lunedì 16 febbraio 2015

CASTELLO SFORZESCO DESCRIZIONE parte 2

porta del Barchio vista dalla strada coperta della Ghirlanda


La porta di uscita dal castello, verso il parco Sempione si chiama porta del Barchio perché conduceva al giardino ducale detto Barcho.
La torre sulla sinistra (guardando la facciata posteriore, 16) si chiama Falconiera perché ospitava, alla propria sommità, l’aula dove vivevano questi rapaci tanto amati dagli Sforza. I falchi erano capaci di condurre spettacolari battute di caccia e alla loro morte, si provvedeva a seppellirli in maniera dignitosa, come nel caso del falcone di Galeazzo Maria Sforza, trovato sepolto nelle mura del castello insieme a un cartiglio esplicativo “che pareva fosse creato solo per dar piacere al Ill.mo S.re Duca”.
La caratteristica della sala Falconiera, forse progettata dal Bramantino, è quella di avere un soffitto che si regge da solo senza la necessità di alcun supporto che poggi per terra.

Sala Falconeria

La Rocchetta e la Corte Ducale erano senz'altro le zone più vulnerabili del castello perché costruite al di fuori delle mura medioevali (Porta Giovia, 11, si apriva infatti all'interno delle mura stesse) e rivolte verso la campagna e dunque verso le possibili invasioni da parte dei nemici. A tal fine vennero costruite ulteriori mura difensive a difesa di questa parte del Castello, chiamate la Ghirlanda” perché poste sul capo della struttura, così come la ghirlanda, tipica acconciatura rinascimentale, si trovava sulla testa della maggior parte delle dame dell’epoca.


Con la risistemazione del Castello, avvenuta nei primi anni del novecento, la ghirlanda è stata parzialmente demolita: è sopravvissuta solo la parte al di sotto delle livello stradale. Questo ha permesso di preservare una parte assai preziosa: la strada coperta. Era questa una via strategica per la difesa del Castello e per permettere ai sovrani di scappare in caso di pericolo. Dal Rivellino (primo baluardo a difesa del castello costruito all'interno del fossato, 2) si poteva accedere a questa strada illuminata dalle finestre che si affacciano sul fossato. La strada compiva l’esatto percorso della Ghirlanda, ma da questa si dipanavano una serie cunicoli che portavano in (allora) aperta campagna dove l’esercito milanese aveva la possibilità di cogliere di sorpresa quello nemico

Gabinetto posto nella sala delle Guardie presso il Rivellino

Un cunicolo portava alla porta del Soccorso (tutt'ora presente all'ingresso del parco Sempione), mentre altri due portavano alla chiesa di santa Maria delle Grazie e a quella di san Marco. Il primo cunicolo è tutt'ora esistente, anche se parzialmente murato, mentre del secondo non c’è più traccia (post 18 maggio 2014). Il cunicolo per santa Maria delle Grazie è noto venisse regolarmente utilizzato da Leonardo da Vinci che, dalle sue stanze al Castello si recava al Refettorio della chiesa per terminare il celebre “Cenacolo”.

Strada coperta della Ghirlanda
FONTE:      www.milanoneicantieridellarte.it

Oggi è possibile visitare la strada coperta ( Ad ArtemOpera d'arte) e solamente gli ingressi dei vari cunicoli poiché interrotti e murati per varie ragioni (costruzione di strade, metropolitana, acquedotto…).
Visita guidata alle Merlate del Castello con una guida speciale... Leonardo da Vinci!

Inoltre la strada coperta ha un altro importante merito: quello di aver dato il nome a tutto ciò che socialmente viene disprezzato perché portatore di distruzione; mi riferisco al fenomeno del teppismo.

