domenica 4 aprile 2021

BREVE TOPONOMASTICA CURIOSA DI MILANO



 

Gian Giacomo Trivulzio, nobile militare, non lo si può certo definire patriottico. Milanese di nascita, era al servizio dell’imperatore francese Luigi XII, il quale desiderava ardentemente sottrarre il Ducato di Milano a Ludovico il Moro.

Tale progetto si realizzò il 2 settembre del 1499 e, in segno di gratitudine, il Trivulzio venne nominato maresciallo di Francia.

Otto anni dopo non ci “stava nella pelle“ ad ospitare l’imperatore presso la sua “umile dimora“ nell’attuale via Rugabella che anticamente era occupata in toto dalla nobile famiglia. Per l’occasione Gian Giacomo l’abbellì con archi e padiglioni finti così l’imperatore, nel vederla, esclamò “Voila’ una belle rue!” (“Ecco una bella via!”). Smisurato fu l’orgoglio del mercenario Trivulzio, tanto da decidere di nominare la sua via “bella ruga”, che poi divenne “Rugabella”. Eppure a vederla oggi, questa strada si fa decisamente fatica... a definirla “bella”!

                                                            (continua...)                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       


Significato decisamente opposto quello di via Chiossetto: dal milanese ciusset, ossia “via stretta e brutta”. Anche in questo caso l’appellativo è quanto mai sbagliato: la viuzza infatti è quanto mai deliziosa!

 




Via Montenapoleone,
a proposito di incanto, presumibilmente doveva essere abitata solo da belle donne: il soprannome che ha ereditato infatti è el quartier de riverissi, dato che gli uomini qui si sentivano obbligati a fare la riverenza con il cappello alle sue avvenenti abitanti.
L’origine del nome invece va fatta risalire a Napoleone. Qui venne aperta una banca (chiamata in passato Monte, dato che le monete prestate ai clienti formavano una sorte di monticciolo sul banco) per volere del condottiero francese.



Mentre in via Montenapoleone si facevano affari “alla luce del sole” nella banca allora presente, in vicolo Calusca se ne tenevano altrettanto illegali (usura, prostituzione, contrabbando…). Da questa situazione nacque il soprannome “casa losca” dato all’edificio principale della strada, contratto poi in Ca’ lusca.



 

Possiamo immaginare che i tanti peccatori della via Calusca fossero oggetto di attenzione nelle assidue preghiere da parte delle monache presenti in via Ochette. I milanesi soprannominarono le religiose “oche” per il vestito che portavano, da qui il nome della strada (oggi rinominata via Matteo Bandello).





Anche via Cappuccio deve il suo nome alle religiose: qui avremmo trovato un convento di monache, dette “monache del cappuccio” in quanto erano le uniche in città che portavano il cappuccio come i frati.





 
I Pellegrini invece giunti in città potevano soggiornare in via dei Pellegrini presso l’ospizio trecentesco (ormai demolito) della chiesetta di san Pietro dei Pellegrini (ormai sconsacrata) …però solo per due giorni.






 
A Milano, oltre ai pellegrini che erano di passaggio, avremmo invece trovato, sin dai tempi più remoti, immigrati provenienti, ad esempio, da Bergamo e da Brescia. I primi pare che abbiano dato il nome alla via Bergamini, mentre i secondi alla via Brisa.




 
Una via invece milanesissima, anche nell'origine del suo nome, è via Bagutta la quale deriva dal termine dialettale bagà con cui si indica qualcuno che beve (vino) di gusto!

 




Decisamente arduo è comprendere l’origine del nome di via Marina. Una versione davvero curiosa sostiene che qui le nobili dame ondeggiavano nelle loro carrozze come se fossero su una barca, a causa del selciato.




 

Esistono poi vie che hanno modificato il proprio nome nel corso degli anni, come ad esempio via san Carpoforo che anticamente si chiamava "contrada dei tetti" dato che in questo angusto spazio, dai piani bassi, si potevano vedere solo i tetti e non il cielo. Contrada dei tetti che talvolta veniva modificata in "contrada delle tette" alludendo alla presenza delle numerose case chiuse.





