sabato 15 aprile 2023

BARONACURIOSA



Il nome Barona potrebbe ingannare e far pensare subito ad un titolo nobiliare, invece il suo toponimo fa riferimento ad un quartiere popoloso e popolare a sud di Milano.

Confrontata con la vicina Baggio però salta subito all'occhio come in Barona non esista un vero e proprio "centro storico" attorno al quale poi si è sviluppata la parte moderna. Questo quartiere è maggiormente caratterizzato, più che dai vicoli stretti e antichi, dalle numerose cascine che popolavano questo angolo di campagna alle porte di Milano, nonché dalle svariate fornaci capaci di trasformare l'abbondante argilla presente nel terreno in mattoni per l'edilizia.

Innanzitutto vanno definiti i confini del quartiere: c'è chi sostiene che già a sud della Darsena possiamo iniziare a parlare di Barona, ma personalmente lo ritengo un po' esagerato. Il vero quartiere infatti è quella che si sviluppa ai piedi del cavalcavia di santa Rita, non distante dal Naviglio Grande e che, con le sue propaggini, tende a sfiorare il Naviglio Pavese. E' quella che comprende i tanti campi del Parco Agricolo Sud con le sue antiche strutture purtroppo abbandonate. E' piazza Miani con il suo sapore ancora partigiano. E' l'ospedale san Paolo con i vicini quartieri sant'Ambrogio, alveari di sogni realizzati e non (vedi Marracash)…

Curioso è soprattutto il nome che rimanda alla presenza di una nobile signora (probabilmente residente dalle parti di Cascina Barona tra le vie Biella, via Zumbini e via Simone Martini) . Per quanto riguarda la sua etimologia sono state fatte solo ipotesi, senza avere tra le mani alcuna certezza. Potrebbe derivare ad esempio da bar che nella lingua celtica significava fiume, e la zona in effetti è piena di corsi d'acqua (sia naturali, come ad esempio le risorgive, che artificiali, come ad esempio i fontanili).

A proposito di nobili figure femminili non si può non raccontare la storia della regina d'Inghilterra che a lungo visse in Barona (vedi post dicembre 2022)

 Caricatura di Carolina di Brunswick-Wolfenbuttel
con il suo amante.

Eppure la storia della Barona è decisamente più antica di quella vivacizzata dalla presenza di Carolina di Brunswick.

La zona infatti fu abitata addirittura a partire da 4 milioni di anni fa. Non lontano dalla fermata della metropolitana Famagosta infatti furono trovati dei resti di mammut. L'uomo in questa parte della pianura Padana fece invece la sua comparsa nell'età del bronzo (attorno al 2000 a.C.). Nei pressi della ormai demolita Cascina Ranza (siamo a due passi dalla fermata Romolo) sono state trovate delle armi in (appunto) bronzo appartenuti probabilmente ad una tribù ligure (i reperti sono oggi custoditi al Museo Archeologico).

Mammauthus, immagine di Tracy 0


Dagli studi emerge che questa zona a sud di Milano era stata abitata dagli antichi romani i quali avevano la consuetudine di costruire le vie in maniera ortogonale. All'incrocio tra le vie verticali (cardo) e orizzontali (decumano) sorsero edifici poi trasformati nelle attuali cascine presenti in Barona. Qui i viandanti potevano ricevere vitto e alloggio.

Con l'avvento del Medioevo la quasi totalità delle cascine e dei terreni divennero proprietà degli ordini religiosi. La cascina del Monastero Maggiore ad esempio, dal nome ci fa supporre che anticamente fosse di proprietà del Monastero Maggiore (presso la chiesa di san Maurizio in corso Magenta).

Cascina Maggiore (esterni)


Si deve considerare il fatto che anticamente ogni cascina ospitava al proprio interno una cappella adibita alle funzioni religiose (erano infatti i sacerdoti a spostarsi sul territorio per raggiungere i fedeli e non viceversa). Con la discesa di Napoleone gran parte di esse vennero soppresse per subire un cambio d'uso o essere addirittura demolite.
L'unica sopravvissuta è quella dell'ex Cascina Varesina (via Walter Tobagi, 8) che ad oggi ospita alcuni atelier di artisti all'interno della Fornace Curti. 

Ex cappella all'interno della fornace Curti


Prima dell'avvento di Napoleone (più precisamente tra il 1781 e il 1873) la Barona faceva parte del Comune dei Corpi Santi. Solo nella seconda metà del XIX sec. quindi il suo territorio entrò a far parte del Comune di Milano.
Con l'annessione alla metropoli venne smantellato il cimitero che si trovava a due passi dalla chiesa san Nazaro e Celso; i suoi campi solo recentemente sono stati riconvertiti in spazi verdi dalla Milano Green Way.