Nella prima metà del XIX sec. infatti una banda di ragazzacci milanesi avevano l’abitudine di ritrovarsi nella strada coperta del Castello che allora risultava essere abbandonata e completamente ricoperta di muschio. Muschio che in milanese si dice “teppa”, da qui il soprannome banda della teppa e dunque teppista. Questi ragazzi avevano l’abitudine di fare scherzi pesanti, soprattutto ai danni delle ragazze milanesi, le quali, secondo loro, altro non ambivano che a sposarsi con gli odiati soldati austriaci. La strada coperta permetteva di colpire e scappare senza essere intercettati. Questa situazione venne sopportata fino al giorno in cui, tra le vittime degli scherzi, non ci fu anche una ragazza appartenente a una famiglia molto vicina al viceré austriaco, il quale decise di non tollerare più la situazione: per ironia della sorte la banda fu sciolta e i loro componenti costretti a “mettere la testa a posto” arruolandosi in maniera coatta nell'esercito austriaco!

domenica 15 febbraio 2015

CASTELLO SFORZESCO DESCRIZIONE, parte 1



L’ingresso del Castello è preceduto dalla fontana comunemente chiamata “turta di spus” (“torta degli sposi”, vista la sua somiglianza), attrazione molto amata dai turisti.
Questa venne collocata qui negli anni trenta e qualche decennio dopo rimossa per poter costruire la fermata Cairoli della metro. Da allora, fino a 15 anni fa, non se ne è saputo più niente; leggenda metropolitana, diffusa dai taxisti milanesi, sosteneva che era finita nella villa tunisina di Bettino Craxi (erano gli anni novanta, i giorni di tangentopoli). Solo nel marzo del Duemila è tornata al suo posto… per permetterci anche di festeggiare degnamente la coppa del mondo del 2006!

E' proprio davanti al Castello che si tiene, dal giorno di sant'Ambrogio (7 dicembre) fino alla domenica successiva, la fiera degli Oh bej! Oh bej!
Fiera molto popolare in città e molto antica: si pensa infatti che sia nata nel 1510, quando un messo papale, tale Giannetto Castiglione, entrò a Milano per riaccendere nei milanesi il culto un po' sopito dei santi.
Eppure, visto che all'epoca il papa non era ben visto dai meneghini, Giannetto pensò di fare un regalo ai milanesi che erano in quei giorni impegnati a festeggiare il proprio santo: decise di regalare alla popolazione tanti doni (cibarie e giochi)...
Deliziosi erano i commenti dei bambini:"oh bej! Oh bej! (Oh belli! Oh belli!).
Foto tratta da http://www.sagreneiborghi.it




L’ingresso al Castello avviene attraverso la torre del Filarete (chiamata così perché progettata dall'architetto toscano) completamente rifatta nei primi del Novecento, dato che era crollata 4 secoli prima e mai più ripristinata (vedi pianta qui sopra, 1).

Modello in dimensioni reali della torre del Filarete addossato in prova alla facciata esterna del Castello, nel 1895, per valutarne l'effetto prima della ricostruzione.

La torre cilindrica di destra fino a qualche decennio fa ospitava il serbatoio dell’acquedotto di questa parte della città, mentre quella di sinistra tutt'ora ha questa funzione.

Su quest'ultima torre è possible notare il simbolo più noto di Milano: il biscione.
Sull'origine del simbolo dei Visconti ci sono diverse leggende. Quella più nota è legata a Ottone Visconti.
Il nobiluomo milanese partecipò alla prima crociata (1099); durante una battaglia si ritrovò a combattere individualmente con Voluce, un feroce comandante saraceno. Dopo ore di combattimento ebbe la meglio sul nemico e, come consuetudine, si appropriò delle sue insegne: uno scudo abbellito da un enorme biscione in atto di divorare un cristiano. Ottone decise allora che quello sarebbe diventato il simbolo della sua casata, solo che al posto dell'uomo mise un bambino.

Foto di Robert Ribaudo
Molte sono le parti non originali, aggiunte all'inizio del secolo scorso da parte dell’architetto Beltrami, incaricato del restauro, es. le finestre in cotto su tutte le facciate.
All'interno del Castello il primo ambiente che si incontra è la Piazza d’Armi (o Corte Maggiore, 6). Sul lato destro della piazza troviamo una serie di avanzi di antiche case milanesi fortunatamente preservate, al contrario di tante altre antiche dimore ridotte in polvere (deprecabile abitudine di questa città che spesso tende a vivere solo al presente).

Avanzo di casa rinascimentale, dettaglio
Sotto l’attuale pavimento è stata di recente scoperta una vasca, dalla dimensione di mezzo campo da calcio, piena d’acqua che aveva la funzione di rifornire il fossato. Non deve stupire il fatto che queste acque ospitino delle forme viventi: provenivano infatti dai Navigli i quali a loro volta provenivano dal Ticino. Sorprendente invece le forme di vita stesse: dei gamberetti albini ipovedenti!