Anche via Cesare Cantù aveva un altro nome in passato: via Ratti. Si racconta infatti che qui anticamente abitava un mercante, il quale importò da Genova un nutrito numero di sacchi di mandorle e pinoli. Il commerciante però commise l’errore di non rimettere subito in commercio la merce acquistata. Risultato: quando aprì i sacchi fuoriuscirono un numero spropositato di ratti. Il mercante a questo punto dovette pagare cento persone per poter catturare i topi che ormai avevano invaso quella parte di città.


Tutte le calamite pubblicate un questo post sono create e prodotte da Emanuele Mantovani

mercoledì 10 marzo 2021

INCREDIBILE SANT'EUSTORGIO!

Fonte: Pinterest.it



Milano, si sa, ha sviluppato da poco il suo talento di città turistica...eppure ogni volta che passo davanti alla chiesa di sant'Eustorgio, mi sorprendo nel non vedere comitive di allegri turisti farsi i selfie davanti alla sua facciata.

Questa chiesa è davvero incredibile per la sua bellezza, la sua storia e le curiosità che custodisce al proprio interno.

Forse non tutti sanno che esattamente qui i milanesi si sono convertiti al cristianesimo, forse non tutti sanno che questa viene definita "la chiesa dei re Magi", forse non tutti sanno che questa chiesa ha poteri curativi per chi, come me, soffre di mal di testa...

Ma andiamo con ordine.

Questa basilica non può non essere definita bella con la sua facciata armoniosa e ben tenuta, eppure anch'essa, così come altre chiese antiche milanesi, tende ad ingannare il visitatore frettoloso. Infatti, nonostante sant'Eustorgio abbia origini paleocristiane, la facciata venne rifatta nel XIX sec. Questo suo aspetto bello ma non originale fa invece sfuggire un dettaglio davvero importante e curioso: la torre campanaria. Se si aguzza lo sguardo infatti, in cima ad essa non si nota il solito crocifisso, ma una stella...

Chissà se aveva queste fattezze la stella cometa che guidò i tre Re Magi fino alla Sacra Famiglia per portare i doni a Gesù Bambino! Quello che di certo si sa è che l'attuale stella su sant'Eustorgio aveva invece la funzione di guidare i pellegrini diretti a Milano per pregare sulla tomba dei Magi.

La città lombarda infatti, oltre a vantarsi di custodire un chiodo della Santa Croce, un lembo del mantello di san Giuseppe, aveva, poco fuori le mura medievali, il sepolcro dei tre sovrani biblici.

La leggenda narra che sant'Eustorgio, uno dei primi vescovi di Mediolanum, attorno all'anno 350 d.C., si recò a Costantinopoli per ricevere l'approvazione anche da parte del figlio dell'imperatore Costantino, Costanzo. Quest'ultimo donò al futuro santo le reliquie dei Re Magi che vennero subito custodite in un pesante sarcofago di pietra.

Questi tipi di doni in passato avevano non solo un valore religioso, ma anche economico. I fedeli infatti spesso compivano dei lunghi pellegrinaggi per andare a pregare vicino ad una Sacra Reliquia e, per fare questo, alimentavano una importante domanda di alloggi, ristori, oggetti sacri.

Il vescovo Eustorgio era seriamente intenzionato a portare le reliquie in città, la quale, ai tempi dell'impero romano, iniziava dove oggi si trova piazza Carrobbio. Tuttavia, arrivato dalle parti dell'attuale chiesa, il carro divenne talmente pesante che non ci fu verso di farlo proseguire. Fu così che Eustorgio decise di fondare esattamente lì dove si trovava, in quella campagna un po' sperduta, l'attuale chiesa a lui poi intitolata. In fondo questo poteva essere letto come un segno divino: in quella zona fuori le mura si raccontava che l'apostolo Barnaba avesse impartito i primi battesimi ai milanesi.