Ingresso agli spazi verdi in via Svevo 3


Durante la Seconda Guerra Mondiale la città meneghina subì feroci bombardamenti e anche in Barona vennero colpite alcune strutture causando morti.
Il 31 marzo 1945 alcuni caccia brasiliani bombardarono un magazzino merci situato di fronte alla chiesa san Nazario e Celso. La deflagrazione fu talmente forte che anche la vicina Cascina Barona fu danneggiata. Tra le macerie furono ritrovati i corpi di 5 vittime, tra cui un bambino. 

Cascina Barona attualmente in ristrutturazione


Nel 1990, durante i lavori di scavo della fermata della metropolitana Famagosta, fu trovato il motore di un caccia inglese abbattuto dalla contraerea durante i furiosi combattimenti contro gli Alleati. Il veicolo con il tempo è finito sottoterra nei pressi di una cascina dal nome curioso: Mulino della Polvere, chiamato così perché storicamente qui si produceva la polvere da sparo.

Tra le figure della Barona che si sono distinte durante la Resistenza troviamo sicuramente il partigiano Ettore Satta e Bianca Colla, sua moglie.
Scegliere di diventare partigiano significa anche accettare il rischio di perdere la propria battaglia ed è proprio in un grigio giorno del 1944 che Ettore capì che per lui "il gioco finiva lì". Venne infatti catturato da nazi fascisti, destinazione Auschwitz; eppure mentre si trovava sul vagone merci, direzione Polonia, vide scaraventarsi addosso una donna. Non poteva credere ai propri occhi: la dolce presenza tra le braccia era sua moglie la quale, forse perché non voleva rimanere da sola a Milano a piangere i due figli morti, implorò i soldati di essere deportata anche a lei insieme all'amato marito. Eppure Ettore si era sbagliato: la partita non era finita…
Si dice infatti che nel lager vennero trattati da un gerarca nazista (con tanto di moglie italiana), il quale li aiutò a scappare. Il viaggio fu lungo e periglioso, ma alla fine riuscirono a tornare nella loro tanto amata Barona. Qui Ettore riprese la sua (e non solo sua) lotta.
Arrivò finalmente il 25 aprile del 1945 e a questo punto potremmo pensare che ormai la guerra era finita e il nemico finalmente battuto. Tuttavia Ettore, in pieno "tempo di recupero", subì la sconfitta definitiva: venne ucciso in un attentato il 27 aprile lasciando, questa volta veramente, Bianca a piangere i suoi 3 ometti ormai passati a una nuova dimensione. La signora Satta si è spenta solo nel 2012 in quella Barona che ancora ricorda l'esistenza eroica del suo amato marito, con una targa in via Lago di Nemi numero 4.  

Targa dedicata ad Ettore Satta


Placate le bombe della Seconda Guerra Mondiale, questo quartiere fu fortemente interessato da svariati delitti a stampo mafioso e dagli attentati durante gli anni piombo. Emblematica la storia di Andrea Campagna al quale è stato intestato il parco di via Teramo: agente ventiquattrenne della DIGOS, fu ucciso dai Proletari Armati per il Comunismo, reo semplicemente di essere stato ripreso da alcune telecamere durante l'arresto di alcuni sospettati (risultati poi estranei ai fatti) dell'omicidio di Pierluigi Torregiani.


Targa in via Modica
a ricordo dell'assassinio di Andrea Campagna


A partire dal 1946 la Barona ha "rischiato" di diventare la "Hollywood italiana", in concorrenza con la romana Cinecittà. In quest'anno infatti è stata fondata la ICET con sede in via Pestalozzi 18 (a due passi dalla chiesa di san Cristoforo). Era questa un grande teatro di posa dove, tra l'altro, vennero girate le scene d'interno di alcuni film famosi come "Miracolo a Milano" di Vittorio De Sica o "Rocco e i suoi fratelli" di Luchino Visconti. Purtroppo questa esperienza terminò nel 1965 quando la sede fu spostata a Cologno Monzese per essere poi rilevata dalla Fininvest nel 1983.

Cantiere in stato di abbandono
al posto degli studi ICET


Sempre a proposito di cinema in quel della Barona, va segnalato il film "I girasoli" (1970) con Marcello Mastroianni e Sofia Loren girato parzialmente in un appartamento del quartiere sant'Ambrogio, nonché nei pressi della chiesa di san Giovanni Bono. 

Manifesto del film "I girasoli" (1970)


Con il boom economico successivo al conflitto mondiale, la Barona mutò completamente aspetto: da zona di campagna a quartiere popoloso cittadino. Emblematici i quartieri sant'Ambrogio (chiamati così poiché su questi terreni sorgeva la cascina sant'Ambrogio) sorti dove fino agli anni Sessanta c'era sola campagna. I suoi condomini lunghi e sinuosi ospitano al proprio interno ben 12000 abitanti! 