Di fronte all'ingresso principale si scorge l’unica statua di questo ambiente: san Giovanni Nepomuceno, posizionata nel cortile del castello dagli Asburgo in quanto loro santo protettore. Il suo nome è legato a Nepumuk, città dell'attuale repubblica Ceca. Eppure la pronuncia di questo nome è sempre risultata molto ostica, tanto che i milanesi, con il loro spirito pragmatico meneghino, l'hanno ribattezzata San Giovan né pu né men!

San Giovanni Nepomuceno
Sulla sinistra della Piazza d’Armi si può notare l’unico ponte levatoio a noi sopravvissuto chiamato “dei Carmini” (3) poiché nei pressi avremmo trovato un monastero dedicato a santa Maria del Carmine, fatto abbattere da Francesco Sforza nella prima metà del XV sec. perché troppo a ridosso delle mura del castello.

Ponte levatoio dei Carmini con, sulla destra, quello per i pedoni sollevato
Sorpassata la porta Giovia (11) ci si immette nei due ambienti più raffinati del Castello: la Rocchetta e la Corte Ducale.

La Rocchetta

La prima (8) aveva la funzione di ospitare gli ambienti ducali abitati in caso di minaccia esterna; è questa infatti la zona più inespugnabile del Castello. Per tale ragione a pian terreno era ospitata la sala del Tesoro, dove i Signori di Milano custodivano gli averi della città e, in una saletta attigua, quelli personali del Duca. Si racconta che periodicamente il tesoro pubblico veniva depauperato per nutrire quello privato!

L’ambasciatore di Ferrara nel 1491 così descriveva quello pubblico: “…in un angolo del salone un cumulo di monete d’argento tale che un cerbiatto non sarebbe stato capace di saltarlo; e, attorno a questo, candelabri d’argento massiccio alti come un uomo…”, nonché tappeti carichi di due tonnellate d’oro…
A custodia del tesoro personale c’è un affresco (ormai danneggiato) di Argo dai cento occhi, mitologico guardiano che non dormiva mai e che, a tal fine, chiudeva solo due alla volta dei suoi tanti occhi.


Le due sale inoltre erano protette da un antifurto semplice ma ingegnoso: una candela alloggiata in una finestrella pronta a spegnersi a ogni minima ventata (dunque in caso di intromissione). Nel vano infatti c’erano, e ci sono tutt'ora due fori laterali collegati al sottosuolo. In caso di ladro che forzava le porte del sotterraneo, si sarebbe creata una corrente d’aria che, incanalata nel camino, avrebbe spento le fiamme del candelabro e dunque dato l’allarme.


Il cortile affianco (Corte Ducale, 12) è forse l’ambiente più grazioso di tutto il castello. Qui vivevano i sovrani con la loro corte, ricevevano i diplomatici degli altri regni, tenevano le feste e venivano celebrate le funzioni religiose.
La Corte si chiude in fondo con un porticato aperto chiamato “il portico dell’elefante” per un affresco che ritrae questo animale, affresco fortunatamente a noi sopravvissuto. Sotto queste arcate il castellano (custode della struttura) giurava sul Vangelo di non consegnare mai il Castello a un nemico del proprio Duca. Eppure questa promessa non fu mantenuta da Bernardino da Corte che, nel 1499, per denaro aprì le porte, non solo del Castello, ma dell’intera Italia settentrionale alle secolari invasioni straniere.

Sempre sotto questo portico è possibile ritrovare la lapide che faceva parte della famosa “colonna infame” di manzoniana memoria.
Durante la peste del 1630 due barbieri milanesi furono accusati di essere gli untori e dunque gli artefici dell’epidemia. Dopo essere stati giustiziati, venne eretta una colonna con a capo la presente lapide a monito dei fatti avvenuti. Ad oggi si trova qui perché spostata dal suo luogo d’origine (nei pressi della basilica di san Lorenzo alle colonne).
Sopra il portico invece è possibile notare un piccolo campanile, che serviva a richiamare i fedeli nella sottostante Cappella Ducale.