Tuttavia nel XII sec. Federico Barbarossa, tra gli altri scempi inferti a Milano (a dispetto del suo nome che vuole dire "colui che governa con la pace") rubò le reliquie per portarle in Germania, esattamente a Colonia. Questo fu una ferita profonda per i milanesi i quali, grazie al loro carattere pragmatico, iniziarono subito le trattative con la città tedesca per riavere indietro le preziose reliquie (e nessuno può impedirci di pensare che questi frequenti contatti abbiano "dato il la" alla costruzione del nostro Duomo non troppo diverso da quello tedesco). Tuttavia ogni tentativo fu vano; solo nel 1903 l'arcivescovo Andrea Ferrari riuscì ad ottenere da Colonia alcuni frammenti dei sacri resti, attualmente conservati nella basilica.

Ad oggi infatti, se ci rechiamo in sant'Eustorgio, possiamo ammirare l'antico sarcofago di pietra e, in una nicchia nel vicino muro, i frammenti ossei. Eppure oggi non esiste pellegrino, né turista e pochi sono anche i milanesi ad essere a conoscenza di questo "tesoro".


Diverso è il discorso per quanto riguarda il fonte battesimale che si narra sia stato usato da san Barnaba per impartire i primi battesimi. Questo infatti è ancora presente al civico 8 di piazza sant'Eustorgio, ma impossibile da vedere dato che i proprietari dell'immobile nel quale è conservato il fonte impediscono a chiunque di godere di questo "bene pubblico".


Vi era, dove oggi è stata costruita la casa del fonte battesimale, una risorgiva d'acqua usata, si racconta, dall'apostolo per battezzare. Nel corso del tempo i milanesi presero l'abitudine di abbeverarsi a questa fonte, dato che si diceva avesse poteri curativi. Per questa ragione al posto delle attuali case, nel XI sec. fu edificato un ospedale, poi demolito.

I primi battesimi impartiti da san Barnaba si narra siano avvenuti il 13 marzo del 51 d.C. ("tredesin de marz") in segreto, dal momento in cui l'editto di Costantino sarebbe stato promulgato più di due secoli dopo (313 d.C.). L'area successivamente fu utilizzata quale luogo di sepoltura da parte dei cristiani e non; ad oggi queste catacombe si possono visitare in sant'Eustorgio, prima di accedere alla cappella Portinari.

Foto di Paola Borro


Tuttavia attenzione alla data che si sceglie per la visita: se infatti ci si reca il giorno dell'Epifania, non ci si deve stupire se ci si ritrova circondati da un corteo quasi carnevalesco. In questa giornata infatti parte dal Duomo un corteo variopinto capeggiato dai tre Re Magi i quali portano i doni a Gesù Bambino, un bambolotto presente sul sagrato di sant'Eustorgio insieme a Giuseppe e Maria. Con questa cerimonia si considera concluso l'anno liturgico, tanto è vero che il vescovo, in apertura del nuovo, tiene un discorso sul sagrato della basilica.


Foto tratta da http://www.eventiatmilano.it
Allo stesso corteo partecipano personaggi vari quali:
pastorelli con agnellini vivi in braccio, nobili dame e cavalieri,
Erode, soldati romani, zampognari…


Da sant'Eustorgio parte inoltre (in passato a dorso di un mulo bianco) il nuovo vescovo della città per giungere in fine in Duomo, a ricordo di Eustorgio che qui si fermò di ritorno da Costantinopoli.

Forse qualcuno potrebbe chiedersi (a ragione) perché il vescovo ad oggi non utilizza, per il discorso dell'Epifania, il prestigioso pulpito presente in facciata e storicamente usato da san Pietro martire prima e da san Carlo Borromeo poi.

Qui infatti Pietro da Verona ammoniva i fedeli a non abbandonare "la retta via" e a non farsi lusingare dalle eresie allora presenti nel mondo cattolico (XIII sec.). Il santo martire era decisamente il domenicano più convinto nella lotta agli eretici, i quali trovavano nella basilica di sant'Eustorgio un luogo poco..."amichevole". Era infatti questa chiesa, non solo la sede del principale convento domenicano in città (attualmente i suoi spazi vengono utilizzati dal Museo Diocesano), ma anche il Tribunale dove venivano emesse, tra le altre, le sentenze di stregoneria. I condannati poi venivano giustiziati alle spalle della vicina chiesa di san Lorenzo (a ricordo di questo luogo infausto ad oggi c'è la statua di san Lazzaro).

