domenica 3 gennaio 2016

SANT'AMBROGIO parte 2


Capitello chiesa sant'Ambrogio


La basilica di sant'Ambrogio si apre con un ampio atrio (nartece) che, nella precedente basilica paleocristiana, serviva per ospitare i catecumeni, cioè coloro che erano in attesa di essere battezzati e che non potevano ancora entrare negli edifici sacri.
Questa basilica fu per tutto il basso medioevo il luogo più importante della città; in questo atrio infatti i cittadini avevano modo di ascoltare l'autorità religiosa o civile che si affacciava dalla loggia superiore.


Atrio della basilica

Quello che colpisce di questa parte dell'edificio sono i mostruosi capitelli, così fatti per riprendere la tradizione celtica di posizionare figure mostruose per tenere lontani gli spiriti maligni.


Tipico capitello mostruoso















                                                                                                    L'esterno si presenta insolitamente con due campanili. Nel XII sec. infatti, accanto ai benedettini che gestivano la basilica, arrivarono i canonici e subito si instaurò un clima conflittuale che spinse i religiosi a definire il territorio: la parte destra della chiesa spettava ai monaci; quella di sinistra ai canonici. La torre campanaria di destra (la più antica) infatti viene definita "dei monaci" e fu fatta costruire dai benedettini, mentre quella di sinistra, detta "dei canonici" fu fatta edificare da quest'ultimi e risulta essere più alta...forse perché desideravano dimostrare la loro superiorità?

E' proprio con l'arrivo dei canonici che si può affermare che sia nato, in sant'Ambrogio, un piatto tipico milanese: la cotoletta. In occasione dell'onomastico di Satiro (fratello di Ambrogio), il 17 settembre del 1134 si tenne un banchetto luculliano durante il quale venne servito un lombos cum panitio, ossia una costoletta di agnello impanata con pane grattugiato. 

Foto tratta da www.undiavoloaifornelli.com


Il monastero che si apre alle spalle (sulla destra) della chiesa (l'attuale Università Cattolica) altro non era che il monastero dei benedettini, mentre a sinistra della chiesa si intraprese la costruzione del monastero dei canonici, che però rimase incompiuto a causa dell'arrivo dei francesi a Milano alla fine del XV sec.
Ad oggi si può vedere solo un portico visitabile attraversando l'uscita della navata di sinistra.


Portico monastero dei canonici. Da notare le particolari colonne con "spuntoni", ad tronchonos
I battenti del portale centrale non sono più gli originali. Si narra infatti che i milanesi lo fecero a pezzi subito dopo la morte del santo dato che ebbe il coraggio di chiudere la porta in faccia all'imperatore Teodosio, reo di aver fatto una strage di civili innocenti a Tessalonica (l'odierna città greca di Salonicco). I fedeli dunque pensarono bene di portarsi a casa un pezzo di quel portale, per proteggersi dai soprusi dei potenti.

Portale centrale

L'attuale chiesa romanica mantiene l'antico assetto dell'originaria chiesa paleocristiana; è per questa ragione che non ha transetto.
Al suo interno possiamo trovare in alto il matroneo, mentre sulla parete della navata sinistra è possibile vedere due delle quattro scacchiere presenti nella basilica. Queste sono con molta probabilità dei simboli templari.

A sinistra della navata centrale, all'altezza del terzo pilastro, c'è una colonna con in cima un serpente di bronzo.
Si narra sia giunto a Milano da Bisanzio attorno all'anno 1000, quale dono di nozze. Eppure una credenza popolare vuole che sia stata forgiato da Mosè durante la traversata del deserto. Il serpente prenderà vita il giorno della fine del mondo; sibilando, scenderà dalla colonna per far ritorno alla Terra Santa.
Inoltre era usanza delle mamme milanesi portare i propri figli infestati dal verme solitario, presso questa colonna; si credeva infatti che toccandola, si sarebbe guariti dalla malattia. Il povero serpente venne confuso con un anonimo verme solitario!


