lunedì 28 settembre 2026

VIA FESTA DEL PERDONO


Lorenzo Brusetti, oltre ad avere una grande testa, è anche un grande amico. Le sue conoscenze spaziano dalle galassie, alla storia degli edifici anche più insignificanti della nostra città. 

Svariate volte Milanocuriosa è stata ospite del suo canale Youtube BRU.CO.

Oggi è arrivato il momento di rendere il favore.

E lo facciamo con molto entusiasmo, a maggior ragione che l'argomento trattato è davvero curioso (e dunque quale migliore accoglienza se non in questo blog??).

Le parole a seguire sono di Lorenzo… Buona lettura!:)


Questo contributo nasce durante una recente cena tra Francesco Mezzotera, autore del blog Milanocuriosa, e me, ossia Lorenzo Brusetti, uno dei due artefici della pagina Youtube “BruCo Storia di Milano e della Brianza”. 

Eravamo ad un tavolo di una splendida trattoria nel quartiere Turro. Chiacchiera qua, chiacchera là, arriviamo a parlare degli ospedali che un tempo erano in zona via Laghetto. 

Ben prima dell'Università degli Studi di Milano, c’era un ospedale, la Ca’ Granda….

Ecco la sorpresa che non tutti conoscono: oggi tutta la strada che fiancheggia ad ovest il lato dell'ex Ospedale Maggiore è nota come via Festa del Perdono, dal nome di una festa religiosa istituita da Francesco Sforza per finanziare la costruzione del nosocomio pubblico. Ma a noi non interessa quest’ ospedale, bensì quello che c'era prima in zona.

Sapete come si chiamava la parte più settentrionale di via Festa del Perdono nel 1740? Beh, un nome imbarazzante da scrivere su una cartolina di auguri. Si chiamava infatti Contrada Cacca in Braga (oggi questo toponimo potrebbe essere tradotto in “via cacca nei pantaloni”)!

Mappa proveniente dall'archivio di stato di Milano


 Il curioso nome dovrebbe farci riflettere sulle sofferenze enormi che provavano i nostri avi milanesi in un’epoca dove non esisteva la medicina attuale. Il nome "Cacca in Braga" potrebbe derivare dal soprannome dato dai milanesi a qualche sfortunato abitante del luogo. Ma è più probabile che derivi dalla frequentazione della via da parte di malati e pitocchi che percorrevano la strada per recarsi nei numerosi ospedali che esistevano nelle vie attigue. Teniamo conto che la principale causa di morte in quegli anni era dovuto proprio a malattie gastrointestinali, a causa di batteri enterici patogeni che erano particolarmente favoriti dalle scarsissime norme igieniche e dagli alimenti ben lontani dalla sicurezza in termini di cariche batteriche. Che quindi Cacca in Braga derivi da uno sfortunato milanese con problemi intestinali, o che derivi dal flusso continuo di disperati che andavano in un ospedale dove sapevi già che probabilmente non saresti mai uscito, in ogni caso è legato al problema dei servizi sanitari della Milano rinascimentale e moderna. Ma perchè un povero Milanese con la dissenteria doveva venire nella zona del Brolo prima della costruzione della Ca' Granda?



In epoca romana, la zona era attraversata da una via che usciva dalla romana Porta Tonsa e probabilmente qui era la cosiddetta Arx Romana, grande rocca edificata a difesa del lato sud di Milano. Scavi archeologici nell’area del policlinico hanno portato alla luce diverse tombe romane e una stele di gladiatore; recentemente sono state trovate due vasche di epoca imperiale romana e un gran numero di frammenti di anfore provenienti da Lipari e Milo contenenti allume, che evidenziano un’attività di concia delle pelli. L’attività era probabilmente supportata dalla grande disponibilità di acqua corrente in zona, grazie alle numerose sorgive e rogge, che rendevano l’area non edificabile. Si veniva a creare una estesa zona paludosa creata dal fiume Seveso che scorreva al posto dell’attuale via Larga per poi proseguire in direzione del corso di Porta Romana. A ricordo di quei tempi ancora oggi sopravvive via Pantano. Dal pantano usciva anche un canale denominato cavo S. Ulderico che scorreva verso l’attuale edificio della Ca’ Granda. Il pantano che ne derivava faceva da confine naturale tra le mura romane, situate poco a nord di via Larga, e la campagna retrostante. Tutta la zona divenne poi il cosiddetto Brolo dell’arcivescovo. I Broli, nell’antico lombardo, erano gli orti presso le abitazioni e le cascine. Il Brolo dell’arcivescovo non era altro che una vasta area di orti cittadini e boscaglie, alcune delle quali destinate ad attività ricreative di caccia. Ancora oggi il toponimo Brolo è ricordato dal nome delle antichissime basiliche di S. Nazaro in Brolo e di S. Stefano in Brolo, entrambe di fondazione romana. Proprio per la presenza del Seveso e del pantano era comunque un’area extracittadina relativamente poco appetibile, che venne di fatto urbanizzata solo a partire dal Basso Medioevo. Con l’avvento dell’età comunale, parte del brolo arcivescovile divenne di competenza del Comune di Milano e quindi della signoria, finendo per essere parco del palazzo ducale, oggi palazzo reale. 