Pietro da Verona era uno dei domenicani più impegnati nella lotta alle eresie. Venne assassinato a Seveso con un colpo d'ascia in testa durante un viaggio di ritorno da Como (viaggio sempre finalizzato alla causa).   

Fonte: www.lombardiabeniculturali.it


Si racconta che durante la sua agonia, con il proprio sangue, scrisse per terra "Credo", tanta era la fede che lo pervadeva.

Nel XIV sec. il vescovo milanese Giovanni Visconti commissionò a Giovanni di Balduccio un'arca marmorea, un capolavoro scultoreo ancora oggi presente in chiesa, per conservare le spoglie del santo. Chiese però il cranio del veronese per custodirlo accanto a sé; da quel giorno il vescovo iniziò a soffrire di frequenti ed atroci mal di testa. A quel punto provò a riporre la testa insieme al suo corpo e solo allora, miracolosamente, il mal di testa cessò. Tuttavia il volere del santo di non maneggiare le proprie spoglie non venne rispettato, dal momento in cui ad oggi la testa si trova in un'urna separata dal restante corpo.

Si deve infatti sapere che, con la morte di san Pietro martire, le famiglie nobili milanesi presero l'abitudine di farsi seppellire in sant'Eustorgio, quale elemento di prestigio, poiché vicini alla tomba del santo veronese. Anche il fiorentino Pigello Portinari, il quale aprì a Milano una filiale della "straniera" Banca Medicea, volle farsi seppellire in sant'Eustorgio (1468). Per ospitare le sue spoglie fece costruire una grande cappella, appunto la cappella Portinari, che ebbe il gran merito di portare a Milano quel nuovo gusto artistico decisamente presente in quel di Firenze, ma non ancora a Milano, ossia il Rinascimento. La cappella venne divinamente decorata da Vincenzo Foppa ed ospita la testa di san Pietro in una nicchia in una parete di sinistra, mentre l'arca con il corpo del santo venne portata in questa cappella qualche secolo dopo la morte del Portinari e posizionata esattamente sopra la tomba del povero Pigello!

Fonte: www.museosanteustorgio.it

In questa cappella possiamo ammirare uno degli affreschi più curiosi di tutta la città: la Madonna con le corna. Questa icona non deve essere considerata sacrilega, ma semplicemente serve a raccontare uno dei tanti miracoli che compì san Pietro martire quando ancora era in vita. Si racconta infatti che il Diavolo di insinuò in un affresco mariano alle spalle del santo mentre celebrava (da qui le corna alla mamma di Gesù e al Bambino stesso). Pietro da Verona se ne accorse immediatamente e così, voltandosi e mostrando l'ostia consacrata, riuscì a scacciare il maligno.

Fonte:www.repubblica.it


Tuttavia la cappella è famosa (non abbastanza), per essere il luogo dove si svolge il rito del "andare a battere la testa in sant'Eustorgio", che si svolge l'ultima domenica di aprile di ogni anno (o quasi). In questa occasione infatti si ha modo di passare sotto l'arca marmorea e, alzandosi sulle punte dei piedi, si può battere la testa al soprastante sarcofago con le spoglie del santo. Il cranio di Pietro invece viene esposto in una teca di cristallo sulla quale è possibile strofinare un proprio oggetto personale.

Fonte: Vito Scifo, tratta da http://aess.regione.lombardia.it


Entrambi i rituali servono a far cessare o a prevenire il mal di testa (si dice che san Pietro martire sia il santo da invocare in caso di questo fastidioso dolore).  

Detto questo, non rimane che convenire su quanto sia decisamente sottovalutata questa chiesa...incredibile sant'Eustorgio!

mercoledì 24 febbraio 2021

CHIESA DI SAN FRANCESCO D'ASSISI AL FOPPONINO E "AFFINI"


San Francesco d'Assisi, si sa, è il santo patrono d'Italia e quasi ogni comune ha una chiesa a lui dedicata. Eppure, dove si trova a Milano quella intitolata al mistico umbro?