Colonna del serpente


Notevole per la sua fattura artistica è il pulpito (XII sec.). Il bassorilievo che si trova sul cosiddetto Sarcofago di Stilicone (sovrano de facto dell'Impero Romano d'Occidente nel IV sec. d. C.) alla base presenta un dettaglio curioso: i dodici apostoli hanno tutti i piedi sovrapposti, metafora dell'unità della chiesa.
Bassorilievo del pulpito
Sul presbiterio possiamo trovare un elemento architettonico davvero interessante: la cattedra di sant'Ambrogio (IX sec.). E' questo il seggio del sacerdote celebrante e, secondo la tradizione, veniva utilizzata dalle donne partorienti per scongiurare un parto doloroso.
Cattedra di sant'Ambrogio

In fondo alla navata destra si apre la cappella di san Vittore in ciel d'oro (IV sec.). Costruita per ospitare le spoglie di san Vittore martire, si trovava originariamente staccata dalla chiesa paleocristiana; nel XV sec. venne invece inglobata nella basilica. Si rimane incantati dal soffitto interamente coperto da mosaici del V sec. che raffigurano san Gervaso, san Protaso, san Materno e sant'Ambrogio stesso. Questo ritratto del santo patrono di Milano viene considerato il più realistico perché il più antico. Ne emerge una figura piccola e dimessa, a dispetto delle altre rappresentazioni postume che ritraggono sant'Ambrogio in fattezze molto più robuste e autorevoli.


Ritratto del santo nella cappella di san Vittore in ciel d'oro


















C.Procaccini Sant'Ambrogio ferma l'imperatore Teodosio (XVII sec.); 1^ cappella navata destra



Nel piccolo museo alle spalle del Sacello, è possibile ammirare una toccante curiosità: un presepe costruito con materiale di fortuna da parte dei soldati italiani detenuti nel campo di concentramento di Wietzendorf.

Presepe

All'interno del cortile della basilica di sant'Ambrogio è possibile trovare una piccola chiesa:              s.Sigismondo. Questa era, fino a qualche tempo fa, conosciuta dai milanesi con il nome di "fava greca" dall'appellativo originale che era s. Maria Faventi Aegris (ovvero protettrice dei malati).
Chiesa di san Sigismondo


L'ex basilica Martyrum (l'attuale basilica di sant'Ambrogio) ha mantenuto la sua vocazione ad ospitare i resti dei santi martiri. Qui infatti hanno trovato ospitalità le reliquie di s.Felice, s.Nabore, s.Savina, s.Gervaso, s.Protaso, s. Satiro, s. Marcellina, oltre a quelle di sant'Ambrogio.
S.Felice e s.Nabore erano due soldati berberi romani convertiti al cristianesimo, vissuti nel IV sec. Vennero martirizzati nell'odierna Lodi vecchia e trasportati in incognito a Milano, per ricevere degna sepoltura, da santa Savina. La leggenda narra che la futura santa avesse nascosto le reliquie in due botti. Nella campagna milanese, probabilmente all'altezza di un paese chiamato Gnano, fu fermata da delle guardie per un controllo; alla domanda su cosa contenessero le botti, Savina rispose "miele". Quale meraviglia nel constatare che, al momento dell'ispezione, al posto delle reliquie c'era veramente del miele!
Da allora Gnano mutò il proprio nome in Melegnano.
Deposizione, santi e angeli di G. Ferrari e G.B. Della Cerva (1545), dettaglio 

SANT'AMBROGIO parte 1




Per accedere a piazza sant'Ambrogio è possibile passare sotto la suggestiva omonima pusterla.
Costruita nel 1171, altro non era che una porta secondaria che dava accesso alla città medioevale.
Tuttavia, con la costruzione delle mura spagnole (XVI sec.), le pusterle persero di importanza, tanto che quella di sant'Ambrogio fu letteralmente inglobata dalle abitazioni civili.
Solo nel 1939 si decise di riportarla alle fattezze originarie, così come la vediamo oggi.

Fino a 15 anni fa, questi ambienti ospitavano il raccapricciante museo del martirio e della tortura,
spostato (ahimè!) a san Gimignano (SI)

