domenica 15 febbraio 2015

CASTELLO SFORZESCO DESCRIZIONE, parte 1



L’ingresso del Castello è preceduto dalla fontana comunemente chiamata “turta di spus” (“torta degli sposi”, vista la sua somiglianza), attrazione molto amata dai turisti.
Questa venne collocata qui negli anni trenta e qualche decennio dopo rimossa per poter costruire la fermata Cairoli della metro. Da allora, fino a 15 anni fa, non se ne è saputo più niente; leggenda metropolitana, diffusa dai taxisti milanesi, sosteneva che era finita nella villa tunisina di Bettino Craxi (erano gli anni novanta, i giorni di tangentopoli). Solo nel marzo del Duemila è tornata al suo posto… per permetterci anche di festeggiare degnamente la coppa del mondo del 2006!

E' proprio davanti al Castello che si tiene, dal giorno di sant'Ambrogio (7 dicembre) fino alla domenica successiva, la fiera degli Oh bej! Oh bej!
Fiera molto popolare in città e molto antica: si pensa infatti che sia nata nel 1510, quando un messo papale, tale Giannetto Castiglione, entrò a Milano per riaccendere nei milanesi il culto un po' sopito dei santi.
Eppure, visto che all'epoca il papa non era ben visto dai meneghini, Giannetto pensò di fare un regalo ai milanesi che erano in quei giorni impegnati a festeggiare il proprio santo: decise di regalare alla popolazione tanti doni (cibarie e giochi)...
Deliziosi erano i commenti dei bambini:"oh bej! Oh bej! (Oh belli! Oh belli!).
Foto tratta da http://www.sagreneiborghi.it




L’ingresso al Castello avviene attraverso la torre del Filarete (chiamata così perché progettata dall'architetto toscano) completamente rifatta nei primi del Novecento, dato che era crollata 4 secoli prima e mai più ripristinata (vedi pianta qui sopra, 1).

Modello in dimensioni reali della torre del Filarete addossato in prova alla facciata esterna del Castello, nel 1895, per valutarne l'effetto prima della ricostruzione.

La torre cilindrica di destra fino a qualche decennio fa ospitava il serbatoio dell’acquedotto di questa parte della città, mentre quella di sinistra tutt'ora ha questa funzione.

Su quest'ultima torre è possible notare il simbolo più noto di Milano: il biscione.
Sull'origine del simbolo dei Visconti ci sono diverse leggende. Quella più nota è legata a Ottone Visconti.
Il nobiluomo milanese partecipò alla prima crociata (1099); durante una battaglia si ritrovò a combattere individualmente con Voluce, un feroce comandante saraceno. Dopo ore di combattimento ebbe la meglio sul nemico e, come consuetudine, si appropriò delle sue insegne: uno scudo abbellito da un enorme biscione in atto di divorare un cristiano. Ottone decise allora che quello sarebbe diventato il simbolo della sua casata, solo che al posto dell'uomo mise un bambino.

Foto di Robert Ribaudo
Molte sono le parti non originali, aggiunte all'inizio del secolo scorso da parte dell’architetto Beltrami, incaricato del restauro, es. le finestre in cotto su tutte le facciate.
All'interno del Castello il primo ambiente che si incontra è la Piazza d’Armi (o Corte Maggiore, 6). Sul lato destro della piazza troviamo una serie di avanzi di antiche case milanesi fortunatamente preservate, al contrario di tante altre antiche dimore ridotte in polvere (deprecabile abitudine di questa città che spesso tende a vivere solo al presente).

Avanzo di casa rinascimentale, dettaglio
Sotto l’attuale pavimento è stata di recente scoperta una vasca, dalla dimensione di mezzo campo da calcio, piena d’acqua che aveva la funzione di rifornire il fossato. Non deve stupire il fatto che queste acque ospitino delle forme viventi: provenivano infatti dai Navigli i quali a loro volta provenivano dal Ticino. Sorprendente invece le forme di vita stesse: dei gamberetti albini ipovedenti!

Di fronte all'ingresso principale si scorge l’unica statua di questo ambiente: san Giovanni Nepomuceno, posizionata nel cortile del castello dagli Asburgo in quanto loro santo protettore. Il suo nome è legato a Nepumuk, città dell'attuale repubblica Ceca. Eppure la pronuncia di questo nome è sempre risultata molto ostica, tanto che i milanesi, con il loro spirito pragmatico meneghino, l'hanno ribattezzata San Giovan né pu né men!

