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sabato 1 agosto 2026

LA CERTOSA DI PAVIA, MAUSOLEO DEI VISCONTI



Molte volte la nascita di un monumento è legata al desiderio di prevalsa (è il caso del Duomo), altre volte a un voto espresso (è il caso della Certosa di Pavia).

Agosto 1396: il duca Gian Galeazzo, contrariato dai milanesi che gli hanno impedito di far diventare il Duomo mausoleo della famiglia Visconti, decide di costruirsi ex novo un pantheon familiare.

Peraltro pochi anni prima sua moglie (nonché cugina) disperata perché non riusciva a garantire una discendenza al nobile marito, fa un voto alla Madonna: se riuscirà a rimanere incinta, darà a tutti i suoi figli maschi, Maria quale secondo nome.

Detto fatto: nascono due maschietti; il secondo (Filippo Maria) sarà colui che decreterà la fine dei Visconti al comando della capitale del Ducato.

Ma il voto non finisce qui: se Caterina fosse sopravvissuta al parto, avrebbe fatto costruire una certosa…

Come al solito i lavori si sono protratti molto per le lunghe e dunque, alla posa della prima pietra la moda imperante era quella d'oltralpe: il gotico, che tanta soddisfazione ha regalato ai milanesi.

Tuttavia la Certosa di Pavia è un vero trionfo del Rinascimento, in quanto stile architettonico imperante nel secolo successivo (XV).

Già la sola vista da lontano dell'intero complesso dedicato a santa Maria delle Grazie è in grado di regalare quello che il Rinascimento riesce a offrire a piene mani: armonia e serenità.

Quando si entra nel cortile della Certosa, quasi per incanto, si lasciano nel parcheggio delle auto gli interi affanni che ci portiamo dietro. Qui tutto invita a pensieri leggeri e sorridenti. La struttura è grande; girarla per intero talvolta può sembrare faticoso, ma quasi sempre si ritorna sui propri passi in maniera soddisfatta, dopo una visita alla certosa.

La chiesa è anticipata da un ampio cortile con, a destra la foresteria (chiamata anche Palazzo Ducale, XVII sec.), mentre a sinistra troviamo ciò che rimane delle antiche scuderie.

Cortile della certosa con, a destra, il Palazzo Ducale

Ad oggi la foresteria ospita il Museo della Certosa con, al proprio interno, una vasta esposizione di opere d'arte legate a questa struttura religiosa. Il pezzo più pregiato è senz'altro "Cristo inchiodato alla croce" di Vincenzo Campi (1575). In questo quadro il pittore lombardo rappresenta un momento della Passione poco affrontato: un attimo prima che il Cristo venga inchiodato alla croce. Gesù volge il proprio sguardo insicuro verso il cielo, mentre un soldato gli afferra una mano per poi spingerlo a sdraiarsi sul suo supplizio. La scena è molto realistica, quasi caravaggesca (basti solo guardare i guanti consumati del boia). Un cielo plumbeo sottolinea egregiamente lo stato d'animo del protagonista.

Vincenzo Campi
"Cristo inchiodato alla croce" (1575)


Colpisce molto l'armoniosa facciata rinascimentale che introduce alla chiesa chiara e accogliente. Delle 14 cappelle ce n'è una (la seconda sulla sinistra) che può vantare il pregio di ospitare una reliquia assai preziosa: un pezzo della croce di Gesù.

Dettagli insoliti: 
medaglioni con ritratti di imperatori romani
sul basamento della facciata


La navata, nella sua parte superiore, è caratterizzata da otto bifore affrescate. In due di esse spuntano, quasi incuriositi, due monaci certosini che guardano in basso verso l'assemblea.

Attenzione!
Qualcuno ti osserva da lassù! 


Il transetto spicca per le sue imponenti dimensioni e per le opere preziose in esso custodite.