Prima del 1939













Aspetto attuale


















Superata la pusterla, si mostra in tutto il suo splendore la basilica di sant'Ambrogio: regina italiana del romanico!
Venne costruita per volere del vescovo Ambrogio (insieme alla basilica di san Nazaro, san Simpliciano e la ormai demolita basilica Prophetarum) tra il 379 e il 386. In origine si chiamava Basilica Martyrum poichè edificata in una zona dove venivano sepolti i martiri cristiani, fuori le mura dell'antica Mediolanum.
Solo con la morte del santo la basilica assunse l'attuale nome, dato che qui vennero deposte le sue spoglie.
Immagine sant'Ambrogio nel gonfalone di Milano
Ambrogio ebbe sicuramente una vita molto originale:
nacque nel 340 a Treviri, nelle Gallie (attualmente in Germania) da genitori cristiani, dopo Satiro e Marcellina (entrambi santi). Nonostante la sua famiglia vantasse di avere una santa martire tra i suoi membri (santa Sotere), Ambrogio in realtà non era battezzato. Le sue ambizioni erano in ambito politico: nel 374, al momento della morte del vescovo milanese Aussenzio, lui ricopriva la carica di governatore dell’Emilia e Liguria (che comprendevano anche Piemonte e Lombardia) con sede a Milano (capitale dell'impero d'occidente).
Con la morte di Aussenzio, in città si vennero a creare forti contrasti tra le due fazioni in cui era divisa la chiesa: catari e cattolici.
Vista la situazione, Ambrogio volle partecipare all'elezione pubblica del nuovo vescovo, per poter garantire l'ordine. 
La nomina si prospettava difficile dato che le due parti non riuscivano a convergere su un solo candidato, così il governatore decise di prendere la parola per far sì che potessero conciliare tra di loro.
Al termine del suo magistrale discorso si venne a creare il silenzio più assoluto e, dal fondo della chiesa emerse una vocina di bambino che urlava "Ambrogio vescovo! Ambrogio vescovo!"; passò qualche istante e l'intera assemblea si unì alla vocina.
Sentito questo chiassoso entusiasmo, il governatore scappò in preda al panico, perchè tutto desiderava tranne che diventare vescovo!
Nei giorni seguenti, per poter convincere i suoi concittadini di non essere adeguato alla carica, intraprese uno stile di vita peccaminoso: iniziò a frequentare delle prostitute e a far frustare i detenuti (per questo viene raffigurato con la frusta in mano)...Eppure i milanesi, più passava il tempo e più reclamavano Ambrogio vescovo.
Vista la situazione allora il povero governante decise di scappare dalla città, ma ogni volta che lo faceva, i milanesi lo riacchiappavano, anche grazie a Berta, la sua mula che, testarda, non ne voleva proprio sapere di allontanarsi da Milano.
La prima volta chiese a Berta di portarlo in piena notte da suo fratello Satiro a Pavia, lei che la strada la conosceva così bene. La povera mula trotterellò per ore finchè all'alba Ambrogio non si accorse che era ancora nei pressi di Milano: avevano fatto il giro quasi completo della città! Il futuro santo si stava riposando in un piccolo bosco quando venne sorpreso di milanesi che si recavano in città per lavorare, i quali credettero che Ambrogio si fosse perso e dunque lo incitarono a tornare a casa. Nel posto dove è stato ritrovato il futuro vescovo è sorta una chiesa: sant'Ambrogio ad nemus (sant'Ambrogio al bosco) che in milanese divenne "sant'Ambroeus andemm" dalle esortazioni dei fedeli.
Facciata della chiesa di sant'Ambrogio ad nemus in via Peschiera a Milano
da www.restaurobcp.it

La seconda (e ultima) volta decise di ferrare al contrario l'asina, per poter confondere i suoi inseguitori, ma Berta, arrivata dalle parti di Abbiategrasso si impuntò tanto da permettere ai milanesi di catturarlo. A tal proposito, si narra che il nome del paese Corbetta (dove si presume si sia fermato il futuro santo) nasca proprio dalle incitazioni di Ambrogio alla sua mula: "Cor Betta, cor Betta!!!"
A questo punto il governatore si arrese al suo destino: decise di farsi battezzare e, nell'arco di una settimana, fu nominato vescovo, esattamente il 7 dicembre (giorno a lui consacrato) del 374.
Chiesa sant'Ambrogio a Corbetta, costruita sul luogo presunto in cui venne catturato il governatore

Piazza sant'Ambrogio dimostra come doveva essere Milano prima dell'avvento di Napoleone: un tessuto urbano fitto di costruzioni e ricco di edifici religiosi.
Di fronte alla basilica infatti si trova la piccola chiesa di san Michele sul dosso e, nella vicina via Lanzone (al civico 30), a circa 200 m dalla prima, quella di sant'Agostino.
La chiesa di san Michele (probabilmente di origine paleocristiana) fa parte del monastero delle Orsoline di san Carlo e ospita al suo interno cinque scuole paritarie di diverso ordine e grado.
Il coro di san Michele porta ancora i segni dei tumulti delle cinque giornate: se lo si osserva bene si notano i fori dei proiettili sparati nel 1848!

coro chiesa san Michele sul dosso (foto di Wilma Viganò)

Accanto alla chiesa c'era la casa di Francesco Petrarca abitata dal poeta dal 1353 al 1358.
La chiesa di sant'Agostino invece ha la peculiarità di essere aperta solo durante la settimana: dà infatti la possibilità ai giovani universitari della vicina Cattolica di recarvisi a pregare; per le funzioni domenicali...rivolgersi alla chiesa di sant'Ambrogio!
L'oratorio di sant'Agostino, fino a qualche anno fa, ospitava il cinema Gnomo. Nacque verso la fine degli anni quaranta con il nome di cinema sant'Ambrogio; dopo qualche anno si indisse addirittura un concorso per individuare il nuovo nome di questa sala che ambiva ad essere qualcosa di più di un semplice cinema oratoriano. La competizione venne vinta nel 1951 da un certo Edmondo Lampugnani che individuò l'appellativo di Gnomo.