Essendo un vasto terreno demaniale, gestito dall’arcivescovo e dai Signori di Milano, a diretto contatto con il palazzo ducale e arcivescovile, ricco di acqua corrente e poco urbanizzato, l’area divenne un punto importante per la costruzione di hospitales religiosi, ossia piccoli monasteri che prestavano servizio di cure mediche relativamente specializzate e ristoro. 

In realtà di hospitales la città ne aveva tanti, antichi e moderni. Ma nella zona di piazza S. Stefano, a pochi passi dal futuro ospedale, accanto alla chiesa di S. Stefano in Brolo vi erano due strutture ospedaliere, costruite da Goffredo da Bussero nel 1145. 

Le strutture erano l’ospedale di S. Stefano alla Ruota e l’ospedale di S. Barnaba in Brolo: uno si trovava nei pressi della chiesa di S. Stefano, e l'altro probabilmente dall'altra parte della piazza. Al tempo degli Sforza, questi due ospedali avrebbero proseguito la loro opera di ricovero fino a essere assorbiti dalla Ca’ Granda nel 1652. Se ci spostiamo poi nella attigua via S. Antonio, dove è l’omonima chiesa, già complesso conventuale ospedaliero appartenente ai frati Antoniani di Vienne, troveremo un terzo ospedale per pellegrini denominato S. Nazaro, fondato da Ruggero di Cerro nel 1127. Per questo motivo il convento antoniano fu denominato anche S. Nazaro dei Porci, perché i frati usavano grasso di maiale per curare i malati del fuoco di S. Antonio. 

A partire dal 1353 i Visconti donarono al convento una parte dei terreni ducali, e per questo motivo di fronte all’ingresso fu posta una colonna stazionaria di stile gotico (attribuita a Jacopino da Tradate) con le insegne degli Antoniani e dei Visconti ed ora conservata al Castello Sforzesco. Nel 1452, in seguito alla costruzione dell’Ospedale Maggiore, il convento perse la sua funzione ospedaliera.

Una concentrazione ospedaliera enorme per Milano, che proseguirà con la costruzione della Ca' Granda prima, e con l'espansione del Policlinico a fine Ottocento verso la chiesa di S. Barnaba.

Parte iniziale di via Festa del Perdono



sabato 1 agosto 2026

LA CERTOSA DI PAVIA, MAUSOLEO DEI VISCONTI



Molte volte la nascita di un monumento è legata al desiderio di prevalsa (è il caso del Duomo), altre volte a un voto espresso (è il caso della Certosa di Pavia).

Agosto 1396: il duca Gian Galeazzo, contrariato dai milanesi che gli hanno impedito di far diventare il Duomo mausoleo della famiglia Visconti, decide di costruirsi ex novo un pantheon familiare.

Peraltro pochi anni prima sua moglie (nonché cugina) disperata perché non riusciva a garantire una discendenza al nobile marito, fa un voto alla Madonna: se riuscirà a rimanere incinta, darà a tutti i suoi figli maschi, Maria quale secondo nome.

Detto fatto: nascono due maschietti; il secondo (Filippo Maria) sarà colui che decreterà la fine dei Visconti al comando della capitale del Ducato.

Ma il voto non finisce qui: se Caterina fosse sopravvissuta al parto, avrebbe fatto costruire una certosa…

Come al solito i lavori si sono protratti molto per le lunghe e dunque, alla posa della prima pietra la moda imperante era quella d'oltralpe: il gotico, che tanta soddisfazione ha regalato ai milanesi.