Nel braccio di sinistra possiamo trovare la sua opera forse più popolare: il cenotafio di Ludovico Sforza e Beatrice D'Este. Ad oggi è possibile ammirare la lastra che avrebbe avuto il compito di chiudere la tomba del duca di Milano e di sua moglie. Quando la duchessa morì (1497) il Moro commissionò al Solari il ritratto dei due coniugi (lui dovette sdraiarsi facendo finta di essere morto). L'artista creò quello che, a detta di tutti, viene considerato un vero e proprio capolavoro della scultura rinascimentale. Per più di sessant'anni Beatrice riposò, per volere di Ludovico, all'interno di quella che doveva essere il mausoleo degli Sforza: santa Maria delle Grazie a Milano. Tuttavia, con l'avvento della Controriforma, i resti della povera Beatrice vennero dispersi, la lastra tombale asportata (fu addirittura divisa in due parti, per poi essere ricomposta alla Certosa nella sua forma originale), mentre Ludovico deportato in Francia (dove poi morì).

Particolare decisamente curioso: le scarpe di Beatrice (le pianelle), con tanto di rialzo per combattere la sua figura brevilinea e comunque tornate da qualche tempo nuovamente di moda!

Lastra tombale di Ludovico e Beatrice


A capocroce invece è possibile ammirare uno degli ambienti più visitati della Certosa: il presbiterio, ossia quell'ambiente, chiuso da una cancellata, utilizzato in passato solo dai monaci certosini. Qui lo sguardo fa fatica a prendere pace, preso com'è da tanta bellezza tramutata in arte. Su tutti spicca il coro ligneo con le sue magnifiche tarsie del XV sec.

Presbiterio

Nel braccio destro del transetto ha trovato finalmente pace il fautore di questa certosa: Gian Galeazzo Visconti. Nel suo testamento infatti chiese di essere seppellito qui, nel mausoleo familiare. Tuttavia le sue volontà non vennero rispettate fino in fondo, dato che desiderava una tomba monumentale, caratterizzata dalla presenza di un imponente cavallo. 

Sepolcro di Gian Galeazzo Visconti

Nel registro inferiore osserviamo il ritratto del duca affiancato da due statue ritraenti le virtù. La scelta di questi due personaggi nasce da un vero e proprio fraintendimento. Quando Gian Galeazzo si sposò per la prima volta infatti entrò in possesso, quale dote matrimoniale, della contea francese di Vertus. Vertus poi italianizzato in Virtù e dunque da qui il suo soprannome "Conte di Virtù".

Gian Galeazzo tuttavia all'epoca doveva apparire ai suoi contemporanei non tanto come un uomo virtuoso, ma imponente. Recenti studi delle sue ossa hanno ipotizzato che probabilmente doveva essere alto quasi 1,90 m e avere una folta capigliatura rossa…


Il Braccio destro del transetto ospita la Sala del Lavabo, la quale permetteva ai monaci di lavare le mani nel momento in cui entravano in chiesa provenienti dai chiostri. Questa sala è anticipata da un maestoso portale chiamato delle Duchesse, perché qui possiamo ammirare i bassorilievi delle mogli dei duchi appartenenti ai Visconti (registro superiore) e a agli Sforza (registro inferiore).

Portale delle Duchesse
Foto tratta da www. agenziacult.it


Il braccio opposto (transetto sinistra) ospita invece la Sacrestia Vecchia anticipata a sua volta dai bassorilievi dei duchi Visconti (in alto) e Sforza (in basso).

Portale dei Duchi

La sacrestia ospita al proprio interno un'opera d'arte davvero particolare: un trittico in avorio risalente a fine 1300, composto da 26 formelle che ritraggono scene di vita di Gesù e Maria. Nonostante possa apparire completamente in avorio, in realtà solo alcune formelle sono composte da questo pregiato materiale. Tutte le atre sono state create utilizzando...osso di bue.

Trittico degli Embriachi

Per comprendere meglio la certosa (la restante parte del monumento, ad esclusione della chiesa) dobbiamo minimamente conoscere l’ordine dei certosini.