Chiesa san Michele sul dosso
Sulla sinistra dell'ingresso della chiesa di sant'Ambrogio si erge una solitaria colonna di marmo chiamata "colonna del Diavolo". A metà altezza si notano due fori...lasciate dalle corna del Diavolo! La leggenda narra infatti che sant'Ambrogio passeggiava davanti alla chiesa leggendo i testi sacri; dopo l'ennesimo tentativo da parte del Diavolo di indurlo in tentazione, il santo esasperato gli piazzò un calcione sul didietro che lo spedì dritto contro la colonna qui presente; le corna si conficcarono nel punto esatto dei due fori e da lì venne risucchiato nuovamente all'Inferno.
Ad oggi si dice che se si accosta l'orecchio ai due fori è possibile sentire il rumore dello Stige, il fiume degli Inferi e sentire puzza di zolfo!
Inoltre si dice che la notte tra il sabato santo e il giorno di Pasqua, si può vedere circolare nei pressi della colonna un carro trainato dal Diavolo con a bordo le anime dei dannati condotte all'Inferno.
In realtà non si conosce la reale provenienza della colonna; si ipotizza che facesse parte di un monumento funebre e i due fori vennero qui praticati per il trasporto della colonna stessa.
Nell'alto Medioevo la colonna doveva essere abbracciata dagli Imperatori (provenienti dall'attuale Germania) per poter essere incoronati re d'Italia. Dopo aver giurato sul messale fedeltà al Papa e alla Chiesa Romana, il sovrano veniva incoronato con la Corona Ferrea.
Colonna del Diavolo


martedì 17 novembre 2015

VIA SAN VITTORE



Da corso Magenta, per giungere in via san Vittore, bisogna spostarsi in piazzale Baracca, per poi percorrere un breve tratto di circonvallazione interna e svoltare a sinistra.
Questo tratto di cerchia dei bastioni prende il vecchio nome di corso Magenta: viale di porta Vercellina.

Al posto di piazzale Baracca, fino al 1885 avremmo trovato la porta neoclassica dedicata alla vittoria di Magenta.

Porta Magenta in via di demolizione

Se dal viale si imbocca via san Vittore, è possibile dopo poco incrociare sulla destra via Matteo Bandello (precedentemente chiamata via ochette) la quale conduce in via Gian Battista Vico. All'incrocio con quest'ultima sorge l'originale casa Candiani: finita di costruire nel 1885 su ordine dei proprietari di una famosa fornace, si caratterizza per la sua facciata che presenta un nutrito campionario di elementi in cotto, quasi quale forma di pubblicità della ditta di famiglia.
Nel portone è invece possibile trovare deliziose, quanto bisognose di restauro, statue in terracotta (vedi immagine di apertura).

Casa Candiani
Per proseguire la visita è necessario tornare sui propri passi. Lungo l'altro marciapiede della via Bandello è carino sorprendersi ad ammirare una vera di pozzo, probabilmente di origine rinascimentale, inserita nel cortile di un moderno condominio!

Vera di pozzo rinascimentale
Sul lato sinistro di via san Vittore (se si cammina in direzione della chiesa di sant'Ambrogio), si interseca via Morozzo della Rocca che si apre con un ampio spazio. Dove oggi sorgono palazzi moderni ospitanti, tra l'altro, una sede distaccata dell'Università Cattolica, avremmo trovato fino al 1938 la chiesa neoclassica di Santa Maria in Loreto, con annesso ospedale Fatebenefratelli, fondato nel 1845.
La vocazione ospedaliera tuttavia via san Vittore non l'ha persa: al civico 12 infatti possiamo trovare uno degli ospedali più importanti della città, l'ospedale san Giuseppe. Fondato nel 1875 (nonché completamente rifatto negli anni 70 del novecento) quale filiale dell'attuale ospedale Fatebenefratelli, convisse con quello di santa Maria in Loreto per quasi tre decenni.