Tuttavia la Certosa di Pavia è un vero trionfo del Rinascimento, in quanto stile architettonico imperante nel secolo successivo (XV).

Già la sola vista da lontano dell'intero complesso dedicato a santa Maria delle Grazie è in grado di regalare quello che il Rinascimento riesce a offrire a piene mani: armonia e serenità.

Quando si entra nel cortile della Certosa, quasi per incanto, si lasciano nel parcheggio delle auto gli interi affanni che ci portiamo dietro. Qui tutto invita a pensieri leggeri e sorridenti. La struttura è grande; girarla per intero talvolta può sembrare faticoso, ma quasi sempre si ritorna sui propri passi in maniera soddisfatta, dopo una visita alla certosa.

La chiesa è anticipata da un ampio cortile con, a destra la foresteria (chiamata anche Palazzo Ducale, XVII sec.), mentre a sinistra troviamo ciò che rimane delle antiche scuderie.

Cortile della certosa con, a destra, il Palazzo Ducale

Ad oggi la foresteria ospita il Museo della Certosa con, al proprio interno, una vasta esposizione di opere d'arte legate a questa struttura religiosa. Il pezzo più pregiato è senz'altro "Cristo inchiodato alla croce" di Vincenzo Campi (1575). In questo quadro il pittore lombardo rappresenta un momento della Passione poco affrontato: un attimo prima che il Cristo venga inchiodato alla croce. Gesù volge il proprio sguardo insicuro verso il cielo, mentre un soldato gli afferra una mano per poi spingerlo a sdraiarsi sul suo supplizio. La scena è molto realistica, quasi caravaggesca (basti solo guardare i guanti consumati del boia). Un cielo plumbeo sottolinea egregiamente lo stato d'animo del protagonista.

Vincenzo Campi
"Cristo inchiodato alla croce" (1575)


Colpisce molto l'armoniosa facciata rinascimentale che introduce alla chiesa chiara e accogliente. Delle 14 cappelle ce n'è una (la seconda sulla sinistra) che può vantare il pregio di ospitare una reliquia assai preziosa: un pezzo della croce di Gesù.

Dettagli insoliti: 
medaglioni con ritratti di imperatori romani
sul basamento della facciata


La navata, nella sua parte superiore, è caratterizzata da otto bifore affrescate. In due di esse spuntano, quasi incuriositi, due monaci certosini che guardano in basso verso l'assemblea.

Attenzione!
Qualcuno ti osserva da lassù! 


Il transetto spicca per le sue imponenti dimensioni e per le opere preziose in esso custodite.

Nel braccio di sinistra possiamo trovare la sua opera forse più popolare: il cenotafio di Ludovico Sforza e Beatrice D'Este. Ad oggi è possibile ammirare la lastra che avrebbe avuto il compito di chiudere la tomba del duca di Milano e di sua moglie. Quando la duchessa morì (1497) il Moro commissionò al Solari il ritratto dei due coniugi (lui dovette sdraiarsi facendo finta di essere morto). L'artista creò quello che, a detta di tutti, viene considerato un vero e proprio capolavoro della scultura rinascimentale. Per più di sessant'anni Beatrice riposò, per volere di Ludovico, all'interno di quella che doveva essere il mausoleo degli Sforza: santa Maria delle Grazie a Milano. Tuttavia, con l'avvento della Controriforma, i resti della povera Beatrice vennero dispersi, la lastra tombale asportata (fu addirittura divisa in due parti, per poi essere ricomposta alla Certosa nella sua forma originale), mentre Ludovico deportato in Francia (dove poi morì).

Particolare decisamente curioso: le scarpe di Beatrice (le pianelle), con tanto di rialzo per combattere la sua figura brevilinea e comunque tornate da qualche tempo nuovamente di moda!

Lastra tombale di Ludovico e Beatrice


A capocroce invece è possibile ammirare uno degli ambienti più visitati della Certosa: il presbiterio, ossia quell'ambiente, chiuso da una cancellata, utilizzato in passato solo dai monaci certosini. Qui lo sguardo fa fatica a prendere pace, preso com'è da tanta bellezza tramutata in arte. Su tutti spicca il coro ligneo con le sue magnifiche tarsie del XV sec.