Sulla sinistra della corte stessa la scalinata di stampo rinascimentale conduce al primo piano della struttura. I gradini sono bassi e larghi per permettere ai sovrani di recarsi ai propri appartamenti con il cavallo. Quest’ultimo era, insieme ai falchi, un animale molto adorato dai nobili quattrocenteschi, tanto che spesso veniva ospitato per la notte nelle stanze ducali o, per preservarlo, veniva calato al pian terreno con una di carrucola.
 
Postazione privilegiata dalle dame del quattrocento per "commentare" la vita di corte!




sabato 14 febbraio 2015

CASTELLO SFORZESCO. LA STORIA




E' questo, insieme ad altri pochi (Duomo, teatro alla Scala, Cenacolo vinciano...), uno dei simboli di Milano e sicuramente uno dei monumenti più visitati della città, anche grazie al suo maestoso parco e ai numerosi musei ospitati all'interno.

La storia di questo monumento ci racconta che nel 1355, alla morte di Giovanni Visconti, il dominio della città venne diviso tra Bernabò e Galeazzo II. Questi, a difesa della parte toccatagli (l'occidentale), fece erigere a ridosso delle mura difensive della città, un castello che dalla vicinanza alla porta Giovia (chiamata così in onore del dio Giove, vedi pianta qui sotto, 11), prese il nome di castello di porta Giovia.



Il primo nucleo fu dunque l'attuale Piazza d'Armi, o Corte Maggiore (6) con finalità difensive per la famiglia regnante. Il successore di Galeazzo II fece invece edificare una piccola cittadella esterna alle mura a scopi residenziali, l'attuale Rocchetta con l'adiacente Corte Ducale (8,12). Eppure solo nella prima metà del XV sec. divenne anche sede dei Signori di Milano, oltre che struttura militare.
Con l'avvento degli Sforza, fino alla venuta dei francesi, questo monumento venne abbellito anche grazie all'apporto dei maggiori artisti rinascimentali (Leonardo, Bramante, Filarete).


Corte ducale

Addirittura Ludovico il Moro giunse a chiedere a Leonardo da Vinci di erigere un faro al posto dell'attuale torre del Filarete (1) e di costruire una statua equestre enorme da posizionare davanti all'ingresso del Castello. Tutto questo non avvenne a causa della sua caduta; tuttavia oggi il cavallo progettato da Leonardo possiamo ammirarlo davanti all'ingresso dell'Ippodromo, realizzato cinque secoli dopo.
Cavallo di Leonardo


Nel 1499 il tradimento del castellano Bernardino da Corte aprì le porte del Castello alle truppe francesi comandate dall'invidioso maresciallo Gian Giacomo Trivulzio. Da allora questo luogo venne trasformato in caserma e tutte le sue opere, tutte le sue bellezze vennero progressivamente asportate.
Sempre sotto i francesi, a scopo difensivo, venne creata la porta Tenaglia: una porta pensata appositamente per ingannare i nemici e catturarli. Ad oggi esiste via Tenaglia nei pressi del luogo dove una volta avremmo trovato questo ritrovato militare.
Con i successivi invasori, gli spagnoli, il Castello mutò completamente aspetto: furono infatti costruite delle mura difensive a forma di stella a dodici punte.

Castello Sforzesco sotto il dominio spagnolo

Le fortificazioni fecero sparire anche la Pusterla delle Azze che si trovava presumibilmente in via Lanza, chiamata così forse perché nei pressi c'era una contrada abitata dagli acciaioli (azzaioli) i quali svolgevano il proprio lavoro sfruttando le acque del vicino fiume Nirone.