Santa Maria in Loreto (si intravede il campanile) con annesso ospedale Fatebenefratelli (sulla strada)
Poco distante da via Morozzo della Rocca, si interseca via degli Olivetani, che conduce al carcere di san Vittore. Al posto della struttura penitenziaria, fino al 1872, avremmo trovato il monastero cappuccino di san Vittore agli olmi, edificato nel luogo dove si suppone fosse stato decapitato san Vittore martire.
Storicamente questo carcere veniva chiamato dai milanesi "duu" o "metà del quatter" perché situato in piazza Filangieri 2.

Carcere di san Vittore (ripresa aerea)
   
L'attrazione principale della via san Vittore è senz'altro l'omonima chiesa, con il vicino museo della Scienza e della Tecnica.
La storia della basilica è molto particolare, anche se le notizie che si hanno non sono certe, vista l'origine molto antica.
Nel III/IV d.C. in quest'area infatti avremmo trovato il Mausoleo dell'imperatore Massimiano, di forma ottagonale, con vicino un tempietto dedicato ad Ercole (divinità protettrice del sovrano); entrambi erano circondati da un ampio recinto, sempre di forma ottagonale.
Dopo l'editto di Costantino, il tempietto venne riutilizzato per custodire le spoglie di san Vittore (anche se qualcuno sostiene che si trovino nella chiesa di san Vittore sull'isola Bella); da qui il nome di chiesa di san Vittore al corpo. Il Mausoleo divenne una chiesa intitolata a san Gregorio Magno.
Attorno all'anno 1000 la chiesa fu riedificata in forme romaniche e affidata ai Benedettini, i quali costruirono il proprio monastero (l'attuale Museo della Scienza e della Tecnica).
L' area antistante la chiesa, fino al XVI sec., si presentava in forme decisamente diverse; es. la basilica aveva un orientamento opposto rispetto a quello attuale, con la facciata verso l'attuale oratorio parrocchiale. Una preziosa testimonianza ci viene offerta da un disegno del 1570.

Disegno di anonimo olandese, conservato in un museo di Stoccarda

E' possibile notare, oltre alla chiesa di san Vittore in posizione centrale, sulla destra l'antico mausoleo ottagonale e, in primo piano, la chiesetta di san Martino (abbattuta nel 1788).
Nel 1507 l'ordine dei Benedettini si era ridotto a soli due monaci e per tale ragione, l'abate del monastero olivetano di santa Maria di Baggio, invitò i propri confratelli senesi a prendere possesso della struttura. Gli olivetani, al proprio arrivo, decisero di stravolgere la chiesa e il suo sagrato. Eliminarono infatti il mausoleo e rifecero in forme manieristiche la chiesa. Da allora non è più cambiata e ad oggi, grazie al contributo dei volontari del Touring Club Italiano(http://www.touringclub.it/destinazione/128285/mausoleo-imperiale-di-san-vittore-al-corpo), è possibile ammirare quel poco che è rimasto dell'area paleocristiana sotto la chiesa, insieme a parte del recinto ottagonale, nel secondo chiostro del Museo.

Resti dell'antica recinzione del mausoleo imperiale

Sempre grazie ai volontari, è possibile visitare la graziosa cripta dove è conservata la pietra che si sostiene fosse stata usata per la decapitazione di san Vittore.



La chiesa si distingue inoltre per la sua facciata perché risulta essere l'unica in tutta la città ad essere incompiuta.



















Eppure ciò che colpisce è lo stupore che si prova nell'entrare in chiesa: meravigliosa è la volta a botte con lacunari affrescati, nonché gli innumerevoli dettagli che occupano tutti gli spazi dell'edificio religioso.




















Balcone all'interno della cappella Arese (sesta, navata destra), probabilmente utilizzata dalla fam. Arese committente per assistere alle funzioni religiose.

Accanto alla chiesa troviamo il Museo della scienza e della tecnica, ex monastero olivetano http://www.museoscienza.org/
Nelle sue sale trovano posto mostre permanenti e temporanee, nonché laboratori. Eppure gli spazi più interessanti vengono aperti solo in occasione di convegni: la sala del Cenacolo e la sala delle Colonne.
La prima altro non era che l'antico refettorio dei monaci; si trova dopo il secondo chiostro ed è interamente coperto di affreschi settecenteschi. Sulla destra si nota un piccolo pulpito per la lettura durante i pasti e, di fronte, una figura femminile con il dito sulle labbra invita al silenzio.


Sala del Cenacolo

La sala delle Colonne è situata al primo piano dell'edificio monumentale, a metà della Galleria Leonardo da Vinci e altro non era che la biblioteca del monastero... Affascina la sua struttura a tre navate su colonne.