Presbiterio

Nel braccio destro del transetto ha trovato finalmente pace il fautore di questa certosa: Gian Galeazzo Visconti. Nel suo testamento infatti chiese di essere seppellito qui, nel mausoleo familiare. Tuttavia le sue volontà non vennero rispettate fino in fondo, dato che desiderava una tomba monumentale, caratterizzata dalla presenza di un imponente cavallo. 

Sepolcro di Gian Galeazzo Visconti

Nel registro inferiore osserviamo il ritratto del duca affiancato da due statue ritraenti le virtù. La scelta di questi due personaggi nasce da un vero e proprio fraintendimento. Quando Gian Galeazzo si sposò per la prima volta infatti entrò in possesso, quale dote matrimoniale, della contea francese di Vertus. Vertus poi italianizzato in Virtù e dunque da qui il suo soprannome "Conte di Virtù".

Gian Galeazzo tuttavia all'epoca doveva apparire ai suoi contemporanei non tanto come un uomo virtuoso, ma imponente. Recenti studi delle sue ossa hanno ipotizzato che probabilmente doveva essere alto quasi 1,90 m e avere una folta capigliatura rossa…


Il Braccio destro del transetto ospita la Sala del Lavabo, la quale permetteva ai monaci di lavare le mani nel momento in cui entravano in chiesa provenienti dai chiostri. Questa sala è anticipata da un maestoso portale chiamato delle Duchesse, perché qui possiamo ammirare i bassorilievi delle mogli dei duchi appartenenti ai Visconti (registro superiore) e a agli Sforza (registro inferiore).

Portale delle Duchesse
Foto tratta da www. agenziacult.it


Il braccio opposto (transetto sinistra) ospita invece la Sacrestia Vecchia anticipata a sua volta dai bassorilievi dei duchi Visconti (in alto) e Sforza (in basso).

Portale dei Duchi

La sacrestia ospita al proprio interno un'opera d'arte davvero particolare: un trittico in avorio risalente a fine 1300, composto da 26 formelle che ritraggono scene di vita di Gesù e Maria. Nonostante possa apparire completamente in avorio, in realtà solo alcune formelle sono composte da questo pregiato materiale. Tutte le atre sono state create utilizzando...osso di bue.

Trittico degli Embriachi

Per comprendere meglio la certosa (la restante parte del monumento, ad esclusione della chiesa) dobbiamo minimamente conoscere l’ordine dei certosini.

Questo nacque nell’XI sec ad opera del santo tedesco Brunone il quale, in età matura, decise di ritirarsi a vita da eremita insieme ai suoi confratelli. Ottennero dal vescovo di Grenoble un terreno sul quale edificare la propria struttura religiosa. Dal momento in cui questa era vicino al paesino di Chartreuse, l’ordine assunse il nome dei certosini.

I certosini ancora oggi fanno una vita molto serrata di eremitaggio. 

La giornata inizia (iniziava nella Certosa di Pavia finché questo ordine religioso ha abitato questo monastero) alle 6.30 del mattino, per protrarsi poi in un regime di solitudine per circa 10 ore, intervallate da due momenti comunitari (messe in chiesa). Dopo una parca cena in solitudine nella propria cella, il certosino si reca a dormire alle 18.45 per poi svegliarsi dopo circa 5 ore per recarsi in chiesa per una preghiera collettiva. Alle 2.30 può infine tornare a dormire per poi riprendere la preghiera alle prime luci dell'alba.

I pasti vanno consumati in perfetta solitudine, ad eccezione del pranzo della domenica che risulta essere collettivo, ma che deve essere effettuato in silenzio (mentre si ascoltano le letture di brani della Bibbia). Solo la domenica pomeriggio i certosini hanno a disposizione una ricreazione di circa due ore, durante le quali possono parlare tra di loro. Il lunedì pomeriggio hanno la facoltà di fare una passeggiata nei dintorni dell'eremo e, se per forza di cose, devono attraversare luoghi abitati, è vietato loro intrattenersi con i locali.

I pasti sono principalmente a base di verdure da loro coltivate (non è prevista la colazione), anche se si possono consumare pesce e i derivati del latte.