Nel 1521 uno scoppio di polveri usate a scopo bellico e conservate nei sotterranei della Torre del Filarete (torre all'ingresso, 1) causò il crollo della torre stessa, episodio che ispirò una leggenda:
in quel periodo Milano era governata dai francesi, ma gli Sforza, con a capo Francesco II, provavano a riprendersi ciò che avevano perduto 22 anni prima. Al soldo di questi ultimi c'era un soldato svizzero conosciuto con il soprannome di Bombarda, per la sua maestria nell'utilizzo delle armi da fuoco. Verso fine giugno di quell'anno lo svizzero venne catturato dai soldati francesi mentre si stava sposando con la sua fidanzata Assunta nell'abbazia di Chiaravalle. Il governatore francese, saputo dell'accaduto ne approfittò subito per chiedere un favore al prigioniero: da quando era a Milano non riusciva più a dormire bene per colpa di un Angelo. Abitava infatti nei pressi della chiesa di san Gottardo in Corte (ancora oggi alle spalle di Palazzo Reale) che aveva sul proprio punto più alto, cioè sul campanile, una statua raffigurante un Angelo che, muovendosi con il vento, provocava rumori sinistri. Odetto de Foix (il governatore francese) dunque propose al Bombarda di abbattere con un solo colpo questo fastidioso segnavento in cambio della sua scarcerazione.
Naturalmente, per non farsi scoprire e avere questioni con la Chiesa, l'avrebbe dovuto fare quella sera stessa dato che c'era un temporale in corso e dunque sarebbe passato come un incidente: un fulmine che abbatte il campanile. Lo svizzero, appena intravide la possibilità di "salvare la propria pelle" e quella di Assunta, accettò subito. Lo portarono sulle merlate del Castello verso la città e, con un solo colpo riuscì, da così tanta distanza, a colpire ed abbattere il malcapitato Angelo. A questo punto però il comandante delle truppe francesi commise un errore: fece pernottare il Bombarda per l'ultima notte in prigione, senza togliergli l'arma appena usata. Proprio dalla finestra della prigione lo svizzero vide una cosa che lo fece imbestialire: Assunta era diventata il passatempo per i soldati francesi i quali la violentavano a turno...non ci pensò due volte: prese la mira e sparò alla base della torre del Filarete.  La torre crollò, 300 soldati, nonché Assunta, morirono sepolti dalla struttura, il Bombarda venne immediatamente giustiziato e il comandante fu licenziato per aver commesso una tale ingenuità. Solo il governatore riuscì a trarre giovamento da questo episodio: da quella sera poté dormire beatamente senza più lo stridore dell'Angelo!
Quest'ultimo infatti venne riposizionato diversi anni e governi dopo (1735), mentre il castello si privò del suo elemento più ornamentale, cioè la torre progettata dal Filarete, fino agli inizi del 1900 quando venne ricostruita.

P.za Cairoli con il Castello sullo sfondo. Cartolina dei primi anni del novecento dove è possibile notare l'assenza della Torre del Filarete che verrà ricostruita a breve.

Con l'arrivo di Napoleone (1796) si inizia a demolire tutte le strutture difensive create dai precedenti invasori, fino a lasciare il Castello nelle dimensioni attuali.
Sotto Bonaparte si progettò l'omonimo foro che originariamente doveva essere una immensa piazza con al proprio centro il Castello e tutto intorno edifici neoclassici porticati capaci di ospitare luoghi ad uso pubblico e residenze private. Questo progetto tuttavia venne accantonato perché troppo oneroso e ripreso parzialmente più avanti (1884): l'attuale foro Bonaparte di fronte all'ingresso del maniero sforzesco.

Nel 1893 il Castello viene ceduto dal Ministero della Guerra d'Italia al Comune di Milano e restaurato da Luca Beltrami il quale fu in grado di riportarlo alle originarie forme quattrocentesche, nonché di preservarlo dagli speculatori edilizi che volevano abbatterlo per poter costruire un quartiere residenziale.

sabato 8 novembre 2014

LARGO CAIROLI e dintorni


Via Dante (vedi post precedente) termina in largo Cairoli dietro il quale, in via Luca Beltrami, è possibile notare due edifici gemelli che ospitavano il teatro Olimpia e il teatro Eden.
Nell'edificio posto a sinistra (guardando il Castello) venne aperto nel 1932 il Cineteatro Eden, la cui magnifica pensilina in stile liberty è tutt'ora al suo posto.



Teatro eden inizio '900 da www.giusepperausa2.it



















Teatro celebre perché qui debuttò Wanda Osiris; nel tempo ospitò anche i campionati di lotta greco-romana...!
Una particolarità del cinema Piccolo Eden era quella di essere la prima sala italiana a dotarsi di sistema di retro-proiezione: la macchina veniva posta dietro lo schermo e la pellicola veniva proiettata alla rovescia in trasparenza, in modo da apparire agli spettatori nel verso corretto. Il sistema non ottenne molto successo perché le scene risultavano essere piuttosto buie.
Attualmente questa tecnica è stata adottata dal cinema Plinius in viale Abruzzi (sala 6).
Il Cineteatro Eden chiuse nel 1986 per divenire prima una discoteca e gelateria e successivamente un ristorante.