Quartiere sant'Ambrogio.
Il suo edificio più lungo misura ben 400m!


Ancora oggi tuttavia la zona è costellata da cascine talvolta che sfuggono allo sguardo, ma che meritano senz'altro di essere conosciute (vedi post marzo 2023)

Ad oggi il territorio è cambiato e le strutture che maggiormente colpiscono sono quelle moderne, ad es il Collegio di Milano con le sue due statue dell' Expo, oppure il Barrio's.
Quest'ultimo offre le proprie attività educative all'ombra di una struttura diventata ormai icona del quartiere. Il suo "fungo" infatti è stato setting per video musicali o spot pubblicitari. Eppure il Barrio's non è solo architettura (originale) ma soprattutto umanità. I suoi ambienti ospitano al proprio interno svariate iniziative rivolte ai giovani (e non solo) del quartiere. Ho avuto modo di conoscere come educatore alcune loro attività e quella che mi ha maggiormente colpito è stato lo sforzo di coinvolgere alcuni immigrati appena arrivati nel nostro paese, in qualità di animatori, nell'ambito delle attività animative estive per i bambini del quartiere…Anche questa è integrazione! 

Statua proveniente dall'Expo (2015)
sita all'interno del Collegio di Milano
(foto proveniente dalla Fondazione)


Barrio's


Sempre nell'ambito delle numerose iniziative sociali troviamo il villaggiobarona, risposta alla domanda di alloggio da parte di soggetti economicamente e socialmente svantaggiati.

Villaggio Barona


Ad oggi la situazione economica del quartiere è decisamente cambiata: i numerosi condomini ospitano magari impiegati che di mattina si recano in centro città per lavorare e solo la sera e il fine settimana hanno modo di vivere la Barona. Anticamente invece la situazione era decisamente diversa: l'economia della zona era basata sull'agricoltura (cascine), sulla fabbricazione dei mattoni con l'argilla (fornaci) e sul duro lavoro delle lavandaie. Erano quest'ultime figure emblematiche per la città. Spinte dalla necessità a svolgere uno dei lavori più duri che l'uomo abbia mai creato, non solo vivevano sulla propria pelle le conseguenze fisiche dello stare sempre a contatto con l'acqua (artriti, reumatismi…), ma venivano a torto considerate anche delle donne "facili".
Eppure non tutti sanno che in origine erano gli uomini a svolgere questo duro mestiere e che solo successivamente subentrarono le donne...soprattutto quelle abitanti nella vicina Barona.
Ed è proprio un uomo della Barona della seconda metà del XIX sec. il protagonista del seguente racconto dolceamaro. 
Il soprannome di Luisin è "il bell", per il suo modo di vestirsi decisamente originale. Di lavoro fa il garzone di lavanderia, ma nel poco tempo libero che gli rimane ama agghindarsi come un vero signore: cappello di paglia, pantaloni a scacchi bianchi e neri, guanto bianco sulla mano sinistra e bastone con pomo d'avorio saldamente nella mano destra.
Non si fa fatica a credere che questo suo desiderio di sentirsi signore altro non gli abbia procurato che continue burle da parte dei suoi vicini. Tra questi in particolar modo c'è un giornalista decisamente specializzato in scherzi ben riusciti.
Un giorno il giornalista convince il Luisin che un bel ragazzo come lui non può rimanere solo. Ha infatti "tra le mani" una ragazza che fa decisamente al caso suo. L'unico neo è che è un po'…bassa. Il nostro eroe accetta con entusiasmo e le cose sembrano "precipitare" verso un lieto fine. La ragazza infatti accetta la proposta di fidanzamento e dopo pochi giorni tutti gli abitanti della Barona sono invitati al Municipio in centro dove vengono celebrate le nozze. Altro spostamento: il banchetto si svolge alla cascina san Bernardo in Barona. Quando l'allegra festa sta per terminare, finalmente il ragazzo può appartarsi con la sua giovane moglie in una stanza al piano di sopra. Il tutto avviene tra due ali festanti di amici e conoscenti i quali urlano "forza Luisin, forza Luisin!".
Eppure, nel silenzio della cascina a un certo punto si sente un urlo: in quel preciso istante i goliardici amici vedono schizzare fuori dalla stanza il nano nudo (ebbene sì: era un uomo travestito) seguito dal Luisin furioso!
Per anni si è tramandata tra risate a crepapelle la storia di questo gentile abitante della Barona che per un attimo si illuse di non esser più solo e che in realtà non si sposò mai più!