I monaci, per poter avere maggior tempo per pregare, delegano le mansioni manuali a dei laici: i monaci conversi, chiamati così perché spesso si sono convertiti alla vita monacale in tarda età. 

Grande Certosa
Foto tratta da www.chartreux.org


I monaci della Certosa di Pavia vivevano in ampie celle, paragonabili a delle piccole villette a schiera poiché avevano un orto piuttosto ampio sul retro. I pasti venivano serviti loro dai conversi attraverso una ruota posta sulla facciata della cella di modo che non ci fosse alcuna interazione tra il converso e il certosino.

Chiostro grande
Fino alla fine del XVIII sec. qui avremmo trovato
il cimitero dei monaci


Stanza nella quale i monaci consumavano i pasti
 
Ruota sulla facciata della cella
che serviva a consegnare i pasti ai monaci

Orto delle celle dei monaci


Il chiostro piccolo raccoglie attorno a sé gli ambienti di vita quotidiana dei monaci: la biblioteca, il refettorio.

Chiostro piccolo

Refettorio
Dietro la parete in fondo, si trovava lo spazio
per i pasti dei conversi
i quali potevano ascoltare le letture
fatte dal pulpito sulla sinistra



Anticamente i certosini di Pavia erano proprietari di molte tenute terriere, in grado di generare ingenti entrate.

Ad oggi la proprietà dell'intera certosa è dello stato italiano e probabilmente sono stati persi gli antichi possedimenti. Permane tuttavia, all'interno della struttura, uno piccolo spaccio dove è possibile acquistare riso, miele, tisane, ma soprattutto il nocino e le gocce imperiali. Attenzione a quest'ultimo alcolico: la sua gradazione alcoolica (90 gradi) sconsiglia a chiunque la sua degustazione allo stato puro (onde evitare feroci ulcere!). 

Questi prodotti venivano prodotti dai monaci cistercensi, i quali avevano preso il posto dei certosini, ma che, ahimè, abbandoneranno la struttura a breve.

L'assenza dei cistercensi comporterà la celebrazione di una sola messa alla settimana da parte dei sacerdoti del vicino paese Certosa di Pavia, nonché l'abbandono dello spaccio (non è stato ancora deciso il futuro di quest'ultimo).  

Antiche tracce dei possedimenti della Certosa di Pavia rimangono ancora oggi sul territorio pavese e milanese. Forse non tutti sanno che… a Trezzano sul Naviglio, a due passi dal canale artificiale, possiamo ammirare quella che anticamente era una grangia, ad oggi adibita a hotel e spaventosamente assediato dai condomini moderni!



Questo mese Milanocuriosa è espatriata fino alla provincia pavese, ma direi che ne è valsa la pena conoscere questo gioiello rinascimentale che meriterebbe di entrare di diritto nel patrimonio dell'umanità dell'UNESCO!



IMMAGINI BELLE, IMMAGINI CURIOSE










Torchio lungo 10 m,
posizionato nelle antiche stalle
 e utilizzato fino al 1911 per fare il vino




martedì 19 maggio 2026

MAGGIOLINA: IL QUARTIERE DELLE FRAGOLE



Emergere dalla fermata Sondrio della linea metro gialla, significa quasi trovarsi dentro la hall di un albergo di lusso.

Ingresso dell'albergo Crowne Plaza
www.cpmilancity.com


Il panorama attorno è uno di quelli che spingono a pensare che Milano è tutto tranne che una città turistica. Tra vialoni congestionati dal traffico e palazzoni di cemento, di certo non vien voglia di fare una bella passeggiata rilassante, a caccia di bellezze e curiosità.

Eppure anche quest'angolo moderno offre spunti per meravigliarsi e scattare delle turistiche fotografie.


La congestionata via Melchiorre Gioia, fino al 1959, altro non era che il Naviglio Piccolo di Milano. Poco più avanti, direzione periferia, la Martesana compiva una curva a gomito per poi andarsi a tuffare nella Cerchia dei Navigli. A Greco ancora oggi possiamo vedere il canale artificiale "svoltare" a sinistra per poi essere tristemente tombinato. Sotto il manto stradale scorre ancora impetuosa l'acqua che anticamente confluiva nella la Cerchia dei Navigli, in Brera.

Punto in cui la Martesana viene tombinata a Greco


Fin dal secondo dopoguerra la sponda sinistra della Martesana (guardando verso i grattacieli di Porta Nuova) è stata caratterizzata dalla presenza di alti condomini, mentre quella destra, da basse abitazioni.