In origine c'era, accanto alla Basilica di sant'Ambrogio, la chiesa di san Francesco Grande, così chiamata perché risultava essere l'edificio religioso più ampio di Milano, dopo il Duomo.
Questa venne abbattuta nel 1806 per fare posto all'attuale caserma della Polizia di Stato.

Dunque oggi, se desideriamo trovare una chiesa dedicata al "poverello d'Assisi", dobbiamo spostarci un po' più in periferia, esattamente in p.le Aquileia.

Qui troviamo la chiesa di san Francesco al Fopponino, opera del 1964 di Giò Ponti. Quest'ultimo famoso per aver ideato a Milano, tra l'altro, il Pirellone (e i poligoni esagonali presenti in facciata un po' ricordano il grattacielo lombardo).

Ma perché "al Fopponino"? 

Esattamente dove sorge la chiesa, nel 1576 venne aperto un cimitero. Dal momento in cui le salme fino alla fine del XVIII sec. venivano sepolte in una fossa comune (in dialetto milanese "foppa"), avremmo trovato strutture che, a seconda della dimensione della fossa, potevano chiamarsi "foppa", "foppone" o "fopponini".

Dunque il cimitero di porta Vercellina (così veniva chiamato dai milanesi), non aveva in origine (ossia durante la "peste di san Carlo") dimensioni troppo grandi e non vantava la presenza di alcuna cappella religiosa.

Dobbiamo aspettare il 1630 (annus horribilis, a causa della "peste manzoniana") per vedere qui una piccola struttura religiosa: la chiesa di san Giovannino alla Paglia, chiamata così perché era stato edificato in loco anche un piccolo Lazzaretto (il nominativo "alla Paglia" si rifà alla presenza di questo materiale, quale elemento essenziale per i giacigli degli appestati). 

Tuttavia la cappella risultò essere troppo piccola per ospitare i fedeli e dunque nel 1673 venne abbattuta, per costruire al suo posto l'attuale chiesa di san Giovanni Battista e san Carlo Borromeo (le due statue all'ingresso di p.le Aquileia sono a loro dedicate); struttura religiosa retta allora dalla Confraternita della Buona Morte i quali avevano il compito di assistere i morenti.


Nel 1828 il cimitero allora qui presente portava ancora il nome di Fopponino, ma a torto dato che si ingrandì in maniera spropositata: copriva infatti non solo l'attuale isolato della chiesa di san Francesco, ma anche quello che si apre attualmente alla sua sinistra. Tuttavia quel camposanto durò pochi decenni ancora: nel 1895 infatti fu aperto il Cimitero maggiore e contemporaneamente chiuso il Fopponino di porta Vercellina. Tra le salme riesumate c'era anche quella di Margherita Barezzi, prima moglie di Giuseppe Verdi che volle essere sepolta qui accanto al loro figlio Icilio, morto a solo un anno di vita (la sua lapide la possiamo vedere sul viottolo che da p.le Aquileia conduce alla chiesa di san Francesco).

Foto di PaoloBon 140

Sempre in p.le Aquileia troviamo una cella religiosa che non passa di certo inosservata (e forse era proprio questo lo scopo). E' infatti una piccola cappella dei morti eretta nel 1640 (dieci anni dopo la grande peste) con alla sua sommità scolpiti dei teschi e delle ossa, nonché dei veri crani presenti al suo interno. Il motto "Ciò che sarete voi noi siamo adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso" serviva proprio a ricordare al passante la caducità della vita (Memento mori) e lo invitava a pregare per i defunti.

Passano i decenni e le società cambiano. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Milano assistette ad una esplosione demografica; l'antico cimitero di porta Vercellina venne densamente edificato e così la chiesa dei santi Giovanni e Carlo non bastò più. Fu così che nel 1964 venne inaugurata la moderna chiesa di san Francesco (notevole è la sua pala d'altare che vanta una eccezionale dimensione: 12 metri per 8), la quale ha il proprio ingresso principale in via Giovio.

Eppure la vera curiosità ospitata al suo interno è, diversamente dalla chiesa, antica. Si tratta di un lacerto di affresco (di autore e data sconosciuti), probabilmente in passato ospitato nella canonica, poi abbattuta, della chiesa dei santi Giovanni e Carlo.