Cascina san Bernardo


Il bel Luisin, come si è visto, era un garzone il quale lavorava per una delle tante lavanderie presenti fino a qualche tempo fa in questa zona della città. La Barona infatti detiene il record di aver ospitato ad inizio Novecento una cooperativa di lavandai che finalmente lavavano i panni, non più nelle acque gelide del Naviglio, ma con l'ausilio di macchine a vapore. Attualmente, se ci rechiamo in via Teramo, possiamo notare delle piccole casette unifamiliari anni trenta che altro non erano che le famose lavanderie della Barona.

Via Teramo


Per quanto riguarda l'architettura religiosa, sono rare le tracce antiche nel quartiere.
Sicuramente la chiesa più importante e storica è quella dei santi Nazaro e Celso alla Barona (via Zumbini 19). Alcune fonti addirittura sostengono che l'edificio risalga al XIV sec., ma ad oggi si presenta in forme più moderne, dato il suo completo rifacimento del 1845.

Dettaglio


Chiesa santi Nazaro e Celso alla Barona


Eppure la chiesa più originale di tutta la zona è quella di san Giovanni Bono (1968) ospitata all'interno del quartiere sant'Ambrogio (via san Paolino, 20). Edificio a forma di tenda, di certo non passa inosservato, data la sua notevole altezza. Risulta essere particolarmente suggestiva al proprio interno poiché quasi completamente buia, ma illuminata da piccole e svariate finestrelle colorate capaci di ravvivare l'assenza di luce con fasci luminosi e vivaci.
Lungo la navata di sinistra è stata collocata una Madonna lignea proveniente, insieme al capitello che fa da base all'altare, dall'ex Cascina sant'Ambrogio ormai abbattuta.

Chiesa san Giovanni Bono

Madonna del Latte
proveniente dall'ex Cascina Sant'Ambrogio


Discesi dal cavalcavia santa Rita, quasi a dare il benvenuto in quartiere, troviamo l'omonimo e maestoso santuario (via santa Rita da Cascia, 22).
La chiesa della Barona è retta dai monaci agostiniani e venne edificata durante gli anni del secondo conflitto mondiale. Al posto di questa chiesa avremmo trovato in passato la cascina Desa che fortunatamente non è stata completamente abbattuta per fare spazio al santuario. L'attuale struttura centrale dell'oratorio infatti (quella che ospita anche il bar) apparteneva a questo grande edificio agricolo.

Oratorio santuario santa Rita

Infine molto popolare è la fiera dedicata a santa Rita e che si tiene a maggio, nella domenica più prossima al giorno 22. In questa occasione vengono distribuite rose benedette e il parroco impartisce la benedizione alle auto (in genere nuove) che si presentano sul sagrato della chiesa.

Benedizione delle auto,
santuario santa Rita
foto storica


Mi piace concludere questo lungo post...in allegria: feste della Barona.
Una delle più antiche e di origine tribale era sicuramente quella "delle centovacche".
A questa festa in passato potevano partecipare solo i contadini che possedevano almeno cento vacche (dieci partecipanti circa). Si teneva la sera della penultima domenica di agosto e ad una certa ora l'oste dell'osteria dell'ostone (che una volta esisteva all'angolo tra via Binda e via Zumbini), serrava l'uscio e per gli iniziati cominciava la vera cerimonia che consisteva nella presentazione di un enorme vassoio in bronzo con la specialissima portata: una fanciulla nuda ("ona vacca a do zamp") sulla quale venivano versati litri di vino di malvasia. Al rituale propiziatorio seguiva quello espiatorio.
Il parroco della chiesa santi Nazario e Celso aveva il suo bel daffare nei giorni seguenti, esigendo forti ammende in favore dei poveri della zona, secondo il copione previsto dall'usanza tradizionale.

Ex Osteria dell'Ostone


Eppure non tutte le feste della Barona erano così. Quella più curiosa era "la festa del fuoco" a Carnevale: il coraggioso che riusciva a saltare un intero falò acceso, riceveva un non meglio definito premio da parte del parroco.
La sera dell'ultimo giorno di gennaio invece i bambini della Barona bussavano alle porte dei vicini urlando "Foeura genar! Foeura genar! Denter febrar! Denter febrar!" nella speranza di congedare il grande freddo legato al primo mese dell'anno… e buona primavera a tutti!!!





venerdì 24 marzo 2023

CASCINE LOMBARDE, CASCINE IN BARONA


Cascina Maggiore


Sono nato e cresciuto nella zona nord di Milano. Quando 20 anni fa mi trasferì nella zona sud-ovest, quello che mi colpì di più furono le numerose cascine presenti su questo territorio.

Già dalla tangenziale è possibile ammirarne di grandi, piccole, ristrutturate o abbandonate (talvolta solo in parte).