Sala delle Colonne

Frammento di roccia lunare regalato dal presidente Nixon
 all'ex presidente della repubblica italiana Giovanni Leone
nel 1973.

Sezione telecomunicazioni
 
La parte esterna è occupata dal padiglione ferroviario, aeronavale e dal sottomarino Toti.
Il primo riproduce la stazione ferroviaria di Monza del 1884


Padiglione ferroviario

















Il Toti è il primo sottomarino costruito in Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale; dal porto di Augusta (SR) venne trasportato a Milano nell'estate del 2005 tra ali festanti di cittadini.

Arrivo del Toti in città


I due motori del Toti vennero soprannominati Turiddu e Ianuzzu in onore del Verga.


Sottomarino Toti, visitabile anche all'interno, con visita guidata













La zona tra via san Vittore e corso Magenta è senz'altro una delle più prestigiose di Milano. Addirittura la via De Grassi risulta essere una via privata, con tanto di cancello d'ingresso e citofoni ai due capi della strada! Le dimore sono tra le più prestigiose della città...


Via Aristide De Togni

Via san Vittore si conclude, all'incrocio con via Carducci, nei pressi della basilica di sant'Ambrogio, con uno dei palazzi meneghini più originali: Castello Cova (1910), in stile neo-medievale.



Castello Cova
Altri esempi di residenze simili è possibile trovarli in via Carducci 28 (Palazzo Gonzaga di Vescovado, 1906) e 33, lungo quella che anticamente era la contrada di san Gerolamo (chiamata così per la quattrocentesca chiesa omonima, con annesso convento dei padri Somaschi, demolita nel 1920).



martedì 14 luglio 2015

SANTA MARIA DELLE GRAZIE E CENACOLO VINCIANO



Quando il Moro decise di far diventare grande la propria città lo decise anche a livello artistico. Era Milano infatti una delle capitali europee del Rinascimento ed è proprio questo stile architettonico a caratterizzare santa Maria delle Grazie. Visitare questa chiesa è come fare un salto nel passato di cinquecento anni!
Fu proprio Ludovico Sforza a volere fortemente l'edificio. Desiderava infatti farlo diventare mausoleo per la sua famiglia.

Nel 1463 il conte Gaspare Vimercati donò al proprio signore questo terreno, fuori porta Vercellina, dove sorgeva una cappella dedicata a santa Maria delle Grazie, con la promessa di edificare la nuova struttura religiosa senza demolire quella pre-esistente.
La cappella infatti esiste tutt'ora (anche se con sembianze molto diverse) e si trova in fondo alla navata sinistra.




Nel XVI sec. venne invece qui traslocato, dalla chiesa di s. Eustorgio, il Tribunale dell'Inquisizione; per l'occasione vennero creati nuovi locali vicino al refettorio, poi abbattuti due secoli dopo. Ad oggi di quella struttura rimane solo l'attuale atrio del refettorio che ospita l'ingresso del Cenacolo Vinciano.


Questa imponente graziosa chiesa detiene due primati: essere, insieme al vicino cenacolo, patrimonio dell'umanità dell'UNESCO ed essere uno dei due conventi sopravvissuti in città. Quello di santa Maria delle Grazie è domenicano, mentre quello di s.Angelo francescano.
Sicuramente la presenza dell'Ultima Cena di Leonardo ha contribuito a far ascrivere questa chiesa nella lista dei beni tutelati dall'UNESCO, eppure si suppone che un altro grande artista rinascimentale, il Bramante, vi abbia lavorato per renderla così bella. Gran parte della critica infatti sostiene che l'artista marchigiano abbia disegnato la tribuna con il maestoso tiburio, nonché la Sagrestia vecchia e il Chiostro piccolo.
Il contributo di Leonardo da Vinci non si limitò al solo Cenacolo: a lui vengono infatti attribuiti il precedente affresco della lunetta del portale e i fregi presenti nella Sagrestia vecchia.
La forma della chiesa è sicuramente originale: a fronte dell'assenza del transetto, è possibile ammirare una tribuna molto possente progettata in queste forme e dimensioni per ospitare i sarcofagi dei membri della famiglia Sforza...progetto che però rimase solo sulla carta per l'arrivo dei francesi a Milano.
Le cappelle sul lato destro sono sicuramente più sfarzose di quelle a sinistra dato che queste ultime vennero abbattute durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

Uno degli ambienti più curiosi e deliziosi è il Chiostro piccolo o delle rane (vi si accede dalla cappella della Madonna delle Grazie, passando per la nuova Sagrestia), così chiamato per la presenza di una fontana con quattro rane che sputano acqua dalla bocca.