Rappresenta una serena Maria incinta e pare sia stato realizzato come ringraziamento per una maternità avvenuta; ad oggi è veneratissima da tutte le donne che desiderano un figlio e il numero di candele che la circondano dimostrano che sono proprio tante.

lunedì 4 gennaio 2021

Lo stupore di CASCINA CORIO




Lunedì mattina di una grigia giornata di gennaio. Mi metto in macchina per giungere pigramente al primo appuntamento di lavoro della giornata, in ritardo ovviamente. Arrivo in via Enna e il “milanese imbruttito” che c’è in me si mette ad imprecare per la topografia di questo angolo di Milano: “ma c’era bisogno di fare una strada ad esse? non si poteva renderla più rettilinea?? Per cosa poi: l’ennesima cascina che ormai non serve più a niente!”

Eppure mentre parole furiose mi impegnano la bocca, lo sguardo cade sulla “cascina inutile”: un fabbricato davvero prestigioso…

Mi riprometto di fermarmi ad ammirarla al mio ritorno e per fortuna, terminato il colloquio mattutino, ho un attimo di pausa.

Parcheggio e mi reco nei pressi della cascina. In quel momento esce un agente immobiliare che, dopo aver salutato cordialmente dei potenziali clienti, mi rivolge la parola, incuriosito dal punto di domanda che mi si è stampato in faccia.

“Cerca qualcuno?”

“No ero semplicemente incuriosito da questa cascina che è decisamente diversa dalle altre in zona: non è per niente tenuta male anzi sembrereb…”

“Vuole visitarla?” mi interrompe l’agente. Timidamente rispondo di sì e mi introduco in un contesto rinascimentale (sento quasi suonare i liuti al mio ingresso…).

Lacerti di affreschi rinascimentali.
Foto di Francesco Mezzotera


Quale la sorpresa nello scoprire che in mezzo ai palazzoni grigi e popolari della, diciamo, Barona viene custodito un immobile che risale al XV sec.!

Palazzoni moderni incombono sulla cascina
tutelata dal vincolo ambientale.
Foto di Francesco Mezzotera


Grazie al mio fortuito Cicerone quella mattina scopro la storia della Cascina Corio, di recente trasformata in un elegante condominio con tanto di appartamenti moderni al proprio interno.

Sorgeva nel cuore di Ronchetto sul Naviglio, comune indipendente fino al 1924, anno in cui venne annesso a Milano. Si suppone che Ronchetto fosse di origine romana dato che la via Merula, prospicente alla cascina stessa, probabilmente aveva funzione di Decumano.

Via Merula
Foto tratta da www.ilcielosumilano.it


La cascina non era semplicemente un luogo di lavoro dei contadini, ma anche una delle residenze della nobile famiglia Corio. Questi ultimi erano al servizio degli Sforza; addirittura Giovanni Angelo era capo delle guardie di Galeazzo Maria, nonché titolato a riscuotere il dazio dalle imbarcazioni transitanti sul vicino Naviglio. Questo ci fa quindi pensare che Cascina Corio avesse principalmente la funzione di dogana.

L’edificio è dunque costituito da due corpi distinti: al civico 15 della via Merula troviamo la residenza nobiliare, mentre al 13 l’ex cascina vera e propria.

Giardino condominiale all'interno dell'ex cascina


Come si presentava la stessa corte prima del suo restauro
Foto tratta da www.milanoneicantieridellarte.it


L’ingresso nobiliare ci accoglie con un soffitto finemente affrescato (XVI sec.), mentre all’interno ancora si conserva la “Sala Picta” così chiamata per la sua fascia decorativa lungo tutte le quattro pareti con tanto di puttini. Era questa probabilmente la camera nuziale dei nobili proprietari ed oggi trasformato in un monolocale abitato da condomini decisamente fortunati! All’ingresso della Sala Picta, sulla parete esterna, invece fa bella mostra di se’ una ceramica della scuola di Andrea della Robbia.