Passeggiare per la Barona alla scoperta della sua storia, ti permette di rimanere stupito per la fitta presenza di cascine perché si è convinti (o almeno parlo per me) che queste strutture agricole siano distanziate, al fine di coltivare i terreni circostanti. Questo quartiere è invece caratterizzato da numerose cascine talvolta contigue. 

Eppure c'è poco da stupirsi: la Lombardia, o meglio la bassa pianura, è una esplosione di questi edifici splendidi per loro semplicità, eleganza ed efficienza.

Cascina Gabrina a Vanzago (MI)
 
Il nostro paese fino a settanta anni fa circa basava la sua economia prevalentemente sull'agricoltura e la cascina era la risposta più intelligente in tutta Italia alle necessità degli agricoltori.

Si è visto infatti che il tipo di organizzazione della cascina lombarda permetteva agli "addetti ai lavori" di ottimizzare al meglio gli sforzi, rispetto ad altre realtà rurali italiane.

Era questa una vera e propria "azienda agricola". Vi lavoravano talvolta fino a 25 famiglie le quali risiedevano in loco (anche se a volte per periodi limitati) e qui si svolgeva la loro vita relazionale e sociale. 

Colpisce l'organizzazione piramidale della cascina. 

In primis c'era il proprietario che spesso era il componente di una nobile famiglia lombarda, oppure un ordine religioso. Questi non si degnavano di vivere in campagna, ma in nobili case in città o in potenti strutture religiose.

La proprietà dava in affitto "l'azienda agricola cascina" ad un fittavolo, il quale amministrava le attività economiche, mentre i lavori agricoli erano diretti da un capo chiamato fattore. Quest'ultimo in genere abitava in cascina e a lui era destinata la zona più "nobile della struttura".

Il fattore aveva dunque il compito di organizzare il lavoro di svariate figure professionali: campari (dediti alla cura dei corsi d'acqua), bergamini (dediti alla mungitura del bestiame), casari (dediti alla produzione del formaggio), contadini (che si occupavano prevalentemente della cura del foraggio del bestiame, compreso il taglio del fieno), bifolchi (che avevano il compito di arare il terreno con i buoi), cavallanti (aravano con i cavalli), contadini vari come mondine, mietitori o fattori, nonché artigiani come maniscalchi, fabbri, falegnami…

Insomma un mondo intero racchiuso intorno ad una o due corti! Era così che spesso la chiesa più vicina si trovava in paese o in città e percorrere tutta quella strada a piedi non era fattibile; ecco dunque che in molte cascine lombarde ancora oggi possiamo trovare cappelle che venivano utilizzate dal religioso itinerante di turno per officiare. Non dobbiamo stupirci inoltre se in alcune di esse potevamo trovare un'osteria, un campo da bocce, uno spaccio di prodotti alimentari, un mulino o una piccola scuola per i bambini.

Ex Mulino di Cascina Moncucco (oggi condominio)

Fa tristezza vedere come molte di esse siano state abbandonate con l'avvento del benessere del secondo dopoguerra. Certo non si possono biasimare le scelte di vita dei loro abitanti…D'altronde le macchine agricole avevano sottratto valore alla manovalanza agricola, mentre le industrie prima e gli uffici successivamente necessitavano di lavoratori.

Cascina Assiano (Milano-Muggiano)

Eppure, con il senno di poi, perché non si è pensato a mantenere vive queste preziose testimonianza storiche lombarde? La regione o il comune poteva magari adibire questi immobili a residenze popolari. Si sarebbe riusciti così a offrire case dignitose (perché le cascine ristrutturate sono indubbiamente belle, prova ne sono i tanti agriturismi nati sulle loro spoglie) a chi oggi è costretto ad abitare in alveari anonimi e grigi in periferie che invitano a deviare.

La Barona ben rappresenta i mutamenti di questa città a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Con il boom economico e la immigrazione di massa dal Mezzogiorno infatti la municipalità aveva urgente necessità di offrire un tetto alle tante persone che ne erano sprovviste (magari anche in seguito ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale). Sono stati dunque utilizzati i terreni delle cascine per edificare e, nel fare questo, le fattorie preesistenti sono state soffocate in mezzo al cemento, oppure abbattute. 

Cascina Colomberotto

Una passeggiata in Barona è dunque un continuo rimpianto di ciò che non c'è più, eppure...basta attraversare la via Mazzolari e proseguire per via Barona per ritrovarsi proiettati indietro nel tempo, immersi in un contesto che poco ha a che fare con la metropoli (la quale si palesa solo nei grattacieli all'orizzonte).



Consiglio a tutti di fare una rilassante camminata tra le strade di campagna ancora presenti in questo quartiere per godere di cascine, mulini, fornaci, case di ringhiera, osterie e chiesette (gli abitanti della Barona già lo sanno e spesso nelle domeniche di sole si ritrovano qui a trascorrere il proprio tempo libero).