Questo nacque nell’XI sec ad opera del santo tedesco Brunone il quale, in età matura, decise di ritirarsi a vita da eremita insieme ai suoi confratelli. Ottennero dal vescovo di Grenoble un terreno sul quale edificare la propria struttura religiosa. Dal momento in cui questa era vicino al paesino di Chartreuse, l’ordine assunse il nome dei certosini.

I certosini ancora oggi fanno una vita molto serrata di eremitaggio. 

La giornata inizia (iniziava nella Certosa di Pavia finché questo ordine religioso ha abitato questo monastero) alle 6.30 del mattino, per protrarsi poi in un regime di solitudine per circa 10 ore, intervallate da due momenti comunitari (messe in chiesa). Dopo una parca cena in solitudine nella propria cella, il certosino si reca a dormire alle 18.45 per poi svegliarsi dopo circa 5 ore per recarsi in chiesa per una preghiera collettiva. Alle 2.30 può infine tornare a dormire per poi riprendere la preghiera alle prime luci dell'alba.

I pasti vanno consumati in perfetta solitudine, ad eccezione del pranzo della domenica che risulta essere collettivo, ma che deve essere effettuato in silenzio (mentre si ascoltano le letture di brani della Bibbia). Solo la domenica pomeriggio i certosini hanno a disposizione una ricreazione di circa due ore, durante le quali possono parlare tra di loro. Il lunedì pomeriggio hanno la facoltà di fare una passeggiata nei dintorni dell'eremo e, se per forza di cose, devono attraversare luoghi abitati, è vietato loro intrattenersi con i locali.

I pasti sono principalmente a base di verdure da loro coltivate (non è prevista la colazione), anche se si possono consumare pesce e i derivati del latte.

I monaci, per poter avere maggior tempo per pregare, delegano le mansioni manuali a dei laici: i monaci conversi, chiamati così perché spesso si sono convertiti alla vita monacale in tarda età. 

Grande Certosa
Foto tratta da www.chartreux.org


I monaci della Certosa di Pavia vivevano in ampie celle, paragonabili a delle piccole villette a schiera poiché avevano un orto piuttosto ampio sul retro. I pasti venivano serviti loro dai conversi attraverso una ruota posta sulla facciata della cella di modo che non ci fosse alcuna interazione tra il converso e il certosino.

Chiostro grande
Fino alla fine del XVIII sec. qui avremmo trovato
il cimitero dei monaci


Stanza nella quale i monaci consumavano i pasti
 
Ruota sulla facciata della cella
che serviva a consegnare i pasti ai monaci

Orto delle celle dei monaci


Il chiostro piccolo raccoglie attorno a sé gli ambienti di vita quotidiana dei monaci: la biblioteca, il refettorio.

Chiostro piccolo

Refettorio
Dietro la parete in fondo, si trovava lo spazio
per i pasti dei conversi
i quali potevano ascoltare le letture
fatte dal pulpito sulla sinistra



Anticamente i certosini di Pavia erano proprietari di molte tenute terriere, in grado di generare ingenti entrate.

Ad oggi la proprietà dell'intera certosa è dello stato italiano e probabilmente sono stati persi gli antichi possedimenti. Permane tuttavia, all'interno della struttura, uno piccolo spaccio dove è possibile acquistare riso, miele, tisane, ma soprattutto il nocino e le gocce imperiali. Attenzione a quest'ultimo alcolico: la sua gradazione alcoolica (90 gradi) sconsiglia a chiunque la sua degustazione allo stato puro (onde evitare feroci ulcere!). 

Questi prodotti venivano prodotti dai monaci cistercensi, i quali avevano preso il posto dei certosini, ma che, ahimè, abbandoneranno la struttura a breve.

L'assenza dei cistercensi comporterà la celebrazione di una sola messa alla settimana da parte dei sacerdoti del vicino paese Certosa di Pavia, nonché l'abbandono dello spaccio (non è stato ancora deciso il futuro di quest'ultimo).  