San Giovanni Nepomuceno
Sulla sinistra della Piazza d’Armi si può notare l’unico ponte levatoio a noi sopravvissuto chiamato “dei Carmini” (3) poiché nei pressi avremmo trovato un monastero dedicato a santa Maria del Carmine, fatto abbattere da Francesco Sforza nella prima metà del XV sec. perché troppo a ridosso delle mura del castello.

Ponte levatoio dei Carmini con, sulla destra, quello per i pedoni sollevato
Sorpassata la porta Giovia (11) ci si immette nei due ambienti più raffinati del Castello: la Rocchetta e la Corte Ducale.

La Rocchetta

La prima (8) aveva la funzione di ospitare gli ambienti ducali abitati in caso di minaccia esterna; è questa infatti la zona più inespugnabile del Castello. Per tale ragione a pian terreno era ospitata la sala del Tesoro, dove i Signori di Milano custodivano gli averi della città e, in una saletta attigua, quelli personali del Duca. Si racconta che periodicamente il tesoro pubblico veniva depauperato per nutrire quello privato!

L’ambasciatore di Ferrara nel 1491 così descriveva quello pubblico: “…in un angolo del salone un cumulo di monete d’argento tale che un cerbiatto non sarebbe stato capace di saltarlo; e, attorno a questo, candelabri d’argento massiccio alti come un uomo…”, nonché tappeti carichi di due tonnellate d’oro…
A custodia del tesoro personale c’è un affresco (ormai danneggiato) di Argo dai cento occhi, mitologico guardiano che non dormiva mai e che, a tal fine, chiudeva solo due alla volta dei suoi tanti occhi.


Le due sale inoltre erano protette da un antifurto semplice ma ingegnoso: una candela alloggiata in una finestrella pronta a spegnersi a ogni minima ventata (dunque in caso di intromissione). Nel vano infatti c’erano, e ci sono tutt'ora due fori laterali collegati al sottosuolo. In caso di ladro che forzava le porte del sotterraneo, si sarebbe creata una corrente d’aria che, incanalata nel camino, avrebbe spento le fiamme del candelabro e dunque dato l’allarme.


Il cortile affianco (Corte Ducale, 12) è forse l’ambiente più grazioso di tutto il castello. Qui vivevano i sovrani con la loro corte, ricevevano i diplomatici degli altri regni, tenevano le feste e venivano celebrate le funzioni religiose.
La Corte si chiude in fondo con un porticato aperto chiamato “il portico dell’elefante” per un affresco che ritrae questo animale, affresco fortunatamente a noi sopravvissuto. Sotto queste arcate il castellano (custode della struttura) giurava sul Vangelo di non consegnare mai il Castello a un nemico del proprio Duca. Eppure questa promessa non fu mantenuta da Bernardino da Corte che, nel 1499, per denaro aprì le porte, non solo del Castello, ma dell’intera Italia settentrionale alle secolari invasioni straniere.

Sempre sotto questo portico è possibile ritrovare la lapide che faceva parte della famosa “colonna infame” di manzoniana memoria.
Durante la peste del 1630 due barbieri milanesi furono accusati di essere gli untori e dunque gli artefici dell’epidemia. Dopo essere stati giustiziati, venne eretta una colonna con a capo la presente lapide a monito dei fatti avvenuti. Ad oggi si trova qui perché spostata dal suo luogo d’origine (nei pressi della basilica di san Lorenzo alle colonne).
Sopra il portico invece è possibile notare un piccolo campanile, che serviva a richiamare i fedeli nella sottostante Cappella Ducale.



Sulla sinistra della corte stessa la scalinata di stampo rinascimentale conduce al primo piano della struttura. I gradini sono bassi e larghi per permettere ai sovrani di recarsi ai propri appartamenti con il cavallo. Quest’ultimo era, insieme ai falchi, un animale molto adorato dai nobili quattrocenteschi, tanto che spesso veniva ospitato per la notte nelle stanze ducali o, per preservarlo, veniva calato al pian terreno con una di carrucola.
 
Postazione privilegiata dalle dame del quattrocento per "commentare" la vita di corte!




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