Chiostro delle rane


Da qui è possibile accedere alla Sagrestia vecchia, o Sacrestia del Bramante, dalla quale, oggi dietro agli armadi sulla destra, partiva una antica via di fuga, chiamata Sforzesco al convento, capace di collegare il Castello Sforzesco con questa chiesa.
Si racconta che tale percorso venisse usato soprattutto da Leonardo che qui giungeva dal Castello agli orari più insoliti per dipingere il Cenacolo.

Sagrestia Vecchia

Dal Chiostrino inoltre è possibile ammirare un delizioso giardino privato dei frati, il Chiostro del Priore. Altrettanto non si può dire di quello grande, o Chiostro dei Morti, non più utilizzato per pregare, ma per parcheggiarvi le macchine...!


Chiostro del Priore




Esiste a Milano un'attrazione poco visitata dai milanesi, ma molto conosciuta dagli stranieri: l'Ultima Cena di Leonardo da Vinci.


Quest'opera venne realizzata dal genio toscano tra il 1494 e il 1498 su commissione di Ludovico il Moro. Il signore di Milano chiese infatti a Leonardo e a Donato Montorfano di dipingere nel refettorio dei frati domenicani due soggetti classici per questo ambiente: l'Ultima Cena e la Crocifissione.

"Crocifissione" di Donato Montorfano. E' possibile notare le aggiunte posteriori di Leonardo: Ludovico il Moro con il figlio Massimiliano (in basso a sin.) e la moglie Beatrice d'Este con l'altro figlio Francesco (in basso a destra), oggi poco leggibili.

Al contrario di Donato, Leonardo ci impiegò tanto tempo perché era, come verrebbe definito oggi,  un vero e proprio artista: amava mettere mano alle proprie opere quando più si sentiva ispirato. Le cronache dell'epoca raccontano infatti che passava intere giornate a dipingere senza toccare cibo, oppure capitava a volte che giungesse al refettorio alle ore più inaspettate del giorno e della notte, solo per osservare la sua opera ancora incompiuta, per poi andarsene dopo poco.

Dunque la tecnica dell'affresco (la quale prevede che l'artista completi l'opera prima che si asciughi la calce fresca sul muro) non poteva fare al caso di Leonardo e per questo optò per la tempera a muro.
Purtroppo però questa scelta ha comportato il precoce e definitivo (vedi parte inferiore del viso di Giovanni) deterioramento dell'opera, dato che la tempera è meno duratura dell'affresco.
Infatti già solo dopo un anno dalla sua conclusione, si notavano delle crepe anche perché a Leonardo era capitata la parete nord, quella che confinava con la cucina dei frati e dunque più soggetta ad escursioni termiche.
Nel corso dei secoli diversi restauratori vi hanno messo mano, spesso anche modificando alcuni connotati originali come, ad es., l'apostolo Andrea che non risulta più essere di profilo, ma un po' a tre quarti.
Altre peripezie visse questo dipinto nel corso dei secoli: nel XVII sec. i frati decisero di alzare la porta che metteva in comunicazione il refettorio con la cucina...Risultato: ad oggi Gesù e i due discepoli a Lui vicini risultano essere senza piedi!
Nel 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, una bomba colpì il refettorio, ma il Cenacolo e la Crocifissione rimasero miracolosamente illesi sotto dei teloni di protezione.



Il tema dell’Ultima Cena non è di certo originale; la prima rappresentazione grafica risale al V sec. D.c. (Codex Purpureus Rossanensis).





Eppure questo dipinto è diventato famoso (fino a quasi cancellare il ricordo collettivo delle altre Ultime Cene) per l’attenzione che pone Leonardo all'aspetto umano di Gesù e dei suoi discepoli (da qui la scelta di non dipingere le aureole). Anche le mani di Cristo sulla tavola rappresentano la doppia valenza del Messia: una rivolta verso l’alto (che indica il suo essere divino, celeste) ed una rivolta verso il basso (che rappresenta la sua natura umana e dunque terrestre).


Domenico Ghirlandaio "Ultima Cena" 1480.
Salta subito all'occhio quanto l'opera di Leonardo fosse più innovativa rispetto ad affreschi coevi, con un impianto meno originale.









In quanto uomo, Gesù viene ritratto con una espressione sofferente dopo aver annunciato che a breve morirà per colpa di un traditore che si nasconde tra gli apostoli.

Interessanti sono le espressioni dei discepoli che manifestano i propri “moti dell’animo” tramite le espressioni del volto e le posture. 