Antiche tracce dei possedimenti della Certosa di Pavia rimangono ancora oggi sul territorio pavese e milanese. Forse non tutti sanno che… a Trezzano sul Naviglio, a due passi dal canale artificiale, possiamo ammirare quella che anticamente era una grangia, ad oggi adibita a hotel e spaventosamente assediato dai condomini moderni!



Questo mese Milanocuriosa è espatriata fino alla provincia pavese, ma direi che ne è valsa la pena conoscere questo gioiello rinascimentale che meriterebbe di entrare di diritto nel patrimonio dell'umanità dell'UNESCO!



IMMAGINI BELLE, IMMAGINI CURIOSE










Torchio lungo 10 m,
posizionato nelle antiche stalle
 e utilizzato fino al 1911 per fare il vino




mercoledì 28 luglio 2021

TRACCE CURIOSE DI STORIA CONTEMPORANEA IN QUEL DI BAGGIO...


Quante volte gli adulti vorrebbero tornare indietro per avere più tempo per studiare… E' quel che succede puntualmente a me: da studente non apprezzavo molto lo studio e ora che non sono tenuto a farlo, che non ho tempo, rimpiango quando ero tenuto a farlo. 

Sì perché studiare è un po' come fare lo speleologo: più scavi e più trovi; più trovi e più non vuoi fermarti.

Ecco che un post che credevo semplice mi ha aperto un mondo, tra l'altro vicino a casa. Il post sulla toponomastica milanese mi ha spinto infatti ad avere nozioni su un quartiere che già conoscevo (a quanto pare non abbastanza): Baggio, periferia sud ovest di Milano.

"Qui una volta era tutta campagna". Questa frase fatta si addice benissimo a via Berna e paraggi. Eppure lungo la parallela via Forze Armate nel 1931 venne edificato l'ospedale Militare di Baggio, nosocomio talmente esteso da raggiungere anche quella porzione di contado urbano poi chiamata via Berna. L'ospedale militare, che ospitò anche il geniale soldato Gianni Rodari, a un certo punto, durante la Seconda Guerra Mondiale, venne requisito dai tedeschi. Dunque i militari italiani vennero curati presso i padiglioni che oggi troviamo in piazza Bande Nere, attuale sede dell'ATS. 

Ospedale Militare. 
Fonte: Wikipedia

Interessante è conoscere la storia di quest'ultimo edificio: nacque nel 1922 come Ricovero di Mendicità. Di quegli anni infatti era la legge che vietava l'accattonaggio, pena l'istituzionalizzazione presso strutture come quello di piazza Bande Nere. Con il passare del tempo tuttavia gli ospiti anziani ricoverati spontaneamente aumentarono, tanto da far mutare il nome alla struttura nel 1966 in Istituto Golgi Redaelli. Questa rinomata RSA lombarda nel 1990 si è spostata nella vicina via D'Alviano, lasciando quindi spazio agli uffici dell'ATS.

Sede uffici ATS p.za Bande Nere
Foto di Sonia Costanzo

Eppure l'ospedale militare in città non è sempre stato a Baggio; con Napoleone trovò spazio nell'antico convento benedettino di sant'Ambrogio, oggi sede dell'Università Cattolica. Qui venne ricoverato il soldato Ugo Foscolo, ferito durante una campagna militare napoleonica e operò il futuro papa Giovanni XXIII, quale sanitario militare.

Un giovane futuro Papa Giovanni XXIII militare.
Fonte: www.avvenire.it

Particolare decisamente curioso e degno di questo blog è la rientranza che troviamo nel muro di cinta dell'ospedale militare in via Berna. Qui infatti si trovava un portone che si apriva ogniqualvolta giungeva un treno dalla vicina stazione di san Cristoforo. Lungo la via Angelo Inganni e poi via Berna infatti erano stati costruiti dei binari che permettevano ai feriti della Seconda Guerra Mondiale di essere rapidamente trasportati al nosocomio di Baggio.