Superate le tristi case popolari che si trovano in via Barona-angolo via Mazzolari, fa bella mostra di sé la Cascina Battivacco

Cascina Battivacco

E' questa una grande fattoria, ex monastero del XII sec.,  che ha sì mantenuto la propria vocazione agricola, ma che ha anche sposato logiche di mercato più moderne. La Battivacco infatti offre anche alloggio, uno spaccio di loro prodotti e attività ludico educative per i ragazzi delle scuole.


Fa specie notare che esattamente di fronte a questa cascina se ne apre un'altra dal nome un po' insolito: Colomberotto. Il suo appellativo infatti pare derivi dalla badessa (Colomba) che viveva alla Battivacco. Questo edificio è stato egregiamente ristrutturato ed oggi è un elegante condominio campestre.

Cascina Colomberotto


La strada a questo punto compie una curva a gomito, superata la quale non si può non notare un edificio grigio che quasi ci riporta alle atmosfere del film "L'albero degli zoccoli". E' questo ad oggi un condominio, casa di ringhiera dal gusto popolare e un po' bohemien.

Eppure prima di assumere l'attuale sembianza così diffusa a Milano (la casa di ringhiera, appunto) era una fattoria dal nome decisamente eloquente: Cascina Molino Doppio (via Bardolino 30).  

Cascina Molino Doppio

La Cascina si chiamava così probabilmente per la presenza di due ruote utili allo svolgimento dei lavori del mulino.

Nel XIX sec. viene trasformato in una filanda, con 125 persone impiegate, la quale sfruttava il movimento delle ruote dell'ex mulino per far funzionare i macchinari dell'opificio. Qualche tempo dopo, gli stessi edifici che ospitavano la filanda vengono trasformati in casa di ringhiera, mentre l'attività viene chiusa. Casa di ringhiera che poteva vantare il lusso, ai primi del Novecento, di avere un telefono a disposizione dei suoi abitanti (si trovava in cortile)!

Durante la Prima Guerra Mondiale una parte della Cascina Molino Doppio viene adibita ad ospedale militare. Tuttavia recenti studi ipotizzano che già nel 1859 le truppe francesi vincitrici nella battaglia di Magenta abbiano utilizzato questa cascina come nosocomio militare per curare i loro numerosi feriti, durante la marcia trionfale verso Milano ormai liberata dal nemico austriaco.

Fino agli anni Settanta avremmo potuto trovare una delle due grandi ruote del mulino nel cortile interno. Questa veniva mossa dalla roggia Paimero la quale, in fondo all'attuale parcheggio per le auto, veniva interrata. Il canale d'acqua rimaneva in secca da marzo a settembre e durante questo periodo raccoglieva montagne di rifiuti, nonché diventava pericoloso per i bambini che giocavano nel cortile. Cinquant'anni fa circa è stata dunque asportata e portata via dal proprietario, mentre al suo posto piantato un pino (poi però abbattuto).  

Cascina Molino Doppio


Di fronte alla Cascina Molino Doppio si apre una strada poco curata che conduce ad una azienda operante nel campo dell'edilizia. Fino al 1960 qui avremmo trovato la Fornace san Marcaccio (via Bardolino 31) produttrice di gran parte dei mattoni, poi utilizzati per edificare questa parte di città. Esattamente dove ci troviamo infatti i terreni erano ricchi di argilla la quale veniva utilizzata per scopi edilizi ed artistici. La vecchia fornace aveva un forno ad oggi demolito. In compenso rimangono ancora gli edifici in origine utilizzati per l'essicazione dei mattoni, per ospitare gli operai nonché la casa padronale e la mensa per i lavoratori.

Fornace san Marcaccio (ex mensa dipendenti)

Alle spalle della fornace si apre l'edificio che maggiormente mi ha colpito: il Mulino della Pace (via Bardolino 33. Struttura inaccessibile). E' questo un mulino pare cinquecentesco, ma ormai in rovina. Il suo attuale proprietario, che ha dell'eroe moderno, sta lottando con tutte le sue forze per non farla crollare definitivamente. Questo edificio era situato in un contesto bucolico degno di una pubblicità: rogge gonfie di acqua cristallina in grado di muovere una ruota dal diametro di 8 metri collocata su una facciata di un bianco intonso… Da lontano sembra quasi che il Mulino Montalbano (identico in forme e metrature, ma nel comune di Buccinasco) voglia urlargli: "guarda come potevi essere bello ad oggi se solo non ti avessero completamente abbandonato!". Quest'ultimo infatti non presenta più la tipica ruota mossa ad acqua, ma i suoi ambienti sono un moderno condominio che ha mantenuto il sapore di una volta e preservato l'ambiente alla luce dei nuovi dettami ecologisti.