Il Teatro Olimpia, specializzato in prosa, invece si trovava all'interno del palazzo sulla destra, ad oggi occupato da un famoso negozio di articoli sportivi.
Questa istituzione ebbe l'onore di scoprire il talento di Walter Chiari: nel gennaio del 1944 il sig. Annichiarico si trovava in questo teatro per partecipare a un concorso per dilettanti. Anche se all'inizio un po' ritroso, fece due numeri che riscuotevano sempre successo con gli amici: l'imitazione di Hitler e la gag del balbuziente che cerca disperatamente di ordinare una granita al bar. Il pubblico apprezzò quella esibizione euforicamente, decretandogli un successo pressoché istantaneo.


A sinistra di largo Cairoli invece troviamo via san Giovanni sul muro. Questo nome deriva dalla omonima chiesa che qui avremmo trovato fino al 1786 (anno della sua soppressione) e chiamata così perché sorgeva a ridosso delle antiche mura romane.
Attiguo alla chiesa di san Giovanni sul muro avremmo trovato l'oratorio di san Leonardo edificato nel 1482 e abbattuto anch'esso nel 1786. Ad oggi rimangono solo alcuni avanzi della parete sinistra di questo piccolo edificio religioso inglobati nel palazzo al civico 13.

Resti oratorio san Leonardo

Imponente è la presenza del Teatro Dal Verme dall'origine assai curiosa. Fino al 1864 al posto di questo edificio avremmo trovato uno spazio erboso poi donato al famoso circense milanese Gaetano Ciniselli, celebre in tutta Europa per i suoi spettacoli equestri. Fu quindi edificato in suo onore un circo che però provocò subito forti malumori tra gli abitanti della zona, tanto che il conte Francesco Dal Verme, proprietario di diversi immobili nella via san Giovanni sul muro, si sentì in dovere di acquistare l'area del Politeama (questo era il nome del famoso circo). Al posto di questa struttura fece edificare l'attuale edificio (che subì trasformazioni nel tempo) la quale contese a lungo alla Scala la fama di miglior teatro della città.

Teatro Dal Verme 1880
In via Puccini 3 (una traversa di via san Giovanni sul muro) è bello farsi sorprendere da ciò che rimane dell'antico Palazzo Dal Verme. Erano i Dal Verme una nobile famiglia di origini veronesi, capitani di ventura a servizio dei Visconti. A partire dal XV sec., divennero proprietari di tutta questa area e qui avevano il loro palazzo che però venne quasi raso al suolo dalle bombe del 1943. Con la ricostruzione post bellica si decise di conservare ciò che rimane dell'antico palazzo rinascimentale (la corte porticata sui quattro lati, con affreschi e vera di pozzo al centro) dietro la facciata di un palazzo moderno. Inoltre sull'antica corte si affacciano moderni condomini quasi a voler togliere spazio alla storia!

Palazzo Dal Verme

Via san Giovanni sul muro ospitava diverse strutture religiose: la via infatti terminava (così come oggi) in via Meravigli e proprio all'angolo con questa strada avremmo potuto ammirare la chiesetta di san Giacomo, costruita nel 1359 e della quale non è rimasta alcuna traccia.
Di fronte a questa chiesa scomparsa si affaccia via Giuseppe Brentano, meglio conosciuta come vicolo dei Vecchi poiché avremmo potuto trovarci un ospizio ormai soppresso.

Edificio che ospitava probabilmente l'ospizio
Ad oggi invece in via san Giovanni sul muro è rimasta solo la chiesa s.Maria della Consolazione (XVI sec.) chiamata anche santa Maria al Castello.

Santa Maria della consolazione
La chiesa è attualmente un importante punto di riferimento per la comunità filippina che ha donato una copia della statua del Santo Nino de Cebu (il bambino Gesù di Cebu: la più antica immagine religiosa delle Filippine) e che è visibile nella prima cappella a sinistra.