Ospedale militare

Eppure la curiosità principale di via Berna era sicuramente il Villaggio Svizzero.

Al posto dell'attuale Parco Moravia infatti si trovava, nell'immediato secondo dopoguerra, un villaggio costituito da 40 casette tri famigliari di legno, gentilmente offerte dalla vicina Svizzera. I nostri neutrali vicini si erano fatti impietosire dalle condizioni in cui versava Milano subito dopo la fine della guerra. Mediamente un edificio su quattro era stato bombardato e tantissimi erano gli sfollati. Cinquecento di questi senza tetto trovarono asilo proprio in queste strutture gioiosamente dipinte di arancione con infissi verdi. Oltre alle case, c'era anche una chiesa, un emporio e una scuola materna. L'inaugurazione avvenne il 20 luglio del 1946 e gran parte di esse vennero abbattute verso la fine degli anni Cinquanta. In questo periodo infatti gli sfollati trovarono alloggio nei tanti appartamenti dei moderni condomini sorti in zona. 

La zona infatti nel tempo è decisamente cambiata e... "là dove c'era l'erba ora c'è una città". Così il Comune ha deciso di intitolare le vie qui attorno ad alcune città svizzere (Zurigo, Lucerna, Basilea) quale forma di ringraziamento. 

Eppure il Villaggio Svizzero non era l'unico: Milano ospitava tanti alloggi temporanei per gli sfollati.

Per quanto riguarda i profughi giuliani non ci è dato sapere se questi vennero ospitati in una struttura temporanea o definitiva (e dunque ancora esistente) nella prossima via degli Astri.

Ma decisamente più curioso e comunque attuale era il Villaggio Finlandese nella vicina via Primaticcio. 

Per conoscere la sua storia dobbiamo ringraziare Diego Abatantuono che qui è cresciuto nella casa dei suoi nonni paterni.

Nell'autobiografia ("Eccezzziunale veramente", 1997) racconta: 

Nell'immediato dopoguerra, una decina d'anni prima che io venissi al mondo, il Comune di Milano fa un gemellaggio con una città del Nord Europa. Noi costruiamo delle case là, nella tundra, e i finlandesi ci regalano delle abitazioni prefabbricate da collocare in città. 

Alcune erano in muratura, e cioè quasi normali (mio nonno abitava in una di queste). Altre sembravano degli chalet o delle baite,

Ma forse questi nordeuropei con il cuore in mano volevano fare soltanto un'azione simbolica, certi che queste casette sarebbero durate, come assicurato dai nostri amministratori, soltanto pochi anni per poi essere sostituite da case "classiche". Per ingentilire ulteriormente l'operazione, al quartierino dove furono "appoggiate" queste case regalo venne appioppata una topografia dai nomi floreali: via degli Oleandri, dei Gigli, delle Ortensie, delle Viole, dei Mughetti

Morale: quelle case che dovevano durare un lustro esistono ancora adesso. Quelle di legno no, invece di cinque anni ne resistettero solo trentacinque.

Giorno dopo giorno le famiglie che ci abitavano dentro si ingrandivano, si gonfiavano come si gonfiavano le pareti di legno con l'umidità, e si adattavano. Ogni inverno con le piogge e l'umidità il legno marciva, d'estate tutto si seccava e ogni settimana andava a fuoco una casa. Ma la gente dentro non voleva cambiare rione, e quando il Comune, dopo più di tre decenni, decise finalmente di abbatterle, gli abitanti si ribellarono. Popolazione strana, in quelle vie; gente, per usare un eufemismo, abbastanza "vivace".