Mulino della Pace

Non lontano dal Mulino della Pace si erge su un terrapieno il vero gioiello della Barona: la chiesetta di san Marchetto (via san Marchetto, 7). E' questa una struttura religiosa molto antica, probabilmente del XIII sec. La leggenda narra che in un passato non ben specificato dei contadini stessero arando il terreno dove sorge la chiesa. A un certo punto l'asinello che trainava l'aratro si fermò e non ci fu verso di farlo proseguire. I contadini quindi intuirono che in quel punto doveva esserci qualcosa di particolare sotto le zolle di terra. Dopo aver scavato trovarono un Crocefisso ligneo e, per poterlo costudire, fu edificata la chiesetta che ancora oggi vediamo. Il Crocefisso si trova tutt'ora all'interno della piccola struttura e, stando ad una Bolla Pontificia del XVIII sec., dal momento in cui lo si venera in occasione del giorno dell'esaltazione della santa Croce (in genere la chiesetta viene aperta la domenica successiva al 14 settembre), si ottiene l'indulgenza plenaria. 

Chiesa san Marchetto, interno.
Foto tratta da www.milanocittastato.it

Il suolo rialzato su cui è stata eretta, al contrario di quello che si può pensare, non è affatto un terrapieno artificiale, ma il piano di campagna presente all'origine. Questo perché, a causa dell'asportazione dello strato argilloso destinato alla costruzione dei laterizi, ci fu un abbassamento dei terreni limitrofi.

Chiesa san Marchetto


Data la presenza di questo gioiello religioso, le tre vicine cascine si chiamano san Marco, san Marchetto e san Marcaccio. 

Quest'ultima si erge esattamente alle spalle della chiesetta ed è in uno stato di completo abbandono, ormai divorata dalla natura rampicante (vien quasi da pensare in maniera ironica che sia dovuto alla alterazione peggiorativa del suo nome).

Cascina san Marcaccio

La contigua cascina san Marchetto (via san Marchetto 3) invece è una florida azienda agricola, mentre la Cascina san Marco (via Bardolino 90) ospita una comunità per soggetti con problemi da dipendenze da sostanze.

Affresco presente sulla parete della Cascina san Marchetto
(Madonna delle Risaie, 2016)

Cascina san Marco

Ora purtroppo abbandoniamo virtualmente questo ambiente così idilliaco per tornare in mezzo ai palazzoni della Barona che talvolta, a torto, incutono paura.

Non è comunque il caso dell'ex cascina Cantalupa (via De Finetti) la quale si presenta in forme moderne e aggraziate, in una zona borghese della Barona. Pare che anche questa cascina, con funzione di villa padronale, avesse origini molto antiche ( XVI sec.), ma questo non è bastato a preservarla dalle demolizione: il 5 ottobre 2002 infatti le ruspe hanno raso al suolo la struttura contro il volere degli abitanti del quartiere e, per farlo, "hanno pensato bene" di farlo di notte. La cascina dal nome suggestivo (anticamente la zona era infatti popolata dai lupi) è stata ricostruita e ad oggi ospita una struttura residenziale per persone affette da disturbi mentali, dell'azienda ospedaliera san Paolo.

Palazzo al posto della Cascina Cantalupa

Via De Finetti risulta essere perpendicolare alla via Cascina Bianca, la quale prende il nome della vicina omonima cascina...anch'essa sparita. Tuttavia qualche anima nostalgica ha posizionato sul terreno del parco che si apre in via De Pretis alcune pietre che ricordano il perimetro di questa antica struttura rurale.

Via Depretis


Per visitare la prossima cascina (forse la più affascinante del quartiere) dobbiamo recarci a pochi passi dalla fermata Famagosta della metropolitana. Qui infatti è possibile ammirare la Cascina Monterobbio la quale prende il suo nome da Mons Rubur (monte quercia): un piccolo dosso coperto da un bosco di querce sacro agli dei Venere e Mercurio sin dai tempi dei Celti e teatro di sacrifici rituali pagani. Il Comune di Milano, proprietario della struttura e dei suoi immensi terreni, ha provato, seppur in maniera blanda, a salvare la cascina, ma se non cambierà nulla, i puntellamenti non saranno più sufficienti a frenare i crolli. Il fatto che al piano nobile ci siano degli affreschi di Francesco Hayez genera ancora più rabbia. Esiste il comitato salviamo Cascina Monterobbio e all'interno della cascina è possibile trovare il circolo culturale Virgilio Ferrari.

Cascina Monterobbio
la quale ospitò le funzioni religiose per gli abitanti del quartiere
fino alla costruzione della vicina chiesa di san Giovanni Bono (1968).