La chiesetta in origine intitolata a san Silvestro e che si affaccia su via Merula è stata elegantemente recuperata e trasformata in un potenziale appartamento con tanto di travi originali a vista, rosone e soffitto di ben 8 metri.


L’elegante corte rettangolare di quella che era la residenza, nonché luogo di lavoro, dei contadini ha un elegante aspetto antico (ingresso dal civico 13). Qui si apre il salone della casa padronale impreziosito da un camino del XVII sec. affiancato da due antichi bassorilievi e altrettante grate. La cascina infatti fu per un periodo abitata dalle monache dell’ordine di santa Maria della Valle e quindi c’è da supporre che le grate vennero poste in questo periodo.


L’agente immobiliare, terminata la sua visita guidata, si volta a guardarmi e a fatica faccio in tempo a chiudere la bocca spalancata per tanta bellezza inaspettata!

E’ incredibile pensare che la rigogliosa campagna lombarda che qui avremmo trovato è stata violentata da una edilizia moderna che tutto cercava tranne che la conservazione del bello. E bello è questo angolo di Milano racchiuso tra le mura di un condominio davvero speciale!

Antica rimessa delle carrozze

Ringrazio il mio Cicerone, saluto e mi avvio all’auto con uno sguardo sorridente, convinto finalmente che il resto della giornata non potrà che essere positivo.



Un sentito ringraziamento all'agenzia San Martino Immobiliare.
Le foto senza citata fonte sono tratte da villa durini

domenica 6 dicembre 2020

Capolinea: IL Jazz a Milano.

foto tratta da www.style.corriere.it


"Sono contenta di quello che ho vissuto… Se penso a quello che le mie amiche mi dicevano: trascorriamo una vita troppo regolare, fatta di ore passate in ufficio e di domeniche dedicate all'arrosto...Invece io ho avuto modo e ho modo di conoscere tante persone belle e interessanti".

Queste sono le sante parole di Angelica Vanni, figlia dell'ideatore del Capolinea, il mitico Giorgio.

Sabato sera ricevo una telefonata che è davvero un regalo: la signora Angelica infatti, in mezzora di chiacchierata, mi porta in una Milano che non c'è più, una Milano davvero autentica.

Mi racconta degli inizi di quella che poi diverrà l'unica istituzione jazz a Milano negli anni '70. Il Capolinea infatti venne fondato il 14 Dicembre del 1969, due giorni dopo un capitolo davvero triste per Milano: la strage di piazza Fontana. 

foto tratta da www.espresso.repubblica.it


Quello che fece Giorgio Vanni fu qualcosa di semplice eppure storico, perché si sa: dove c'è divertimento, c'è anche successo.

In quel giorno il batterista toscano rilevò un locale di poche pretese, il "Ristorante Bellaria". Si trovava in via Ludovico il Moro 119, in una zona di campagna, tra i borghi di Restocco Maroni e Ronchetto sul Naviglio. Accanto al "Ristorante Bellaria" c'era la Ca' Bianca, una delle tante cascine che caratterizzavano questa parte di territorio. Era la Ca' Bianca probabilmente anche lei destinata all'abbandono (cosa che poi per fortuna non avvenne) in quella Milano lanciata verso un futuro industriale e poi tecnologico.

Giorgio Vanni con Dizzy Gillespie
Foto tratta da www.capolinea.altervista.org


Già, perché i Navigli non erano quelli che conosciamo noi oggi, zona patinata di "movida imbruttita". Era semplicemente quella fetta di Milano dove abitavano gli operai, spesso venuti dal Meridione per lavorare nelle tante fabbriche cittadine. Era quella fetta di metropoli dove d'estate eri costretto a lottare contro le zanzare e d'inverno rischiavi di ritrovarti con la bici in mezzo ai campi se non conoscevi a memoria le strade, tanta la nebbia che c'era. Era quella fetta di "Milano con il cuore in mano", dove i fine settimana non si trascorrevano nelle seconde case sul lago, ma sui ballatoi delle tante case di ringhiera a parlare con i vicini  e a rimproverare i bambini che giù in cortile si sbucciavano le ginocchia a furia di giocare.