Degli amici della mia compagnia di infanzia un po' sono morti, un altro po' sono o in galera o in comunità. Un gruppo ce l'ha fatta. Il clima era tosto. Per tornare al discorso delle case arriva il momento in cui il Comune decide di ascoltare le lamentele di quelli a cui marcivano gli chalet. Un giorno arrivano con delle ruspe e incominciano a costruire i nuovi alloggi (condomini di via delle Gardenie). Si trattava, secondo il piano di fare rientrare poi queste persone nelle nuove abitazioni, costruite seguendo moderni criteri. L'avevano fatte proprio lì negli stessi posti, così che la gente non perdesse le proprie amicizie, le proprie abitudini e il lavoro quando c'era. A un certo punto, però una volta costruite queste case, si accorgono che gli sono venute un po' troppo bene per i poveracci che devono entrarci e che la periferia non è poi così più estrema, allora decidono: "no, no, adesso voi andate tutti a Quarto Oggiaro e noi qui dentro mettiamo…" minchia, a questo punto i vivaci abitanti delle case di legno giustamente si ribellarono in maniera molto vigorosa, dimostrando che certe volte qualche risultato, non subendo passivamente, si può ottenere. Occuparono le case nuove. Arrivò la polizia e, constatato la difficile situazione, se ne tornò da dove era venuta. D'altra parte con ogni probabilità, in quel quartiere del Giambellino abitava anche qualche poliziotto...Questo è avvenuto nel 1980, ma è una storia che non mi riguarda direttamente perché io, come ho accennato prima, stavo nelle case in muratura e quelle non si sono mai toccate.   

Villetta dell'ex Villaggio Finlandese

In alcune vie ai margini del Villaggio dei Fiori è possibile trovare delle villette unifamiliari chiamate "case minime a schiera", fatte costruire dal Comune di Milano negli anni Cinquanta e finalizzate anch'esse a fornire un alloggio ai tanti sfollati per colpa della guerra.  Case minime chiamate così per le loro ridotte dimensioni e con la possibilità di coltivare qualcosa grazie al piccolo giardino retrostante.

Case minime a schiera


Eppure le Case Minime più famose in questa zona erano quelle case popolari costruite durante il Ventennio Fascista lungo la via Forze Armate, esattamente dopo l'ospedale militare. Vennero abbattute nel 1986 e al loro posto costruiti dei moderni condomini popolari che ad oggi avrebbero bisogno di una sostanziale ristrutturazione.


Tra questi grigi palazzoni è sopravvissuta qualche traccia antica e la più originale è senz'altro la palazzina a due piani che ospita tutt'ora un bar (ricorda quasi la casa del protagonista di "Up" della Disney…) chiamato "il Tabaccaio della Creta".

"il tabaccaio della Creta"

Era questo edificio di inizi Novecento molto probabilmente una stazione di posta per i cavalli diretti a Baggio. Inoltre le costruzioni antiche qui presenti fungevano un po' da porta di ingresso per la Cascina Creta (o Crea in dialetto) posta esattamente dietro al tabaccaio.

L'intera zona veniva chiamata così perché il terreno al proprio interno aveva una vasta presenza di argilla utile per la creazione della creta utilizzata poi a sua volta per la fabbricazione di tegole e mattoni.

Nel 1937 però i lavoratori ed abitanti della cascina si trasferirono nella Cascina Creta Nuova (ancora presente e operante nella vicina via Ascona),  una struttura decisamente più moderna. Infine il Governo Fascista, quale risarcimento, offrì un posto di lavoro nelle fabbriche agli occupanti che avevano partecipato alla campagna d'Africa del '35. Furono queste due ragioni a decretare la fine completa della cascina vecchia, la quale venne abbattuta negli anni Ottanta.

Cascina Creta Nuova

Segno dei proiettili esplosi dai tedeschi in ritirata
 durante la Seconda Guerra Mondiale

Nel trasferirmi a vivere in questa zona mi sono sempre chiesto perché il Comune di Milano abbia intitolato una via così importante e grande ad una piccola città pugliese, ovvero Bisceglie (tanto da dare il nome al capolinea della metropolitana)… La spiegazione la si può trovare proprio nei paraggi del "Tabacchè de la Crea": qui anticamente c'era un viottolo di campagna ribattezzato dagli abitanti della zona, non si sa per quale ragione, proprio Bisceglie. 