Curiosa è la storia degli affreschi: il proprietario dell'epoca infatti si rifiutò di pagare il pittore poiché insoddisfatto dell'opera stessa. Per tale ragione vennero subito coperti con della calce e ad oggi solo una piccola parte di essi sono visibili.

Ingresso del circolo culturale nell'ex giardino padronale


A questo punto è sufficiente attraversare il vicino viale Famagosta per godere di un'altra complessa e affascinante fattoria: Cascina Moncucco (via Moncucco 20 e 29). Anch'essa sorgeva su un piccolo monticello (mons cucus) e ad oggi è stata in gran parte ristrutturata e riconvertita in appartamenti privati (l'ex mulino), nonché abitazioni per gli studenti della vicina università IULM. 

Cascina Moncucco


Non lontano da Cascina Moncucco si trova il nucleo più antico della Barona che racchiude in sé, non solo la cascina che ha poi dato il nome al quartiere (o viceversa), ma anche un notevole numero di fattorie poco distanti l'una dall'altra in gran parte (ma ormai non c'è più da stupirsi) abbattute.

Cascina Barona (via Biella) ad oggi è in corso di ristrutturazione e di frazionamento in moderni appartamenti, mentre le vicine Cascina Bordina (via Binda 48) e Cascina san Bernardo (via Binda angolo via Portaluppi) invece già mostrano una bella veste

Cascina Barona

Cascina Bordina


La vicina Cascina Maggiore (via Schievano, 12) deve il suo nome al Monastero Maggiore (in corso Magenta fino al 1798, anno della sua soppressione), proprietaria dell'edificio e dei terreni di pertinenza. Questa struttura si è sempre distinta per le sue attività di conceria sia in cascina che nelle strutture di via Malaga, le quali sfruttavano le acque del vicino fiume Olona. La cascina fortunatamente mantiene intatto il suo fascino rustico che ha un sapore quasi artistico. Al suo interno infatti molti abitanti sono musicisti, architetti, fotografi e le strutture di via Malaga ad oggi ospitano studi di professionisti decisamente...trendy (nonostante l'odore poco accogliente del corso d'acqua che si dipana davanti agli edifici). 

Cascina Maggiore

Per giungere alla prossima destinazione è meglio muoversi con un mezzo, dato che dobbiamo recarci in via san Giuseppe Cottolengo 40. Qui infatti è possibile trovare ciò che resta dell'antica Cascina Varesina (chiamata così per l'origine del suo vecchio proprietario) e Cascina Varesinetta. Purtroppo di queste cascine è rimasta solo la cappella, sede di atelier della fornacecurti. E' quest'ultima un luogo storico e magico… La famiglia Curti ha al suo attivo creazioni in terra cotta, porcellane e ceramiche da ben 600 anni! La loro sede storica era presso l'attuale via De Amicis e solo nei primi anni del XX sec. si è spostata in Barona, a pochi passi dalla fonte della loro materia prima: l'argilla. Accanto alla vecchia cascina nel tempo sono stati edificati i corpi di fabbrica utilizzati per le attività della fornace e ancora in uso. Ad oggi l'intera struttura ospita ben 20 studi artistici e di fotografi d'arte, visitabili in occasione della loro apertura straordinaria durante il penultimo fine settimana di maggio.

Ingresso Fornace Curti (via Tobagi, 8)

Fornace Curti, interno

Ed è proprio ai primi anni del Novecento (periodo d'approdo dei Curti in Barona) che risale un ritrovamento davvero sorprendente: all'interno della cappella della vecchia Cascina Varesina (l'unica sopravvissuta di tutte le fattorie del quartiere) è stato trovato il sepolcro di un frate. I suoi resti erano tuttavia molto consunti e dunque poche informazioni si hanno oggi su di esso, però ciò che aveva colpito i milanesi dell'epoca era l'enorme dimensione del femore, tanto da far pensare di aver trovato i resti di un frate gigante!

Cappella ex Cascina Varesina,
forse dedicata a santa Agnese

Questo viaggio tra le cascine della Barona mi auguro sia servito a conoscere i mutamenti in bene (???) e in male del quartiere e, a proposito di cambiamenti, è d'obbligo citare la Cascina Beldiletto. Essa si trovava nell'attuale via omonima perpendicolare di viale Famagosta e si chiamava così per il luogo delizioso in cui sorgeva (visto l'ambiente bucolico in cui era stata edificata). 

Ma stai a vedere che il detto "si stava meglio quando si stava peggio" solo in questo caso è particolarmente azzeccato??!

Allora buona scoperta delle cascine del quartiere e arrivederci al prossimo post di Milanocuriosa sulle innumerevoli curiosità della Barona!


Chiesa san Marco al Bosco