Foto tratta da www.macchiedichina.com


Qui, in questo angolo di Milano, fuori da ogni meta d'élite, il buon Giorgio fonda il Capolinea. Lo chiama così perché nella vicina p.le Negrelli faceva capolinea il 19. Oltre c'era l'estrema periferia (Ramazzotti, a proposito di Roma, qualche anno più tardi, canterà "Dove i tram non vanno avanti più").

Il passionale Vanni era infatti stanco di suonare quella melensa musica italiana nei vari locali cittadini. Eppure doveva guadagnare, lui che di figli (anzi, figlie) ne aveva ben tre. Così, riposte le bacchette, dopo ore ad accompagnare rime con "amore e cuore", dava finalmente sfogo alla sua passione: il Jazz!

Questo genere, che poco si sposa con la rigidità della canzonetta italiana, ma che più assomiglia ad un polipo danzante in un mare scuro di note d'argento, aveva decisamente conquistato molti milanesi. Al "Ristorante Bellaria" il Giorgio (come lo chiamavano qui a Milano) aveva costruito un palco di legno rifornito di ogni strumento utile per suonare jazz. Ogni sera c'era un trio base composto da basso, batteria e pianoforte e chi voleva poteva liberamente aggiungersi.

Steve Lacy
Foto tratta da www.capolinea.altervista.org


Qui arrivavano gli artisti, stranieri e italiani che, terminata la serata, magari al Teatro Lirico, volevano finalmente dare sfogo all'improvvisazione...perché il jazz è proprio questo: talento e improvvisazione. Qui gli spettatori, che erano giunti numerosi fin da qualche mese dopo, grazie al passa parola, hanno avuto modo di ascoltare delle jam session storiche capaci di arrivare fino all'alba. Il pubblico era composto da veri amanti del jazz, che spesso non si decidevano ad andare via finché il sassofonista non riponeva lo strumento nella custodia. Qui si respirava un clima famigliare ed accogliente: il più acclamato musicista americano magari si ritrovava a dare una mano in cucina. La cantante di colore così ammirata in tutto il mondo andava in giro per il locale in ciabatte (magari chieste in prestito alla giovane Angelica) perché i tacchi a lungo andare "ammazzano le caviglie".

E poco importava del cibo. Il "Ristorante Bellaria" era ormai un lontano ricordo. Qui si ascoltava buona musica e magari si aveva modo di piluccare qualcosa, perché a una certa ora della notte la fame veniva. Solo dopo qualche anno la famiglia Vanni ha organizzato un vero e proprio ristorante al Capolinea. Ma la cucina era comunque semplice e casalinga (famosa era la pasta e fagioli della milanesissima signora Maria, moglie di Giorgio).

Da questo locale sono passati i grandi della musica, anche chi con il jazz non centrava niente...come Fabrizio De Andrè, che permetteva alla bottiglia d'alcool di adombrare la sua luce. Delicato il ricordo della signora Angelica del grande Pino Daniele, definito "un gran signore". Commovente il racconto di Chet Baker, amico di famiglia e definito "un vero musicista, perché Chet era LA musica".

Chet Baker
Foto tratta da www.capolinea.altervista.org


Ascolto con piacere l'elenco di nomi di musicisti a me sconosciuti e che mi aprono un mondo decisamente nuovo: James Cotton, Gerry Mulligan, i Vanadium...

Eppure tutto ha una fine e così la Milano nebbiosa che accoglie divinità del jazz disposte solo a divertirsi, lascia il posto a musicisti che parlano solo attraverso i propri manager.

Nel 1999 il Capolinea viene abbattuto e al suo posto viene costruito un condominio. Il vicino cabaret Ca' Bianca continua ad ospitare concerti jazz, ma è una musica diversa, più sofisticata e che sa poco... di pasta e fagioli!


Ma il nome "Capolinea" non è morto: Angelica ha infatti aperto una omonima trattoria nella vicina via Lombardini e, anche se non si ha modo di ascoltare musica dal vivo, si ha comunque la possibilità di gustare una cucina davvero deliziosa.

Trattoria Capolinea

La signora Angelica con Stefano Senardi, Shel Shapiro e Maurizio Vandelli