parole di Gaber...perchè quello che emerge dalla sua vita e dalla sua arte è senz'altro il desiderio di sorridere sempre e comunque.

Grazie Giorgio.

Foto tratta da www.popcorntv.it