Santo Nino de Cebu
Per ammirare la prossima curiosità, è necessario recarsi in vicolo san Giovanni sul muro (a metà della via) al quale si accede passando sotto un arco moderno all'interno di un edificio altrettanto moderno; anticamente c'era invece un arco a tutto sesto che aveva la stessa funzione e che era adiacente alla chiesa di san Giovanni sul muro.

Via san Giovanni sul muro prima del 1786 (da urbanfilemilano.blogspot.it)


















Attuale aspetto (da urbanfilemilano.blogspot.it)





















Sempre in questo vicolo troviamo il Consolato del Sud Africa che ci riserva una piacevole sorpresa:



la statua a grandezza naturale di Nelson Mandela! L'autore l'ha voluto rappresentare senza alcun piedistallo per rappresentare la sua umiltà che era la vera carta vincente di questo grande personaggio storico!

All'angolo tra via Giulini e via Porlezza è situata la Parrocchia dei santi Sergio, Serafino, e Vincenzo chiamata anche la chiesa più corta di Milano.

Parrocchia dei santi Sergio, Serafino e Vincenzo
Questa è una chiesa molto antica (756); nel XV sec. venne trasformata in monastero (san Vincenzo alle Monache) e il suo spazio interno fu suddiviso in due parti: una parte per i fedeli e l'altra (al di là di una parete) per le monache; entrambe forse vennero interamente affrescate dal Luini.
Fu soppressa nel 1798 e da allora fu adibita a svariati usi: studio d'arte, cabina di trasformazione elettrica, cinema.
Nel 1964 venne smantellata e dell'antica struttura rimane qui la facciata della chiesa riservata alle religiose con la parte interna profonda solo 6 mt, tanto che l'altare non è stato posizionato in fondo alla navata principale, come si è soliti fare, ma subito sulla destra. Ad oggi la chiesa è stata consacrata e affidata alla comunità russa ortodossa e i loro fedeli, dopo la funzione domenicale, si ritrovano nei sotterranei della chiesa per stare insieme in grandi tavolate imbandite con i cibi preparati dalle donne.
Qualche decina di metri più avanti invece è possibile ammirare la facciata della chiesa una volta riservata ai fedeli, oggi invece ingresso maestoso di un palazzo di uffici.


Ex monastero san Vincenzo alle monache

Al civico 9 della perpendicolare via Camperio invece si trovano i resti del chiostro del monastero ormai demolito, inseriti nel cortile di un moderno condominio.


Chiostro ex monastero san Vincenzo alle monache

Via Camperio fino a qualche anno fa si chiamava via san Vincenzino alle monache in onore del Monasterium Novum. Ancora prima invece aveva un nome diverso: contrada del Majno, dal nome di un'illustre casata che qui risiedeva. I milanesi presto ribattezzarono la zona con un nome nuovo dal suono simile, ma dal significato decisamente diverso:  "contrada del Matto".

DA VIA OREFICI A VIA DANTE


Via Dante anni Sessanta



Via Orefici, insieme alle vicine vie Armorari, Spadari, Speronari, Cappellari (ex via Berrettari) e Farine prende il nome dagli antichi mestieri che qui si praticavano nella Milano medioevale (sparite invece risultano essere via Fustagnari, via Pennacchiari, via Frangiai e via Borsinari).
L'aspetto attuale è quello datole a partire dal 1902, periodo di grande fervore edilizio durante il quale molte parti della città vennero rifatte per donare alla metropoli un aspetto più moderno.

Qui, all'incrocio con via Torino, nel 1925 venne posizionato il primo semaforo d'Italia.

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Via Orefici termina in piazza Cordusio (vedi post 12/12/2013) da dove parte via Dante che, insieme al suo prolungamento verso est, corso Vittorio Emanuele, possiede un primato: è l'isola pedonale più lunga d'Europa con i suoi 1500 m circa.
Via Dante venne inaugurata nel 1890: prima di essa esisteva un quartiere popolare poi sventrato per poter mettere in comunicazione piazza Duomo con il Castello. Tuttavia gli speculatori edilizi dell'epoca volevano abbattere il Castello per poter sfruttare questa nuova via che idealmente unisce Milano con Parigi. Il proseguimento di via Dante infatti è, oltre il castello, corso Sempione inaugurato nel 1801 per collegare la città meneghina alla capitale francese. Solo l'architetto Luca Beltrami riuscì ad impedire agli affaristi di cementificare quello che oggi è uno dei più grandi parchi cittadini (Parco Sempione) e di radere al suolo il Castello che aveva ormai perso le sue funzioni di caserma.