Ingresso metropolitana

Per finire, sicuramente gli abitanti della zona Inganni avranno fatto caso ai nomi delle vie che circondano la chiesa di san Giovanni Battista alla Creta (chiamata così a ricordo della vicina omonima Cascina) sita a due passi dalla fermata della metropolitana. Qui le vie, al posto di chiamarsi con nomi di personaggi storici poco conosciuti, ricordano le diverse specie di uccelli: passero, usignolo, allodola, capinera, rondine, storno, cardellino. Questo è dovuto al fatto che la chiesa è gestita dai frati francescani e dunque, in onore al Poverello di Assisi sono state dedicate queste eleganti vie milanesi.

Facciata della chiesa con l'originale pulpito (a sinistra) 
progettato a fini estetici

La chiesa di Inganni merita senz'altro una visita per la sua originalità e perché conserva al proprio interno alcune curiosità.

Opera dell'architetto Giovanni Muzio, s. Giovanni Battista venne consacrata nel 1958. In questa zona della città infatti erano sorti diversi condomini e la comunità locale era sprovvista di una chiesa. Fu così che il francescano Padre Enrico Zucca convinse la signora Luisa Farina, vedova dell'industriale Giovanni Cabassi, ad utilizzare i propri fondi, non per la costruzione di una cappella di famiglia presso il Cimitero Monumentale, ma bensì per una chiesa da edificare nel quartiere. La signora acconsentì a patto che la Parrocchia portasse il nome di suo marito prematuramente scomparso. Fu così che la famiglia Cabassi coprì tutte le spese e donò il terreno alla Diocesi la quale, una volta costruita la chiesa, fece un'eccezione: abilitò una porzione della struttura a cappella mortuaria. 

Esiste all'interno della chiesa una statua seicentesca rappresentante sant'Antonio con in braccio il Bambinello, teneramente proteso a dare una carezza al Santo. Non si conosce l'origine dell'opera; l'unica cosa che si sa è che dopo qualche tempo venne considerata un po' sconcia per il contesto in cui era ospitata. Il Bambin Gesù infatti era nudo e per questa ragione gli furono creati delle braghette. Inoltre proprio nella nicchia che attualmente ospita la statua c'era un affresco che ritraeva il santo di Padova. Sin dall'inizio però quest'opera suscitò forti polemiche tra i parrocchiani perché si diceva che il santo fosse brutto in quel ritratto. Gli animi si esasperarono talmente tanto che un parrocchiano addirittura lo sfregiò. Per questa ragione l'opera venne cancellata e al suo posto posizionata la statua bronzea.   

Statua di sant'Antonio di Padova

Esiste inoltre all'interno della chiesa una cappella (chiamata "chiesina" dai parrocchiani) che fino a qualche anno fa veniva utilizzata come luogo per le confessioni. Venne dedicata a sant'Antonio e conserva degli affreschi anni Sessanta che ritraggono proprio il santo padovano. E' questo un ambiente sorprendentemente colorato ed accogliente che rischia però di non essere valorizzato, vista la sua posizione defilata.
Insomma Milano anche in periferia è in grado di sorprenderti e farti sentire turista a casa tua!


Affreschi di Pompeo Borra e Lisa Sotili

Crocifisso ligneo del XVII sec. sito in Sacrestia
e anticamente custodito nella chiesa del Villaggio Svizzero



Si ringrazia per le preziose informazioni
Giuseppe Bovi, Andrea Giorcelli, Frati della Parrocchia di san Giovanni Battista alla Creta e
Gianni ed Angelo Bianchi, autori del libro "Ad Ovest di Milano - Le Cascine di Porta Vercellina. 
Associazione amici Cascina Linterno"