Qui la Milano antica di Crescenzago, Gorla e Greco lascia il passo a quella moderna e futuristica della zona di Gae Aulenti con i suoi incantevoli grattacieli. 

Via Melchiorre Gioia


Eppure, poco fuori dal centro storico di Greco, qualche traccia di antico ancora sopravvive.

Strade come Via del Progresso ci ricordano l'origine popolare e operaia di questa zona milanese. Anche le case basse dell'alzaia (numeri civici dispari di Melchiorre Gioia) nascono circa un secolo fa come alloggi per famiglie di certo non ricche. Oggi tutto è cambiato: quello che anticamente era un quartiere povero (Greco con la sua frazione Maggiolina) ospita invece ricche famiglie che abitano in case indipendenti con domestiche indipendenti.

Basse abitazioni
lungo via M. Gioia


Osteria del Progresso in via del Progresso


Anche le famose case igloo di via Lepanto nascono nel 1946 con l'urgenza di dare un tetto (e che tetto!) agli sfollati milanesi della Seconda Guerra Mondiale.

Queste originali abitazioni vennero edificate velocemente grazie alle sue ridotte dimensioni. Vedono un bilocale al pian terreno e una camera da letto al seminterrato. Delle tre case igloo ancora presenti, spicca per originalità quella interamente dipinta di bianco, che la fa sembrare una vera e propria abitazione eschimese (notevole anche l'arredamento interno).

Casa a igloo 
Case a igloo


In quello che ancora oggi viene chiamato il Villaggio dei Giornalisti (1911) sorgevano anche "le case a fungo", poi purtroppo abbattute per costruire più redditizi villini. Per fortuna alcune di queste case (ispirate a un fungo allucinogeno) sono state successivamente ricostruite a Novate Milanese.

Casa a fungo
foto tratta da www.milanotoday.it

La zona tra via Arbe (a due passi da piazzale Istria) e via Cagliero è particolarmente tranquilla poiché caratterizzata da villini attorniati da giardini, su vie poco trafficate, molte delle quali ancora oggi intitolate a giornalisti.

Via Eugenio Torelli Viollier


La poco conosciuta via Cagliero conduce all'attrazione principale della Maggiolina: Villa Mirabello, nell'omonima via.

Entrare in questo luogo così tranquillo di Milano ti fa abbandonare qualunque frenesia e malumore. Villa Mirabello possiede in sé qualcosa di magico; ti ricorda che Milano è una città storica, con un'antica vocazione agricola, nella quale si perseguiva il criterio della bellezza (alla faccia dei grigi condomini di via M. Gioia).

Villa Mirabello, chiostro

Villa Mirabello, chiostro (dettaglio)

Questo delizioso edificio venne costruito nel XV sec. dai Visconti e successivamente acquistata dalla nobile famiglia dei Mirabello. Molti furono i proprietari e tra questi ci fu anche Pigello Portinari, fiorentino quattrocentesco, zio di Beatrice che tanto ispirò Dante nelle sue opere letterarie.

Ancora oggi lo stile predominante delle villa è, nonostante i pesanti rimaneggiamenti novecenteschi, quello rinascimentale. La villa è senza dubbio bella perché pensata inizialmente come luogo di delizie e solo dopo invece anche come come luogo di lavoro, dal momento in cui si occupava di mettere a frutto i possedimenti terreni nei paraggi.

Ad oggi è gestita dalla Fondazione Mirabello molto attiva nel sociale.

Villa Mirabello, dettaglio


Se poi, una volta fuori dalla nobile struttura, ci si accorge di esser rimasti male dal fatto che la chiesetta gentilizia di Villa Mirabello è spesso chiusa, allora sarà possibile trovare rifugio nella vicina chiesa di sant'Angela Merici (via Cagliero 26).

Chiesa sant'Angela Merici, facciata

Questa struttura religiosa venne inaugurata nel 1959 e si mostra in forme moderne. L'elemento architettonico più prezioso e originale è senz'altro la seconda cappella laterale destra. Qui è possibile trovare un dipinto del 2006 nel quale viene rappresentata una moltitudine di persone in cammino. L'autrice, Silvia Mondini, dimostra una encomiabile capacità di accoglienza: accanto a figure sante cattoliche come sant'Ambrogio, pone santi ortodossi, figure laiche come Martin Luther King, nonché una sagoma senza volto (come a dire che chiunque di noi può partecipare a questa ammirevole sfilata). 