 Luca Beltrami

Durante la costruzione di via Dante, il comune di Milano bandì un concorso per la migliore opera edilizia. Vinse il palazzo Richard Ginori (al civico 13) che ospitò a lungo gli spazi espositivi della nota fabbrica di porcellane.

Palazzo Richard Ginori

Gran parte degli edifici di via Dante sono composti da negozi (a livello stradale), mezzanino (che fungeva da magazzino) e piani superiori occupati da ampi appartamenti pensati per la ricca borghesia di fine ottocento (vedi foto seguente).


Sorgeva al posto di via Dante, tra l'altro, la contrada di san Nazaro in Pietrasanta che prendeva il nome dall'omonima chiesa. L'appellativo di questo luogo di culto deriva probabilmente dalla casa abitata da san Nazaro (IV d.c.), mentre il nome Pietrasanta era dovuto al fatto che la chiesa ospitava una pietra divenuta santa perché, secondo una leggenda popolare, veniva utilizzata da sant' Ambrogio per montare a cavallo e partire per le guerre contro gli Ariani. In realtà la pietra altro non era che un capitello di una antica colonna romana ora conservata nella chiesa di san Vincenzo al Prato (zona darsena) e utilizzata come fonte battesimale.
Pietrasanta

All'angolo con via Rovello si trova l'unico edificio scampato agli sventramenti di fine XIX sec.: Palazzo Carmagnola, chiamato così in onore del famoso condottiero Carmagnola.

Palazzo Carmagnola

Filippo Maria Visconti, duca di Milano, lo fece costruire per se' nei primi anni del Quattrocento, ma dopo poco lo donò al conte di Carmagnola.
Quest'ultimo ha una storia assai singolare ed emblematica per il XV sec: al secolo Francesco Bussone, Carmagnola viene tutt'ora ricordato con il nome del suo paese natale. Questo condottiero, al soldo dei Visconti, tradì Milano per mettersi al servizio della nemica Venezia. Una volta assoldato dalla Serenissima iniziò a tramare contro quest'ultima forse perchè i Visconti gli avevano promesso qualche signoria. Fu per questo che venne condannato a morte a Venezia nel 1432.
Nel 1497 Ludovico il Moro donò il palazzo alla sua amante Cecilia Gallerani. Di nobili origini, la Gallerani era una donna molto colta e nel Palazzo Carmagnola ospitava i famosi circoli letterari nei quali, oltre a tenere nobili conversazioni, ci si dilettava con giochi di società. A questi incontri partecipava anche Leonardo da Vinci che, attorno al 1490, immortalò la padrona di casa nel famoso dipinto "La dama con l'ermellino", ora ospitato nel Castello del Wawel a Cracovia.

Dama con l'ermellino

Sotto la supervisione della Gallerani, sia Bramante che Leonardo abbellirono il Palazzo; si ritiene infatti che la particolare meridiana all'interno del cortile sia attribuibile al genio toscano. Meridiana il cui motto dice che intende segnare solo le ore felici: "Horam non numero nisi serenam"  (non conto che le ore serene). Con questo Leonardo intendeva augurare serenità alla Gallerani o voleva affermare, come è logico che sia, che in assenza di sole la meridiana non può fare il suo dovere?

Meridiana nel Palazzo Carmagnola
foto tratta da www.miguidi.it

Dal 1515 al 1861 Palazzo Carmagnola assolse alla funzione di Broletto Nuovissimo: ospitò infatti alcuni uffici della municipalità milanese in sostituzione di quelli ubicati nel broletto nuovo (piazza Mercanti).
Nel 1937 il palazzo fu sede per diversi anni delle sale ricreative del dopolavoro dei dipendenti comunali, compreso un piccolo teatro interno dove si tenevano spettacoli di cabaret e avanspettacolo. Nei sotterranei invece, nello stesso periodo, vi trovavano alloggio i servizi di controspionaggio del regime fascista.
Ad oggi palazzo Carmagnola è la sede ufficiale dell'Expo 2015, nonché sede del Teatro Piccolo.