Gesù rimane al centro della scena: nonostante la solidarietà da parte dei commensali è solo nella sua umana paura della morte.

I discepoli invece sono raggruppati in quattro gruppi da tre.

Il più ricco di significati è quello alla destra di Gesù: Giovanni, Giuda Iscariota e Pietro.

Giovanni è affranto; Pietro, quasi vittima del panico, pone una mano sulla spalla di Giovanni, non per rincuorarlo, ma per chiedergli di chiedere a Gesù il nome del traditore; Giuda, chiamato in causa, si scosta da Cristo e, nel farlo, con il braccio destro (quello che trattiene la borsa con la cassa del gruppo o le trenta monete d’argento del tradimento) urta e fa cadere la saliera.





Nel terzetto a sinistra di Gesù colpisce Tommaso con il dito alzato, probabilmente a chiedere “sono forse io?"...lo stesso dito che poi utilizzerà per dissipare la propria incredulità a fronte del Cristo risorto.



Il momento immortalato da Leonardo è stato tratto dal Vangelo di Giovanni, poco prima che l’autore posi la propria testa sul petto di Gesù. In questo testo, diversamente dagli altri tre, non si narra dell’istituzione dell’Eucarestia, ecco dunque spiegato perché non compare il calice.



In compenso anche Leonardo sceglie di rendere attuale la sua opera posizionando tra i piatti una pietanza tipica del XV sec: anguille all’arancia, quando le arance non erano ancora conosciute nella terra di Gesù (si trovano in un piatto sotto Filippo).
Tradizione vuole infatti che ogni autore delle Ultime Cene ritragga cibi tipici della propria zona (es il brezel in una chiesetta della Val di Fiemme, Trento) nonché cibi in abbondanza in contrasto con la tradizione della sobria Pasqua Ebraica (quella che si accingeva a celebrare Gesù il Giovedì Santo): erbe amare, pane azzimo, salsa charoset, agnello arrostito, vino.

                                              D. Crespi "Ultima cena" (1625); da Wikipedia. 
                                                         Colpisce la tavola abbondantemente fornita



Addirittura nell’Ultima Cena del Tintoretto compare anche una torta con le candeline!





Leonardo per dipingere i personaggi del suo capolavoro traeva spunto dalla realtà. Si narra che il priore del convento si fosse lamentato con Ludovico il Moro per la lungaggine con cui procedevano i lavori e per questa ragione, la sua faccia è quella di Giuda Iscariota!...Anche se c'è chi sostiene che in realtà quelle siano le fattezze di Savonarola.
Leonardo volle invece ritrarsi nei panni di Giuda Taddeo.


  
Questo dipinto è talmente famoso da aver spinto qualche studioso a vedere significati molto nascosti.
Ad es una teoria (poi ripresa da Dan Brown nel “Codice da Vinci”) sostiene che il primo discepolo alla destra di Gesù non sia Giovanni Evangelista, ma la Maddalena che si suppone fosse l’amante di Gesù. Inoltre, nel periodo della Passione, la donna era incinta e ad oggi esistono dei discendenti di Gesù. Questa tesi è avvalorata dal fatto che il discepolo è molto scostato dal maestro tanto da venire a creare una forma paragonabile ad un calice. Dunque il Santo Graal (Sangue Reale) non sarebbe la coppa dell’Ultima Cena, ma Il ventre della Maddalena che ospitava il discendente di Gesù.
Il legame tra Gesù e Giovanni/Maddalena sarebbe poi avvalorato dal colore dei vestiti tra loro speculari. Giovanni si ritiene che sia in realtà la Maddalena perché ritratto senza barba e con un aspetto femminile...In realtà questo è dovuto al fatto che fosse il discepolo più giovane.
Vicino a Giovanni si intravede una mano che stringe un coltello; qualcuno ha supposto che appartenga ad una persona nascosta. A ben guardare però la mano è quella di Pietro ed è armata perché Leonardo vuol fare riferimento all’episodio successivo narrato da Giovanni nel suo Vangelo: Pietro taglia con la spada un orecchio ad un soldato che aveva il compito di arrestare Gesù.
Alcuni studiosi inoltre han voluto leggere nelle mani dei discepoli sulla tovaglia le note scritte su un tetragramma, mentre altri sostengono che ogni personaggio apparterrebbe ad un segno dello zodiaco (Gesù è il sole centrale...), secondo una precisa volontà di Leonardo.
…Ma san Marco e san Luca dove sono? In realtà i due Evangelisti non erano apostoli di Gesù, ma di san Paolo!



Salvador Dalì "Ultima Cena" (1955): l'emozione che travalica i simboli