"La comunione dei santi e dei testimoni"

Sempre nella stessa cappella è possibile trovare una statua lignea di sant'Angela con, ai suoi piedi, un cestino ripieno di bigliettini con tenere preghiere dei fedeli.

Statua sant'Angela Merici



Eppure, giunti a questo punto del racconto, potrebbe essere che uno dei miei quattro lettori, mentre ammira le tante palazzine liberty della zona, si stia chiedendo la ragione di questo titolo così insolito: Maggiolina: il quartiere delle fragole. 

L'origine del nome di questa zona deriva dall'omonima cascina qui presente fino al 1920. Cascina che probabilmente produceva principalmente fragole, in milanese dette magioster (e da qui "Maggiolina") poiché crescevano in maggio.

Insomma, quale mese migliore, se non questo, per andare a fare una passeggiata in Maggiolina? 

Cascina Maggiolina in un quadro del 1917 di Enrico Edoardo Intraina


...Qualche immagine simpatica...




Ingresso pedonale ai garage sotterranei
di un condominio in Maggiolina

Postfazione

Via Arbe segna il confine di questo elegante quartiere, che spero di aver fatto conoscere con il mio scritto. 

Qui è possibile ammirare una serie di immobili prestigiosi che un po' contrastano con quelli più popolari della vicina viale Zara. 

Tra i vari palazzi eleganti, ce n'è uno (civico 55) decisamente originale per la sua facciata...e non solo. Esternamente presenta una serie di stemmi e dettagli che possono passare inosservati, eppure la scritta "Rifugio privato" (con tanto di frecce) salta subito all'occhio.

E' questo uno dei tanti palazzi costruiti a inizio Novecento e che conserva ancora il sapore elegante e meneghino di inizio secolo. 

Al suo ingresso trovo un elegante abitante di ottant'anni (ci tiene a sottolineare più di una volta che è nato nel '45. terminata la guerra) il quale mi fa brevemente da guida turistica.

Racconta di quando quella zona era poco abitata, eppure, nonostante questo, alcuni edifici presero fuoco durante i bombardamenti del '43 da parte degli inglesi. I caccia infatti partirono dalla vicina Stazione Centrale e seminarono spezzoni incendiari su tutto il tragitto tra la stazione e le grandi fabbriche di Sesto san Giovanni (e i palazzi di via Arbe si trovavano esattamente su questa traiettoria). Scopo degli spezzoni al fosforo era quello non di abbattere, ma di incendiare con materiale difficile da spegnere. Per trovare riparo dagli attacchi aerei si era pensato in quel palazzo a un rifugio sotterraneo (da qui la scritta sulla facciata) che però, in caso di crolli a causa dei bombardamenti, non avrebbe retto poiché le cantine erano state costruite senza l'ausilio del cemento armato.

Poi ad un tratto il suo sguardo si vela un po' di malinconia, mentre mi racconta degli scempi edilizi moderni che stanno facendo più danni della guerra. Proprio di fronte al suo elegante palazzo infatti c'era una deliziosa palazzina (stile neo medievale) che ospitava il ristorante I Tre Pini (ancora oggi nel giardino splendono tre maestosi alberi). Tre anni fa lo stabile è stato abbattuto, per costruire un piccolo condominio che solo lontanamente ricorda la bellezza della palazzina di inizio Novecento.

Mentre parla, il mio Cicerone guadagna, passo dopo passo, l'ascensore. Probabilmente ha fretta (d'altronde come dargli torto: è mezzogiorno e la pancia reclama!). Grazie ancora e grazie per le chiacchere. Per un attimo mi è sembrato di tornare a un secolo fa, quando la gente si fermava a parlare anche con gli sconosciuti (impressionante come i condomini di questo stabile ad oggi si incrocino nel portone senza nemmeno salutarsi...).

Ingresso condominio Via Arbe 55

Antiche indicazioni per il rifugio anti aereo (le cantine)

Eleganti scale del condominio


Condominio che ha sostituito 
il ristorante "I Tre Pini"  

Ristorante "I Tre Pini"